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QUELLO CHE NON VI HANNO DETTO DI BOLT (CENSURANO SEMPRE LA MADONNA...)

22/8/2016

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L'uomo più veloce del mondo Usain Bolt ha fatto il pieno di medaglie d'oro anche alle Olimpiadi di Rio, ma la medaglia più preziosa la porta al collo ed è la "Medaglia miracolosa" che - nelle apparizioni a santa Caterina Labouré, a Rue du Bac - la Madonna stessa ci donò.
Bolt infatti è cattolico e piu' volte ha dichiarato pubblicamente la sua fede. Del resto lui di solito fa il segno della croce o ringrazia Dio prima e dopo ogni gara, baciando la medaglietta. 
Il suo secondo nome è Leo in ricordo di un papa con questo nome (non è chiaro se si tratti di san Leone Magno o di Leone XII).. Per lui la fede in Cristo è il tesoro della vita.
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A proposito della fede degli atleti, leggete in questo articolo di Andrea Zambrano quante altre storie bellissime
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STORIE DI FEDE SUL PODIO OLIMPICO DELLA VITA

Per una Fede in pena, una fede che fiorisce. Non ci sono solo i tormenti di Federica Pellegrini e l’inquietante e triste storia di Alex Schwazer a delineare il tratto umano degli atleti in gara a Rio 2016. La nuotatrice italiana e il marciatore altoatesino alle Olimpiadi stanno catalizzando il circuito mass mediatico a seguito delle loro vicissitudini agonistiche la prima e legate alla giustizia sportiva il secondo. Ma nella calca che affolla i villaggi olimpici della città carioca ci sono anche molte altre storie di rinascita e di speranza. Storie che in tanti casi hanno a che fare con la fede. Storie minori che non conquistano le copertine dei giornali sportivi, ma storie che sono il motore principale di una rinascita e infine di una prestazione olimpica.

E’ possibile così fare una sorta di catalogo degli atleti cristiani che non hanno avuto paura di mostrare un rosario mentre salivano sul podio o di nuotatori che non nascondono come la fede li abbia salvati da una vita che stava precipitando verso il baratro.

Il caso più famoso e più eclatante, perché il personaggio è famoso ed eclatante, riguarda il re assoluto di questi giochi olimpici. Quel Michael Phelps che anche a Rio 2016 ha dimostrato di meritare il soprannome di squalo. Ieri ha vinto la sua quarta medaglia d’oro rinforzando la bacheca di casa con le altre 22, di cui 18 d’oro conquistate alle precedenti Olimpiadi. Che sia il nuotatore più grande della storia di questo sport ormai non lo mette in discussione più nessuno. Ma in pochi hanno raccontato di quel brutto periodo seguito ai giochi di Londra dove anche per lo squalo è arrivato il momento di fare i conti con un avversario insidioso che si è intrufolato in vasca: la disperazione e il vuoto di vivere.

Aveva tutto: fama, successo, soldi, ma due anni fa, lo ha raccontato lui stesso alla ESPN aveva pensato addirittura di farla finita. Senza considerazione di sé, senza stima, come unica prospettiva un mondo senza di lui. Come immaginare in quelle parole la fotografia di un campione assoluto, anzi un mostro del nuoto che è entrato nella leggenda? Eppure questo dimostra che le tentazioni di Satana arrivano proprio quando sei in cima all’alto monte, condotto o tentato da lui, non importa.

Ma Phelps, dopo una vita di eccessi che lo avevano portato anche all’abuso di droghe e alcol ha saputo riscattarsi. Merito di un percorso di riabilitazione che lo ha aiutato a trovare lo scopo della sua vita e a riscoprire la sua fede. Ma soprattutto ad affrontare i demoni che hanno iniziato a fare capolino nella sua vita con il divorzio dei genitori e l’assenza della presenza paterna. Oggi lo squalo è un papà innamorato di Nicole, la fidanzata e madre di suo figlio che, appena tornato a Baltimora dall’esperienza brasiliana, sposerà.

La storia di Phelps è la storia di una rinascita. La stessa di tanti altri atleti che hanno incontrato Dio.

Come il nostro tiratore Giovanni Pellielo, che ha conquistato nel tiro a volo la medaglia d’argento. In una recente intervista si è guadagnato l’appellativo di “tiratore di Dio” dopo aver ha dichiarato la sua fede. “Sono un cattolico praticante – ha detto – e per consumare le lunghe ore della vigilia a Rio ogni sera leggevo un brano dei tre libri che Papa Benedetto XVI ha dedicato alla figura di Gesù”. Non certo un testo distensivo, ma sicuramente un libro che permette di comprendere che il Cristo della fede è lo stesso Gesù della storia e di rimanere così ancora più convinti della assoluta perfezione del dettato evangelico. Riprendendo l’anticipo di simpatia richiesto dal papa emerito nell’introduzione di quella fortunata pubblicazione, si direbbe che Ratzinger ha fatto centro per un cecchino molto esigente.

Ma quanti sono e soprattutto quali sono gli atleti cattolici che non fanno mistero della loro fede? Il singolare censimento è stato svolto con precisione dall’agenzia Aci Prensa che ha elencato un catalogo di 12 atleti. Un numero certamente non casuale, anche se di altre storie di fede non conclamate e non emerse pubblicamente ce ne saranno sicuramente, ma un numero sufficiente per avvicinare questi “marziani” dello sport alla gente normale, che soffre, gioisce e prega.

Così si racconta di Katie Ledecky, nuotatrice 19 enne che ha fatto incetta di ori nei 200 e 400 stile libero, costringendo la nostra Fede al deludente quarto posto che l’ha mandata in crisi. Al Catholic Standard ha dichiarato che la fede la aiuta a tenere le cose in prospettiva e l’Ave Maria le dà molta tranquillità. La stessa fede che anima la sua conterranea Katharine Holmes nella scherma. Il catalogo prosegue con la saltatrice in lungo Thea La Fond per i cui successi olimpici c’è pronta una squadra di preghiera e Amanda Polk nel canottaggio.

L’oro l’ha già vinto e la chiamano l’erede di Nadia Komaneci: Simone Biles, con una vita problematica famigliare alle spalle oggi dichiara di andare a messa tutte le domeniche e di non separarsi mai dal suo Rosario, donatole dalla madre. E ancora: la siepista Sydney McLaughlin, il triatleta Joe Maloy, Steven López (Taekwondo), la cestista americana Kerri Walsh alla sua quinta Olimpiade, il lottatore Kyle Snyder fino ad arrivare ad una delle sorprese di questi Giochi. Lo sapevate che Juan Martín del Potro ha una fede cattolica granitica e quando è impegnato a giocare a tennis una delle sue principali preoccupazioni è quella di trovare una chiesa, possibilmente aperta? Ecco spiegata la forza di questo tennista argentino amico di Papa Francesco che da semi sconosciuto che era è arrivato ad eliminare alle Olimpiadi niente meno che sua maestà Novak Djokovic.

La maggior parte degli atleti censiti è americana, forse più a loro agio nel raccontare con orgoglio la propria appartenenza. Non poteva mancare una coppia di marito e moglie, entrambi atleti ed entrambi cattolici ferventi: i brasiliani Marilson Gomes dos Santos y Juliana Paula dos Santos, lui maratoneta lei ostacolista che proprio stasera scenderà in pista per i 3000 siepi. Su Facebook è tutto un fiorire di preghiere, dichiarazioni d’amore e incoraggiamenti reciproci. Con la Madonna sempre al centro di tutto e la consapevolezza che se “siamo qui a Rio, insieme, è merito suo”. Il risultato di stasera in fondo, qualunque esso sia, è già conseguenza della pienezza della loro vita.

Andrea Zambrano
Dal sito La nuova Bussola Quotidiana
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TOGLI L'ORO, RESTA LA VITA (VERA)

11/8/2016

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FEDERICA PELLEGRINI. La sconfitta di Federica Pellegrini alle Olimpiadi di Rio è una doppia buona notizia. Lo è per l'Italia, perché lo psicodramma che il Bel Paese sta vivendo mostra che quando andiamo in vacanza, vanno in vacanza anche i nostri problemi veri. E quindi — verrebbe da dedurne — la disoccupazione, la politica bloccata, il disagio sociale non sono poi problemi così gravi. Il quarto posto della Pellegrini è però soprattutto una buona notizia per Federica. Dire quarto posto, se il podio ha solo tre gradini, vuol dire perdere. Cosa succede alle vite d'oro, quando l'oro viene grattato via? Cosa succede alle vite da podio, quando il podio ti sfugge? Succede che le "vite d'oro" diventano vite. Punto. Vite senza aggettivi. La vita, appunto. 

Non tutte le vasche portano al podio: si chiama vita. Dice Federica che se a 28 anni deve rispondere a domande del tipo "ti ha ceduto la testa" dà un cazzotto a tutti e se ne va. Finché sei a Rio, Federica, fai bene a dirlo perché quando tra un attimo sarai nella vita vera — la vita — non lo potrai dire più. Se sul lavoro ti fanno una domanda fuori tono, tu non puoi dare un cazzotto a tutti e andartene, perché rimani senza lavoro. Finché sarai a Rio puoi andartene sbattendo la porta: quanto entrerai nella vita vera, 

Federica, la porta non sbatterla mai perché potresti rimanere per strada chiusa fuori. Nella vita — non nella vita d'oro — funziona che la vita ha delle sconfitte, dei no, delle fermate, che vengono anche se si è fatto tutto e tutto bene. Il quarto posto ci sta anche se non ci sono colpevoli. Federica dice che non sa perché non ha vinto perché ha fatto tutta la preparazione che doveva fare, e io le credo. Io le credo perché di gente disoccupata che aveva i titoli per lavorare e aveva fatto la preparazione giusta, io ne conosco tanta. E conosco anche gente che ha un tumore senza aver fumato e avere sbagliato mai nulla. È la vita che è fatta così, Federica.

La vita, scoprirai Federica, è per i grandi, cioè per chi non cerca colpevoli ma riparte e si rituffa. La vita non è un gioco. Chi perde torna a casa per davvero. Non c'è una seconda partenza. Non si ripassa dal via. Non c'entra l'orgoglio personale: ora, Federica, sei simile a me e questo può solo farti bene. 
Quando sei appesa alla corsia, ti togli la cuffia e ti immergi per mandare indietro i capelli che sono pieni di pensieri, quando sei così, sei come me quando perdo. Sei come me nella vita. Tu puoi insegnarmi molto sul nuoto. Io posso insegnarti molto sui quarti posti.

​Mauro Leonardi
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RIPOSI IN PACE

8/8/2016

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Ho atteso qualche ''ora'' prima di scrivere il seguente post. Tutto come da copione. Non si è trattato di mancanza di rispetto nei confronti della vittima. Voleva essere un modo per riflettere sulla ipocrisia imperante, capace di far morire due volte i fedeli servitori dello stato perché non fanno comodo al politicamente corretto. Se a Ventimiglia fosse morto un clandestino irregolare (giustamente, perché ogni vita e' sacra e bisogna custodirla e salvarla), sarebbero già state indette fiaccolate, cortei di protesta contro la polizia "razzista e fascista", si sarebbe scatenato il finimondo da parte di antagonisti e supporters ideologici del buonismo radical chic. 

Per non parlare dei tweet strappalacrime, condivisi come monito affinché il male non avvenga più. Già sarebbe partita la richiesta, incoraggiata dai media di regime per intitolare un aula a questa nuova vittima delle forze dell'ordine. Purtroppo non è stato così. Non sarebbero poi mancate visite urgenti da parte delle più alte cariche dello Stato, promesse di passaporto e mantenimento vita natural durante per tutta la famiglia. Il silenzio imbarazzante è la dimostrazione più evidente del crollo dei valori della società in cui viviamo. Niente sdegno, e nemmeno supporto di circostanza. La vicinanza alla famiglia del poliziotto è partita nei social network, da parte di quel popolo che ormai non è più sovrano, secondo quanto stabilito dalla costituzione. 

È morto solo un italiano, anzi, meno ancora: un rappresentante delle Forze dell'Ordine. E quindi c'e` il silenzio Non se ne deve parlare. 

La censura non si ferma. "A Venezia, nelle scorse ore quattro donne velate, in una chiesa, hanno sputato sul Crocifisso dopo che due giovani orientali, ieri, avevano ricevuto la Comunione per poi sputare la particola e scappare. Ora, non dico una crociata, un processo o una prova di coraggio (sapete com'è: servirebbe averne), ma un sussulto - davanti a notizie così - era lecito aspettarselo. Invece, manco la panzana del disagio psichico stavolta: direttamente il silenzio. Ecco, questo post è per dire che a me, invece, tutto questo fa inorridire. E chi offende il Sacro offende me, la mia terra, i miei avi. E pure chi non lo difende".

D​on Salvatore Lazzara
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