NFD Il Blog
  • HOME
    • CONSACRAZIONE DEL NETWORK
  • FOCUS ON
    • MONDO OGGI
    • CHIESA OGGI
    • ACTUAL
  • CHIESA CATTOLICA
    • FONDAMENTALI >
      • I 5 PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA
      • 54 MODI DI ESSERE MISERICORDIOSI DURANTE IL GIUBILEO
      • 12 MODI PER ESSERE CATTOLICI MIGLIORI
      • GALATEO IN CHIESA
      • REGOLE PER I LETTORI
      • ATTENTI A MESSA
      • CIRCOSTANZE IN CUI BISOGNA EVITARE DI COMUNICARSI
      • DECALOGO DEL CHIRICHETTO
      • 17 SCUSE - SMONTATE - PER NON ANDARE A MESSA
    • RIFLESSIoni DI LUCE >
      • RIMEDITIAMOCI SOPRA >
        • ANNO B 2014 - 2015
        • ANNO C 2015 - 2016
        • ANNO A 2016 - 2017
        • ANNO B 2017 - 2018
        • ANNO C 2018 - 2019
        • ANNO A 2019 - 2020
        • ANNO B 2020 - 2021
        • ANNO C 2021 - 2022
        • ANNO A 2022 - 2023
        • ANNO B 2023 - 2024
        • ANNO C 2024 - 2025
      • SANTE PAROLE
      • RIFLESSIONI
      • VITA E DETTI DEI PADRI DEL DESERTO
    • UN SACERDOTE RISPONDE
    • ESAME DI COSCIENZA
    • LITURGIA
    • LECTIO BREVIS
    • PREGHIERE
  • NOVELLE MODERNE
  • MEDIA
  • DOWNLOAD
  • LINKS

L'OCCIDENTE TORNI A CRISTO SE VUOLE SCONFIGGERE IL TERRORE DEL CALIFFATO

30/8/2014

0 Commenti

 
Immagine
La società che abbiamo creato ormai scontenta tutti: è una civiltà senz'anima, senza speranza, senza bambini e senza gioia. Tutti fallimenti di una società senza Dio, che ora si chiede cosa fare per affrontare l'integralismo islamico. 

Milano (AsiaNews) - Le atrocità del "Califfato islamico" in Iraq e Siria hanno scosso l'Occidente, che nella sua crisi politico-economica-religioso-morale diventa sempre più indifferente a quanto succede in Paesi a noi vicini e alle migliaia di profughi disperati (circa 100mila dall'inizio dell'anno) che la nostra Italia accoglie.

Da quando il nascente Isis (Califfato islamico del Levante e dell'Oriente) ha conquistato in Siria e Iraq una vasta base territoriale - affermandosi con violenze orrende e demoniache contro chi non si converte all'islam sunnita, costringendo Stati Uniti e alcuni Paesi europei ad intervenire - pare che l'opinione pubblica occidentale abbia preso coscienza di quanto odio animi quei fantasmi da incubo che sventolano una bandiera nera.

Odio non solo anti-cristiano, ma contro l'Occidente e il nostro modo di vivere, che essi vedono come nemico mortale dell'islam perché distrugge i fondamenti della religione coranica: sviluppo economico-liberale e benessere, democrazia e diritti dell'uomo e della donna, scienze e tecniche, alfabetizzazione universale, libertà di stampa e di costumi, ecc.

La civiltà islamica è fondata sull'obbedienza a Dio (naturalmente il Dio dell'islam), quella occidentale sull'uomo che si costruisce il futuro con la sua ragione, la sua libertà, i suoi diritti. La nostra civiltà, che ha profonde radici cristiane, crede di poter fare a meno di Dio. Islam vuol dire dipendenza da Dio, ,mentre Occidente significa (per quei popoli) sviluppo umano senza Dio: laicismo, ateismo pratico, "morale laica" (cioè, la "morale fai da te", il primato assoluto della coscienza individuale che ignora Dio e Gesù Cristo, ecc).

Se questa analisi molto sommaria è esatta o almeno plausibile, ci indica anche come affrontare le minacce dell'islam radicale all'Occidente ed essere fratelli dei popoli islamici, in grande maggioranza contrari alle violenze del Califfato, che però si stanno diffondendo non solo nel Medio Oriente,ma in Nigeria, Repubblica centro-africana, Mali, Libia, Sudan, Mauritania, e minaccia i governi dell'Egitto e dell'Algeria).

La storia recente ci dimostra alcune cose:

1)  La guerra non risolve nulla, anzi peggiora la situazione (vedi le due guerre in Iraq). Chi si augura una nuova Crociata e una nuova Lepanto non tiene conto del miliardo e 300 milioni di islamici, che se attaccati ritornano uniti contro l'Occidente.

2)  La riforma dell'islam verrà dalla formazione dei popoli islamici attraverso la scuola e la libertà di ricerca storico-critica delle fonti islamiche, per contestualizzare il Corano e Maometto al mondo moderno, come avviene nella Chiesa attraverso i Concili e il succedersi dei 265 Papi che la guidano;

3) L'Occidente può aiutare questo processo di maturazione con l'aiuto ai profughi e ai perseguitati, il dialogo con i musulmani "moderati" e i musulmani in Occidente, il rispetto della verità nel descrivere le atrocità dei guerriglieri e terroristi islamici, denunziando la radice coranica e storica dell'islam, come lo sterminio degli ebrei è attribuito all'ideologia razzista dei nazisti. Il dialogo senza il rispetto della verità storica diventa una finzione ipocrita che non serve e non convince nessuno.

4) Soprattutto, se l'Occidente vuol dialogare e affrontare la sfida dell'islam, deve ritornare a Cristo. La civiltà che abbiamo fondato noi cristiani oggi non accontenta nessuno, nemmeno i nostri popoli che l'hanno iniziata. È una civiltà senz'anima, senza speranza, senza bambini e senza gioia, di cui sono segno i troppi fallimenti di una società senza Dio. Non si è ancora capito che i Dieci Comandamenti e il Vangelo sono gli orientamenti che Dio ha dato, a noi uomini da lui creati, per vivere una vita che porti alla serenità, alla fraternità e solidarietà, all'autentico sviluppo, alla giustizia e alla pace (vedi la sintesi nella "Populorum Progressio").

Se l'Occidente non ricupera le sue "radici cristiane" e non le mette a fondamento della sua vita e della sua cultura, rimane solo la guerra e l'autodistruzione dei nostri popoli.

Piero Gheddo
Dal sito Asia News
(link)
Immagine
0 Commenti

JAMES FOLEY RECITAVA IL ROSARIO. È STATO UCCISO PER CIÒ CHE RAPPRESENTA. FORSE È UN MARTIRE

21/8/2014

0 Commenti

 
Il giornalista americano James Foley, decapitato dai jihadisti, era stato prigioniero nel 2011 delle forze filo governative libiche. Detenuto a Tripoli fu liberato dopo 45 giorni di carcere, decidendo poi di scrivere una lettera per la rivista dell’università cattolica Marquette di Milwaukee, da lui frequentata. 

«COME MIA MADRE»
Nato in una famiglia cattolica di Boston, Foley raccontò: «Io e i miei colleghi fummo catturati e detenuti in un centro militare di Tripoli». Ogni giorno, spiegava il giornalista, «aumentava la preoccupazione per il fatto che le nostre mamme potessero essere in panico». E anche se «non avevo pienamente ammesso a me stesso che mia mamma fosse a conoscenza di quello che mi era successo», Foley ripeteva a una collega che «mia mamma ha una grande fede» e che «pregavo che sapesse che stavo bene. Pregavo di riuscire a comunicare con lei». Il giornalista raccontò di quando «cominciò a dire il rosario», perché «era come mia madre e mia nonna avrebbero pregato (…). Io e Clare (una collega, ndr) iniziammo a pregare ad alta voce. Mi sentivo rinfrancato nel confessare la mia debolezza e la mia speranza insieme e conversando con Dio, piuttosto che stare solo in silenzio». 

LA FORZA DEGLI AMICI
I giornalisti poi furono trasferiti in un’altra prigione dove si trovavano i prigionieri politici, «da cui fui accolto e trattato bene». Dopo 18 giorni accadde un fatto che Foley non si seppe spiegare, fu prelevato dalla cella dalle guardie e portato nell’ufficio del guardiano «dove un uomo distinto e ben vestito mi disse: “Abbiamo pensato che forse volevi chiamare la tua famiglia”. Dissi una preghiera e composi il numero». La linea funzionava e la madre del giornalista rispose: «Mamma, mamma sono io, Jim», disse il ragazzo. «Sono ancora in Libia, mamma. Mi dispiace di questo. Perdonami». La donna incredula rispose al figlio che non doveva dispiacersi e gli chiese come stava: «Le dissi che mi nutrivo, che avevo il letto migliore e che mi trattavano come un ospite». Foley aggiunse: «Ho pregato perché sapessi che stavo bene. Hai percepito le mie preghiere?». La donna rispose: «Jimmy tante persone stanno pregando per te. Tutti i tuoi amici Donnie, Michael Joyce, Dan Hanrahan, Suree, Tom Durkin, Sarah Fang che ha chiamato. Tuo fratello Michael ti vuole molto bene». Poi la guardia fece un cenno e il ragazzo dovette salutare la madre.

«LA MIA LIBERTÀ»
«Ho ripetuto la chiamata nella mia testa centinaia di volte, la voce di mia madre, i nomi dei miei amici, la sua coscienza della situazione, la sua assoluta certezza nel potere della preghiera. Mi disse che i miei amici si erano riuniti per fare tutto quello che potevano per aiutare. Sapevo di non essere solo». Infine, concluse Foley: «Nella mia ultima notte a Tripoli mi sono potuto connettere a internet dopo 44 giorni e sono riuscito ad ascoltare un discorso di Tom Durkin fatto per me (…). In una chiesa piena di amici, alunni, sacerdoti, studenti e docenti ho visto il miglior discorso che un fratello potrebbe fare per un altro (…). Era solo un assaggio degli sforzi e delle preghiere di tante persone. Se non altro, la preghiera è stato un collante che ha permesso la mia libertà, una libertà interiore prima e dopo il miracolo di essere rilasciato».

Benedetta Frigerio
Dal sito Il Timone
(link)
0 Commenti

ROBIN WILLIAMS, UNA VITA DI COMMEDIA FINITA IN TRAGEDIA

12/8/2014

0 Commenti

 
Il presunto suicidio dell'attore ci ricorda l'infinito valore di ogni vita umana

Robin Williams è morto a 63 anni. Secondo i primi risultati si tratterebbe di suicidio. Tutti concordano sul fatto che si tratti di una tragedia

Tutti noi abbiamo un film preferito di Williams. Chi può dimenticare quando ha interpretato il genio della lampada di Disney o l'adorabile Mrs. Doubtfire? Molti di noi sono cresciuti con i suoi film. Non riesco a dire quante volte la mia sorellina abbia rivisto Jumanji. Non ci siamo mai stancati del suo genio.

Ma come contraltare alla luce sfavillante della sua carriera di attore c'era la sua lotta contro l'alcolismo e la depressione, particolarmente grave prima del suo apparente suicidio. In base alle notizie emerse, di recente avrebbe rimesso piede in un centro di riabilitazione, in uno dei tanti tentativi di guarigione.

Non possiamo sapere cos'abbia pensato o cosa lo abbia spinto al limite, ma sicuramente facciamo bene a reagire con tristezza alla sua scomparsa. Come potremmo essere felici che un uomo simile abbia posto fine alla propria vita?

Non posso evitare di pensare che come società siamo incoerenti nel nostro atteggiamento verso la vita. La stragrande maggioranza del Paese piangerà il gesto estremo di Robin Williams, ma un crescente numero di persone sostiene l'eutanasia, ad esempio il suicidio medicalmente assistito. Com'è possibile che un momento siamo convinti della tragedia della morte di Williams e quello successivo sosteniamo il “diritto” della gente di scegliere quando morire?

San Giovanni Paolo II ha colpito nel segno quando nella Evangelium Vitae ha affermato che “nell'orizzonte culturale complessivo non manca di incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell'uomo che, in tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché decide di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza”.

Come ha sottolineato il santo, c'è il volto della vita e della morte che, a livello culturale, siamo spesso disponibili ad accettare. Vogliamo credere che avremo sempre tutto sotto controllo, che abbiamo il potere su tutto, anche sulla vita e la morte. Un'estensione naturale di questa convinzione è un sostegno all'eutanasia – se una persona vuole morire, perché non permetterglielo?

La nostra reazione istintiva alla perdita di Robin Williams punta tuttavia alla realtà del suicidio: è una perdita totale di speranza. Malgrado ciò che affermano i sostenitori dell'eutanasia, il suicidio non è una “morte con dignità”. La battaglia di Williams contro la depressione e la dipendenza evidenzia nel suicidio non un'occasione gioiosa, ma un momento di disperazione estrema.

Speriamo e preghiamo che Robin Williams e tutti coloro che pongono fine alla propria vita trovino l'amore senza fine di Dio. Anche se riconosciamo che eliminare qualsiasi vita – inclusa la propria – è un male, non possiamo presumere di conoscere la condizione di un'anima, né dovremmo sottovalutare la misericordia di Dio.

Robin Williams ha detto una volta che “la morte è il modo della natura per dire 'il suo tavolo è pronto'”. L'umorismo macabro rivela la morte come nemica di tutto ciò che rende la vita una festa – un grande e sontuoso piacere. Invitare la morte significa perdere qualsiasi voglia di vivere, perdere il semplice piacere di essere vivi. Tragicamente, la depressione ha tolto a Robin Williams la gioia che aveva donato a milioni di persone.


Caitlin Bootsma 
editrice del Truth and Charity Forum dello Human Life International (truthandcharityforum.com) e direttore di comunicazione di Fuzati, Inc., una compagnia di marketing cattolica.
0 Commenti

DINNANZI ALLA VIOLENZA IL NOME DI ALLAH: DOMANDA CHE L'ISLAM HA DINANZI A SÉ E ALLA QUALE SONO GLI ISLAMICI POSSONO RISPONDERE

11/8/2014

0 Commenti

 
Immagine
Il ripetersi di fatti inauditi di violenza in nome di Allah mostra a chiunque sia in buonafede che il problema è costitutivo per l’Islam odierno. Non è sufficiente affermare che sono solo minoranze islamiche che compiono atti efferati: si ammetta pure che solo il 35% dei musulmani sia d’accordo con azioni violente[1], ne consegue che per il restante 65% non sarà sufficiente affermare che ciò non è conforme alla fede islamica, ma si tratterà piuttosto di generare un movimento di opinione che contrasti efficacemente la minoranza violenta [2].

Non spetta a chi non è musulmano risolvere questo problema: dall’esterno si può dare una mano, ma non risolvere i dilemmi interni dell’Islam. Farsi carico della risposta sarebbe dare corpo a quel senso di vittimismo che impedisce ad ognuno, ed in questo caso agli islamici, di prendere su di sé la responsabilità del proprio destino [3].

Il problema, a nostro avviso, è semplice e si può porre in questi termini, per aiutare i musulmani ad affrontarlo. Maometto ha combattuto ben 27 campagne militari ed ha ucciso, Maometto ha decretato lo sterminio di intere tribù nella penisola arabica, la guerra santa è stata fin dall’inizio una guerra di conquista militare per l’espansione dell’Islam che ha portato in pochissimi decenni gli arabi alla conquista del medio oriente, del Nord africa, di parte dell’Europa (Andalusia, Sicilia, Puglia, Garigliano, Saint-Tropez, ecc. ecc.), della penisola anatolica fino alle porte di Costantinopoli (per non parlare dell’avanzata delle armate turche che si sostituirono a quelle arabe a partire dal 1077): l’enunciazione di questi fatti non è un offesa all’Islam, anzi qualsiasi musulmano sarà d’accordo con queste evidenze storiche.

Il problema è piuttosto che i musulmani violenti si richiamano a queste origini dell’Islam. Chiedendo ai loro confratelli di convertirsi al vero Islam hanno gioco facile nel ricordare loro che questa è la storia primitiva  della diffusione islamica.

Agli altri musulmani spetta, allora, di mostrare che questi fatti originari erano dovuti ad eventi contingenti e non solo essenziali al vero Islam. Spetta loro mostrare che si può essere islamici e chiedere scusa, come hanno fatto altre religioni come il cristianesimo, degli eventi violenti della propria storia passata.
Se tali fatti originari non hanno più valore per l’oggi, allora sarà possibile rifiutare gli atti violenti odierni dell’Islam. Per proporre un Islam che oggi rinneghi la violenza contro le minoranze, permetta la conversione di un islamico al cristianesimo, si schieri a favore di una vera libertà religiosa, è necessaria una lettura critica della storia islamica.

Altrimenti i violenti avranno vita facile, poiché accuseranno gli islamici moderati di aver abbandonato la fede e di essersi lasciati corrompere dai costumi occidentali. In termini tecnici è in questione un’ermeneutica delle origini, una capacità di lettura critica della nascita e dei primi secoli dell’Islam, che mostri che alcuni eventi violenti originari non siano avvenuti per volontà divina, bensì siano dipesi da scelte contingenti ed opinabili dei primi musulmani.

A noi che non siamo musulmani non è possibile rispondere se può darsi un Islam che rinneghi la violenza delle sue origini, contestualizzandola e ritenendola inessenziale. Non possiamo noi rispondere come si caratterizzerebbe un Islam che accettasse che le scelte di fede sono pienamente libere, che accettasse cioè che come un cristiano può divenire musulmano, così un musulmano può divenire cristiano senza che nessuno eserciti violenza se la sua coscienza lo spinge a questo passo. Non possiamo noi rispondere alla domanda se può esistere un Islam che in uno Stato a maggioranza musulmana conceda ad altre religioni o allo stesso ateismo di predicare liberamente le proprie opinioni.

Però è non solo un nostro diritto, ma anche un nostro dovere porre ai musulmani queste domande, proprio perché vogliamo essere loro amici e non amici di facciata, bensì amici leali e sinceri, liberi come è libero ogni vero amico.
Dalle risposte a queste domande dipende molto della storia futura del mondo e dell’Islam stesso.

Ci piace sottolineare che queste riflessioni non sono suscitate dalla paura di una possibile affermazione planetaria dell’Islam, anzi. La nostra presa di posizione è dettata dalla paura opposta: se la maggioranza silenziosa dell’Islam non si affretterà ad affrontare queste questioni  è pensabile piuttosto una scomparsa dell’Islam a livello mondiale. O l’Islam, infatti, sarà capace di mostrare a se stesso che è in grado di maturare una visione serena della modernità, altrimenti crollerà d’improvviso. E crollerà tragicamente dopo aver ingoiato nella sua violenza un numero enorme di musulmani – è evidente agli occhi di chiunque che le vittime musulmane dell’odierna crisi che l’Islam sta attraversando sono in numero infinitamente maggiore delle morti che le minoranze violente islamiche infliggono ai non musulmani.

Fra l’altro numerosi paesi islamici sono possessori di enormi ricchezze: ma per convertire questi beni in scelte educative che si preoccupino della formazione di ragazzi e ragazze islamiche che sappiano guardare in maniera critica alle origini dell’Islam, in vista di una visione dell’Islam adeguata al XXI secolo, serve che per primi i governanti scelgano una visione chiara dell’Islam che intendono proporre.

[1] È inutile nascondersi dietro ad un dito: le minoranze islamiche favorevoli alla violenza non sono l’1% o il 5% della popolazione, ma siamo in presenza di percentuali molto più alte, sebbene alcune statistiche dell’anno in corso comincino a registrare un calo, sebbene ancora contenuto, di tali percentuali.
[2] La totale assenza di manifestazioni contro gli atti efferati compiuti in nome dell’Islam in molti paesi a maggioranza islamica e l’insignificanza di manifestazioni negli altri parla con evidenza dello stato di empasse in cui si trovano i musulmani. Ma ciò che è, a nostra avviso, ben più significativo è la mancanza di una chiara scelta educativa nei confronti delle nuove generazioni – di questo si parlerà oltre.
[3] A nostro avviso, grave è la responsabilità dei media occidentali che sposano e incoraggiano il vittimismo di alcune correnti di opinione musulmane e non le invitano ad una seria assunzione di responsabilità, a partire dalle potenzialità enormi che esse hanno ad esempio a livello economico.

Giovanni Amico
Dal sito Gli scritti
(link)

0 Commenti

Succede oggi. MILO

7/8/2014

0 Commenti

 
Immagine
di Sara Nevoso

Io la foto l’ho vista e, anche se non credevo, ho avuto i brividi. Che poi, se alle coppie gay urtano così tanto i sostantivi “mamma” e “papà”, non capisco perché i giornali abbiano titolato “la foto dei papà gay che commuove il mondo”.

Il pensiero è andato a mescolarsi con i ricordi, la memoria (ancora vivissima) della notte in cui è nato il mio primo bimbo e poi alle notti in cui sono nati il secondo e il terzogenito. Ho ricordato, cercando di acchiappare quell’emozione che mai e poi mai vorrei dimenticare, la gioia stupita, l’estasi rapita, l’immensa gratitudine che mi hanno attraversato testa e cuore quando le vite che avevo generato mi venivano dolcemente poggiate sul grembo.

Ho chiuso gli occhi e ho rivisto quegli esserini cercare il mio seno con il loro solo istinto a guidarli, ho risentito le mie mani tremare, la mia voce spezzarsi, le lacrime rigarmi il volto quando l’ostetrica mi ha detto: “bel lavoro mamma!”. Già, “mamma”, soprattutto la prima volta. Perché basta una volta per diventare quell’essere unico e speciale che è una madre, quell’essere così fortunato e baciato dalla Grazia che è capace di generare una vita nuova.

Dopo i ricordi sono arrivati i ragionamenti e gli “strizzoni di pancia”, di quelli che si sentono quando un’ingiustizia ci sembra così enorme che, dai, non ci si può credere, bisogna fare qualcosa! Dov’era la madre di quel bellissimo e dolcissimo bimbo?

Eppure io in una foto l’ho intravista, il suo viso sembrava urlare: “ma che state facendo?”, poi è scomparsa, impietosamente fagocitata da un fotoritocco che non riusciva a migliorare la sua immagine. Perché poggiavano dolcemente l’esserino appena nato su un petto villoso e non su un morbido e liscio ventre?

Io mi sono fatta un’idea. Oggi il “gay” rappresenta la categoria di persone che ha solamente diritti, qualunque tipo di diritto e, forse, nessun dovere. Per questo si chiama “felice”: niente gli tocca e tutto gli spetta.

Ha il diritto di non essere discriminato, ha il diritto di sposarsi, ha il diritto di comprare bimbi che altrimenti non può avere, di vestire come vuole, di frequentare chi vuole, di provocare senza scandalizzare, di essere capito senza neppure lontanamente fare, a sua volta, alcuno sforzo di comprensione. I signori che si prenderanno cura del piccolo Milo hanno dichiarato che il piccolo conoscerà tutti i tipi d’amore.

Tutti tranne il primo, quello che profuma di mamma.


0 Commenti

GAY, CHE MALE C'E'? SE HAI PAZIENZA, TE LO SPIEGO!

7/8/2014

0 Commenti

 
Bisognerebbe fermarsi a parlare con tutti, uno per uno, e rivoltare luoghi comuni, smascherare le menzogne dell'ideologia gender 
di Costanza Miriano


- Ehi! Dove vai con un top luccicante, tutta sola, di sera? Senza neanche un figlio per mano, un passeggino?
- Veramente è un pezzo che non vado in giro con il passeggino. E sono sola perché siamo in partenza per il mare domattina presto, i ragazzi dormono... il top luccicante, be' quello è perché dentro di me abita una signora cafona che aggiunge sempre uno strato brilluccicoso, un accessorio di troppo, uno strass grosso come un'oliva. Ha accoppato quella voce da sciura che le diceva di vestirsi, andare allo specchio e togliere qualcosa, quella piccola cosa di troppo, cacchiate tipo less is more. Less is less. Quanto all'essere qui in realtà è perché torno adesso dalle Sentinelle in piedi.
- Le Sentinelle di che?
Si sa che la sintesi non è il mio dono principale (e neanche la sobrietà, se è per questo) ma la faccia fatta dai miei interlocutori mi ha indotta a cercare di spiegare brevemente - quanto può durare al massimo la conversazione media di strada con amici (purtroppo) non molto frequentati? - la manifestazione contro la legge Scalfarotto alla quale avevo appena preso parte. È stato un esperimento interessante, è strano parlare con persone colte e intelligenti, e informate, ma non esattamente addentro la questione, come è normale che sia per chi non è particolarmente militante. La prima reazione è sempre "ma che t'hanno fatto i gay?".

PRECISAZIONI PRELIMINARI
Bisogna armarsi di pazienza, sperare che anche l'interlocutore ne abbia, tirare su le maniche della camicia - anche se si indossa un top - e spiegare svariate cosette. Precisare intanto che non si predilige la parola gay, che vuol dire contento, e che quindi è subdolamente allusiva a una presunta maggiore allegria delle persone omosessuali. Chiarire poi che non si ha assolutamente niente contro di loro. Puntualizzare che sì, certo, si è sentito il Papa che diceva chi sono io per giudicare. Annuire diffusamente nel breve intermezzo sulla simpatia di Papa Francesco. Infilare astutamente la precisazione che la frase del Papa simpatico - glissare sulla questione che anche i suoi predecessori lo erano, e uno lo è ancora - andava avanti con una precisa e pesantissima accusa sulle lobby omosessuali totalmente trascurata dai mezzi di informazione, perché il giornalista collettivo non ha una grande personalità e si muove in branco per essere sicuro di non sbagliare e di non prendere troppe iniziative che poi magari tocca pensare.

SCALFAROTTO CE L'HA CON ME
Passare poi all'azione, e chiarire che se io non ce l'ho con Scalfarotto, evidentemente è lui che ce l'ha con me, perché mentre io non voglio togliergli né la parola né la libertà di fare quello che vuole nella sua vita privata, la legge che porta il suo nome al contrario vuole istituire il reato di opinione, ciò che soprattutto per un giornalista non è una gran bella cosa. Esemplificare all'interlocutore perplesso alcune delle espressioni che le lobby omosessuali vorrebbero perseguibili penalmente, e dico penalmente. Cose molto aggressive tipo "un bambino per crescere in modo sano e armonioso ha bisogno di un padre e di una madre". Spiegare che al limite qualcuno può anche non essere d'accordo, ma certo nessuno potrà impedirmi di dire che la penso così, prevedendo per me addirittura il carcere. Ribadire che nessuno riuscirà a costringermi, neanche con la minaccia di una denuncia, a usare l'espressione "maternità di sostegno" invece che per esempio "utero in affitto".

L'IMPORTANZA DELLE PAROLE
Spiegare che le parole sono importanti, e che impormi di dire "maternità di sostegno" serve a far dimenticare che dietro ogni tenero pupetto neonato consegnato tra le braccia di una coppia omosessuale c'è la sofferenza di una madre che  viene pagata per tenere in pancia un bambino che al momento del parto non le verrà neanche appoggiato sul seno, la violenza fatta a un bambino che a un certo punto, in un secondo, dall'istante del parto non sentirà più il battito del cuore sotto al quale è vissuto per nove mesi, e dal quale in modo confuso e profondissimo credeva che sarebbe stato protetto, un bambino che non berrà il latte della sua mamma, non potrà toccare il suo seno giocandoci (a volte fino alle elementari) e annusandolo. Per non parlare delle svariate altre combinazioni possibili in molte parti del mondo, tipo ovuli e spermatozoi donati - leggi venduti - e bambini condannati all'angoscia di non sapere chi fossero i nonni, come si siano conosciuti, quale era il piatto preferito del nonno, la lingua della nonna, senza sentirsi raccontare mille volte di quella volta che lo zio cadde dall'albero.

CHE MALE C'È
Di solito l'interlocutore medio sul tema ha solo una vaga e diffusa opinione tipo "che male c'è se gli omosessuali hanno figli", ma se appena provi a spiegare che male c'è, quanto male, letteralmente, quanto dolore, è facile che alcune certezze vengano incrinate. La maggior parte della gente la pensa come noi, se appena si smaschera quanto costa il giochino del bebè alla coppia omosessuale. La maggior parte della gente è contro le adozioni agli omosessuali, perché tutti siamo nati da un padre e da una madre, per quanto limitati e sbagliati e criticabili, ma anche criticarli è un diritto che viene tolto a chi non avrà un modello maschile e uno femminile in casa. E la totalità della gente o quasi, credo, è contro la possibilità del carcere per chi esprime un'opinione.

CONCLUSIONE: RISCOPRIRE LA MILITANZA
Il problema è che bisognerebbe fermarsi a parlare con tutti, uno per uno, e rivoltare luoghi comuni, pilastri del politicamente corretto, smascherare le bugie e tirare fuori il coraggio di pensare con la propria testa senza paura di offendere. Bisognerebbe fare una specie di lavoro porta a porta con tutti quelli che incontriamo, parlare con il coraggio di dire le cose più semplici ed evidenti. Tipo che i bambini vogliono il babbo e la mamma.
0 Commenti

BIGNAMI DELLA POLITICAMENTE CORRETTO: L'ASSURDO CONCETTO

6/8/2014

0 Commenti

 
Benvenuti nell’epoca del lessico zuccheroso, del detto ma soprattutto del non detto, della velatura preventiva verso ogni espressione che odori anche solo lontanamente – orrore – di verità. Benvenuti, insomma, nell’epoca del politicamente corretto, delle menti obbedienti a leggi non scritte ma osservate, ahinoi, da quasi tutti. Leggi accomunate dal paradigma onnicomprensivo dell’opportunità, per il quale non esistono più il buono o il cattivo, ma solo ciò che è conveniente e ciò che non lo è. Accade così che alcune parole – ritenute inopportune a priori, per quel che dicono e quel che sottendono – subiscano una censura progressiva fino ad essere, ormai, pressoché definitiva. Quali sono queste parole? L’elenco sarebbe lungo, ma è importante tenerne a mente almeno una decina, il salvagente più affidabile per fare sempre – sia che si stia discutendo con un collega, un amico o col vicino di casa – la figura della persona perbene e al passo coi tempi. E’ altresì fondamentale capire come queste parole siano, di fatto, la sostituzione di altre ritenute superate, o addirittura pericolose.

Da Dio a io

La prima parola è io, da sostituire il più possibile alla parola Dio: conviene non parlare troppo e meglio ancora non parlare mai – raccomanda il bon ton politically correct – di Dio, mentre è sempre opportuno parlare di sé, dei propri desideri e sogni: dal teocentrismo all’egocentrismo, sempre e comunque. E se proprio si vuole parlare di Dio, è opportuno farlo specificando che si tratta del “mio” Dio, in quanto frutto della mia immaginazione o comunque, anche se reale, subordinato alla mia esistenza e non io alla Sua. Nell’epoca delle parole sussurrate, Dio è dannatamente ingombrante, impegnativo, ben oltre i limiti della buona educazione. La musica cambia, invece, quando si parla di sé. E’ cioè sempre bello confrontarsi su cosa si intenda realizzare nella propria vita, mentre è sconsigliabile fare altrettanto sul dopo, tanto più se questo implica l’ipotesi di essere sottoposti ad un qualche giudizio divino. Tesi inconcepibile, per il politically correct.

Da doveri a diritti

E’ poi bene, se si vuole apparire impegnati, soffermarsi il più possibile, e alla prima occasione, sul tema dei diritti tralasciando il più possibile quello dei doveri: esiste il diritto a fare questo, ad ottenere quello, ma nessun dovere sul quale valga la pena riflettere: bene la conquista di nuovi diritti, male la salvaguardia di antichi doveri. Ne consegue che se un tempo i figli venivano cresciuti con i genitori intenti a trasmettere loro anzitutto il senso del dovere, oggi è importante che tutti sappiano che non solo – come pare sacrosanto – ciascuno ha dei diritti, ma ognuno è titolato ad inventarsene sempre di nuovi. Guai, invece, a ricordare che vi sarebbero tutta una serie di doveri: se lo si fa, si cessa immediatamente di essere persone stimate e ci si sente ricordare, qualunque cosa questa espressione significhi, “che siamo nel 2013”.

Dal giudizio all’opinione

E vediamo ora un passaggio chiave dei nostri giorni: l’abolizione del giudizio, di ogni giudizio, in favore dell’opinione. Nulla e nessuno è giudicabile. Non si può infatti giudicare nessuna azione in quanto sempre determinata, insegna il politicamente corretto, da cause esterne se non perfino accidentali. Non si può giudicare il furto (se uno ruba, è colpa di chi lo ha messo in condizioni di dover rubare), non si può giudicare il divorzio (se fra due l’amore finisce, non è colpa di nessuno), non si può giudicare l’aborto (se una donna non vuole tenere suo figlio, è libera di farlo e guai a chi fiata), non si può giudicare più quasi nulla. Nemmeno se si precisa che il giudizio è sull’azione prima che sulla persona: nulla da fare. Al massimo, se proprio si desidera intervenire, è doveroso precisare che s’intende esprimere “solo un’opinione”.

Dalla tradizione al cambiamento

Altro passaggio fondamentale è quello che impone di soffermarsi sempre, a priori, sul cambiamento in antitesi a tutto ciò che sia, anche lontanamente, riconducibile alla tradizione. Nella mentalità dominante il cambiamento viene difatti percepito quasi sempre come positivo – è buono cambiare partner, bello cambiare città, giusto cambiare aria, utile cambiare amici, possibile cambiare sesso – mentre la tradizione evoca immediatamente scenari polverosi, cupi, funerei o, bene che vada, meccanici e rituali. Per questo, se ci tenete rimanere al passo coi tempi, parlate sempre di cosa intendete cambiare e poco, pochissimo, di ciò che avete ereditato (si tratti di valori, di insegnamenti o di oggetti non fa differenza) da chi vi ha preceduto e siete intenzionati a conservare.

Dalla patria al mondo

Se col processo di globalizzazione la patria di ciascuno è diventata – o sta diventando – il mondo, grazie al nostro politically correct ci resta solo più il mondo senza più patria: da cittadini locali ad apolidi globali. E per chi osasse evocare l’importanza di avere – e magari pure di difendere – una patria, si solleva subito, quando va bene, l’accusa di essere un nostalgico del fascismo che non comprende il già citato ed entusiasmante cambiamento; come se la terra dei padri fosse invenzione mussoliniana o comunque di provenienza esclusiva di una certa fazione politica. Conseguenza rilevante di questa impostazione culturale è – insieme a quella di “cittadino” – l’estinzione del concetto di “straniero”, il cui impiego attira l’immediato sospetto di essere adepti di Mario Borghezio.

Dal progetto ai viaggi

Senza patria e con la necessità di cambiare (non vorrai forse restare indietro!), l’uomo contemporaneo si trova evidentemente impossibilitato a predisporre, per la propria vita, qualsivoglia progetto, mentre è incentivato a imbarcarsi continuamente in nuovi viaggi. Che siano viaggi turistici, viaggi studio, viaggi di lavoro o viaggi nei paradisi artificiali delle droghe, alla fine, conta relativamente: l’imperativo è viaggiare. A prescindere. Non viaggi? Non sai cosa ti perdi, è l’ammonimento che il politically correct lancia verso chiunque osi ricordare che la vita, prima che sulla trasferta esotica, si basa su un progetto; non sull’aeroporto più vicino ma su un orizzonte più ampio; sulle fondamenta di una casa e non sulla stanza di un albergo sempre occasionale e diverso dal precedente.

Dall’Amore al feeling

Diretto effetto di una concezione effimera della propria terra e della propria vita è, in salsa politicamente corretta, un forte ridimensionamento anche dell’Amore, parola – come “Dio” – troppo impegnativa da utilizzare e dunque da vivere. Nel tempo del cambiamento e dei viaggi continui com’è infatti possibile soffermarsi sul quello che, fra tutti, è il progetto per eccellenza nonché quello che fonde l’io col “noi”? E’ impossibile. Per questo, il politicamente corretto, nel costruire delle relazioni, ci suggerisce di dare più importanza al feeling, ossia alle sensazioni e al benessere, che diventano così i soli metri di valutazione. Viceversa, chi tentasse di vivere o addirittura di parlare con altri dell’Amore passerebbe come minimo per tardivo esemplare di figlio dei fiori. Non conviene.

Dalla famiglia alla coppia

L’opportunità di non parlare o di non interrogarsi troppo dell’Amore privilegiando il feeling, è seguita da quella di mettere il più possibile in secondo piano la famiglia in favore della coppia. Si tratta di un’eclissi – anche in questo caso – terminologica e culturale insieme: “farsi una famiglia” è difatti soppiantata, come espressione, dalla più agile “essere in coppia”. Questo principalmente per ragioni di maggiore inclusione: la famiglia definisce l’unione di un marito, una moglie ed eventuali figli, mentre sotto l’etichetta della “coppia” può essere ricompresa, all’insegna della citata legge del feeling, qualsiasi forma di unione: uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, uomo e bambino – come si augurano i sostenitori della legalizzazione della pedofilia – e via di questo passo. Ulteriore superamento della famiglia è poi l’impego del termine, decisamente rassicurante e politicamente corretto, di “famiglie”.

Dal sesso al genere

Inevitabile conseguenza del sentirsi continuamente in viaggio e quindi in mutamento, è la necessità di sostituire la categoria del sesso, notoriamente binaria e definitiva, con quella ben più varia e provvisoria del “genere”. Detta sostituzione si sta verificando anche grazie all’alleanza fra la teoria del gender – che in chiave materialista sostiene la derivazione di ogni umana natura dalla cultura (uomini e donne non si nasce, ma si diventa) – e il nostro politically correct, che provvede a neutralizzare qualsivoglia forma di obiezione alla cultura gender attraverso la sempre efficace accusa di fondamentalismo religioso. Come se il fatto di essere maschio o femmina fosse artefatto confessionale e non, come invece è, un dato di realtà come tale verificabile da chiunque osi discutere i dettami della cultura dominante.

Dalla verità alla libertà

Ultimo e fondamentale concetto da tenere a mente per diventare affidabili esponenti del politicamente corretto e, dunque, persone di un certo livello, è quello che concerne la rimozione della verità in favore della libertà. Già accennato nell’avvicendamento dal giudizio all’opinione, questo aspetto configura l’atteggiamento che un buon seguace del politically correct non dovrebbe mai perdere di vista, ossia quello di mettere sempre in discussione l’idea di verità generale e di non discutere mai quella di libertà individuale; più che un criterio o di una sostituzione terminologica simile alle precedenti, siamo qui in presenza di un dogma. Perché nel tempo del politicamente corretto, anche grazie alle grandi possibilità comunicative, ciascuno è libero di dire qualsiasi cosa. Purché non pretenda di avere ragione o di affermare che la libertà di ognuno, anche nei confronti di se stesso, debba essere limitata. Sarebbe davvero qualcosa di politicamente scorrettissimo.

di G. Guzzo
Dal sito Il paradigma
(link)

0 Commenti

    Feed RSS

    Archivi

    Febbraio 2026
    Gennaio 2026
    Novembre 2025
    Settembre 2025
    Febbraio 2025
    Gennaio 2025
    Luglio 2024
    Giugno 2024
    Novembre 2023
    Ottobre 2023
    Settembre 2023
    Agosto 2023
    Febbraio 2023
    Dicembre 2022
    Luglio 2022
    Gennaio 2022
    Novembre 2021
    Luglio 2021
    Giugno 2021
    Maggio 2021
    Novembre 2020
    Aprile 2020
    Agosto 2019
    Novembre 2018
    Ottobre 2018
    Agosto 2018
    Gennaio 2018
    Dicembre 2017
    Agosto 2017
    Luglio 2017
    Giugno 2017
    Maggio 2017
    Aprile 2017
    Dicembre 2016
    Novembre 2016
    Ottobre 2016
    Settembre 2016
    Agosto 2016
    Luglio 2016
    Marzo 2016
    Febbraio 2016
    Gennaio 2016
    Dicembre 2015
    Novembre 2015
    Ottobre 2015
    Settembre 2015
    Agosto 2015
    Luglio 2015
    Giugno 2015
    Maggio 2015
    Aprile 2015
    Marzo 2015
    Febbraio 2015
    Gennaio 2015
    Dicembre 2014
    Novembre 2014
    Ottobre 2014
    Settembre 2014
    Agosto 2014
    Luglio 2014
    Giugno 2014
    Maggio 2014
    Aprile 2014
    Marzo 2014
    Febbraio 2014

Foto