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CHARLIE CHARLIE CHALLENGE, LA MINI-SEDUTA SPIRITICA CHE DILAGA SUL WEB...

27/5/2015

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Charlie Charlie Challenge, la mini-seduta spiritica che dilaga sul Web
Bastano un foglio di carta e due matite, poi si recita la formula: "Charlie, sei qui?". E lo spirito, a volte, risponde...

Charlie Charlie Challenge. Meglio con hashtag, forse #charliecharliechallenge. In ogni caso chiamalo, se vuoi, Charlie. Chissà se il fantasma ti risponde. È un gioco da brividi quello che in poche ore è diventato virale, con video su YouTube e Vine, post su Facebook e discussioni su Twitter.

Impazza fra gli adolescenti di tutto il mondo, arrivano filmati dall'Australia al Brasile. Bastano un foglio di carta e due matite, da appoggiare a croce così da dividere il foglio in 4 quadranti.

In due bisogna scrivere 'Yes', negli altri 'No', più o meno come appare nell'immagine qui sotto. Pare che non sia fondamentale l'ordine, l'importante è che le due affermazioni si 'guardino' in diagonale.

Preparata la tavola, si può cominciare con la mini seduta spiritica. Il primo passo da compiere è chiamare il fantasma Charlie, usando la seguente formula: “Charlie, Charlie, sei qui?”.

In teoria, lo spirito dovrebbe mostrare la sua presenza spostando la matita verso la risposta. Una volta palesatosi, è possibile rivolgergli qualsiasi domanda, a patto che, ovviamente, la replica possa esaurirsi in un 'sì' o un 'no'. E a questo punto, curiosando in Rete, si scopre quali sono i quesiti che i ragazzi vogliono veder risolti.

C'è chi chiede quando uscirà l'ultimo disco di Justin Bieber, piuttosto che qualche indiscrezione sugli One Direction. Insomma, gli adolescenti usano Charlie come gola profonda del gossip internazionale. Il che, par di capire, toglie un po' di suspence al tutto. Anche se, chiaramente, sul Web circolano pure video decisamente più inquietanti.

Il Charlie Charlie Challenge non è per nulla un inedito: si ispira a un'antica tradizione messicana che, par di capire, sarebbe più complessa rispetto alla versione social. In proposito, c'è un post di spiegazione che gira in Rete: “Quello che la gente non sa – si legge – è che non si entra in contatto con un solo spirito, ma con un vero e proprio gruppo di anime. Questi demoni sembrano amichevoli in un primo momento, ma hanno in mente progetti cattivi”.  E qui nasce il problema: “Se alla fine della seduta non si dice 'addio' a Charlie, si possono cominciare a sperimentare esperienze poco piacevoli, come sentire voci, avvertire movimenti, ombre, risate sinistre”. È  un crescendo di tensione: “Questo gioco non è sicuro e sconsiglio di farlo a chi non sa a che cosa può andare incontro. Non dire 'addio' a Charlie apre un contatto che permette ai demoni di entrare in casa vostra e di portarci il caos”. Insomma, un tocco di mistero ed esoterismo non guasta mai. Nel dubbio: 'Addio Charlie'.
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SI ALLE NOZZE GAY, UNA SCONFITTA PER L'UMANITA' 

26/5/2015

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Santa Sede: "Sì a nozze gay, una sconfitta per l'umanità"
Il segretario di Stato vaticano Parolin: "Triste per l'esito del referendum in Irlanda". "Su Stefanini il dialogo è aperto”


Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha definito le nozze gay "una sconfitta per l'umanità". Lo ha detto intervenendo al premio internazionale 'Economia e Società', a Palazzo della Cancelleria, a Roma. "Sono rimasto molto triste di questo risultato, la Chiesa deve tener conto di questa realtà ma nel senso di rafforzare il suo impegno per l'evangelizzazione". "Credo che non si può parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell'umanità", ha aggiunto Parolin sul sì ai matrimoni gay in Irlanda.

Il segretario di Stato vaticano ha anche fatto riferimento alle parole dell'arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, dopo la vittoria dei 'Sì' ai matrimoni gay al referendum irlandese. "Come ha detto l'arcivescovo di Dublino - ha detto ancora - la Chiesa deve tenere conto di questa realtà ma deve farlo nel senso che deve rafforzare tutto il suo impegno e tutto il suo sforzo per evangelizzare anche la nostra cultura. Credo che non si può parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell'umanità". "La famiglia - ha anche detto in risposta a una domanda su come procedano i lavori del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che in questi giorni ha messo a punto il nuovo Instrumentum laboris - rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difendere, tutelare e promuovere la famiglia perché ogni futuro dell'umanità e della Chiesa anche di fronte a certi avvenimenti che sono successi in questi giorni rimane la famiglia". "Colpirla - ha proseguito - sarebbe come togliere la base dell'edificio del futuro”.
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COSA MANCA A VITO MANCUSO PER ESSERE UN TEOLOGO CATTOLICO?

26/5/2015

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Cosa manca a Vito Mancuso per essere un teologo cattolico?

Se ponessimo la domanda: “Che cosa manca a Vito Mancuso per essere un teologo cattolico”, molti risponderebbero ricordando il rifiuto dei principali teologi –come abbiamo mostrato– a considerarlo tale (compresi i suoi formatori). Altri ricorderebbero il suo credo gnostico e panteista: proprio recentemente ha sostenuto che «occorre approdare alla convinzione che la Terra sia un unico organismo vivente chiamato Gaia». Altri ancora si soffermerebbero sul suo ateismo filosofico dato che l’editorialista di Repubblicasostiene che i miracoli, compresi quelli evangelici, non sono opera di Dio ma «sorgono dal basso, dall’energia della mente umana».

In realtà quel che principalmente manca a Mancuso è proprio la fede cattolica, non aderendo a nessun fondamento del cattolicesimo (dal peccato originale al principio di autorità della Chiesa e della lettera biblica, fino alla negazione di «circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica» come ha scritto La Civiltà Cattolica). In secondo luogo manca a Mancuso la capacità di essere teologo, come ha scritto il teologo e filosofo Antonio Livi: «è teologo nel senso che insegna Teologia ma l’effettivo contenuto e l’impianto metodologico» del suo pensiero «sono in netta contraddizione con l’idea stessa di teologia».

Un esempio è il suo ultimo articolo/relazione intitolato “Cosa manca alle religioni per accettare l’omosessualità” nel quale ha tentato di confutare gli argomenti delle religioni contrari ai comportamenti omosessuali. Un tentativo non riuscito, nel quale in realtà si è continuamente confuso tra persone omosessuali, inclinazione omosessuale e comportamento omosessuale. Prendiamo in considerazione la sua obiezione alla posizione della Chiesa cattolica: «In ambito cristiano gli argomenti contro l’amore omosessuale sono due: la Bibbia e la natura. Il primo si basa su alcuni testi biblici che condannano esplicitamente l’omosessualità, in particolare Levitico 18,22-23 e 1Corinzi 6,9-10. L’argomento scritturistico è molto debole, non solo perché Gesù non ha detto una sola parola al riguardo, ma soprattutto perché nella Bibbia si trovano testi di ogni tipo, tra cui alcuni oggi avvertiti come eticamente insostenibili. I testi biblici che condannano le persone omosessuali io ritengo siano da collocare tra questi, accanto a quelli che incitano alla violenza o che sostengono la subordinazione della donna. E in quanto tali sono da superare».

L’obiezione del teologo di Carate Brianza è molto debole: mentre i padri della Chiesa (partendo già dall’apostolo San Paolo) non hanno dato applicazione letterale alle immagini violente della Bibbia, mentre hanno progressivamente abbandonato un giudizio negativo sulla donna frutto della mentalità dell’antichità (extracristiana), non hanno invece mai attenuato la forte condanna dell’Antico Testamento verso i comportamenti omosessuali. C’è dunque un giudizio negativo continuo ed ininterrotto nella storia della Chiesa sull’omosessualità e non sarà certo il teologo di Repubblica ad interromperlo. Tanto meno va preso sul serio quando si erge a giudice universale su ciò che andrebbe superato o meno degli scritti biblici. Per quanto riguarda invece l’obiezione rispetto alla non menzione di Gesù, invece, ricordiamo che il Messia non parlò mai nemmeno contro poligamia e incesto, non condannò mai la schiavitù, la massoneria o l’uccisione deliberata degli animali ecc. Questo ovviamente non comporta che i cattolici debbano mettere in pratica questi comportamenti.

Passando al secondo argomento contro cui cerca di opporsi, ha affermato: «c’è un imprescindibile dato naturale che si impone alla coscienza al punto da diventare legge, legge naturale, il quale mostra che il maschio cerca la femmina e la femmina cerca il maschio, sicché ogni altra ricerca di affettività è da considerarsi innaturale. Personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l’attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l’omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un’altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l’argomento contro l’amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere».

Ecco la confusione di Mancuso: è partito parlando di “ricerca dell’affettività”, dunque di comportamento omosessuale, ed è finito parlando di omosessualità come inclinazione che non è frutto di una scelta. Ha mischiato i piani probabilmente non conoscendo nemmeno la posizione della Chiesa: è vero che l’omosessualità è un’inclinazione della persona ma non è affatto ritenuta un peccato dalla Chiesa. Il problema sono invece i comportamenti omosessuali, quelli sì frutto di una scelta, e sono essi ad essere ritenuti un disordine affettivo dalla Chiesa, un’esplicita contraddizione tra l’orientamento fisiologico/anatomico della propria corporeità e la propria psicologia. Un peccato, cioè un inciampo al bene dell’uomo, vivere con questa dicotomia interna è un ostacolo alla propria realizzazione. Banale anche l’argomentazione del sedicente teologo sul fatto che l’omosessualità è presente in natura e dunque sarebbe una variante naturale dell’ordinario: in natura esistono anche un’infinità di inclinazioni dannose, disturbi e perversioni (anche sessuali) e non certo per il fatto che esistano debbono essere ritenute varianti naturali e/o equivalenti dell’ordinario.

La conclusione di Mancuso è la «piena integrazione sociale di ogni essere umano a prescindere dagli orientamenti sessuali. Accettare una persona significa accettarla anche nel suo orientamento omosessuale. Non si può dire, come fa la dottrina cattolica attuale, di voler accettare le persone ma non il loro orientamento affettivo e sessuale, perché una persona è anche la sua affettività e la sua sessualità». Ancora una volta Mancuso si confonde: la Chiesa accoglie qualunque persona con orientamento omosessuale, che compia atti omosessuali o meno. Il comportamento omosessuale, tuttavia, lo considera un peccato e invita il soggetto all’astinenza per un cammino ordinato con la sua vera identità, proposta accolta da tanti omosessuali che infatti hanno scoperto così la loro felicità (si veda, ad esempio, la testimonianza di Philippe Ariño).

Nessuna confutazione dunque, anche perché la posizione cristiana è il rispetto della volontà Dio nel crearci maschi e femmine e di donare all’uomo la compagnia della donna, e alla donna la compagnia dell’uomo perché fossero una cosa sola nel cammino della vita. Come ha spiegato Papa Francesco, «la Chiesa offre una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità». In ogni caso non ci aspettavamo poi molto da Vito Mancuso. Se un teologo è colui che è capace di «mantenere la religione legata alla ragione e la ragione alla religione», secondo la definizione data recentemente da Benedetto XVI, allora hanno ragione tutti coloro che rifiutano di riconoscerlo come tale.

Da Aleteia
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IL TUMORE DELLA BONINO, FRANCESCO E IL MIRACOLO DELL' ''ERBA RESISTENTE''

22/5/2015

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Il trionfalista che è in me ha fatto un sogno. Emma Bonino aveva un cancro, il Papa la chiamava, ci scherzavano su dicendo che l’erba cattiva non muore mai, e lui le diceva che comunque avrebbe pregato per la sua guarigione. E poi il tumore andava via come per un miracolo. Emma si convertiva e lo diceva da Radio Radicale e cominciava l’anno santo mano nella mano con il Papa.

Ora, il crociato trionfalista che è in me, quello che il Papa ha condannato il 29 maggio 2013 dicendo che “il trionfalismo ferma la chiesa”, s’è preso una bella botta in testa. Perché tutto quello che ho scritto sopra è vero, miracolo compreso. Ma Emma non s’è convertita — o per lo meno non è dato sapere — e noi siamo qui a dire perché a lei sì e a noi credenti normali qualsiasi che arranchiamo per le corsie d’ospedale, invece no. Invece a noi le prognosi riservate vanno sempre a finire con esito infausto e, a volte, pure un po’ prima del previsto. La telefonata del Papa a Emma era del 2 maggio perché lei aveva detto, il 12 gennaio, di avere un cancro. E ora “sparita ogni traccia di cancro”: il tumore è in remissione.

Così mi fermo, apro gli occhi, e rimetto a dormire il piccolo crociato trionfalista che c’è in me. E vedo che, come tutte le storie umane, anche questa è una storia divina. Non parlo del miracolo della guarigione, perché forse non è stato un miracolo. Non sono un medico, non so fare diagnosi, non so leggere referti e neanche il cuore dell’uomo perché non sono Dio, ma mi sento di dire che l’ultima riga, quella della conversione di Emma, è un sogno.

Però voglio separare il sogno dal trionfalismo. Facciamo così: Gesù, a me non interessa sapere se Emma si convertirà. Facciamo che non lo saprò mai. Però questo sogno — quello della sua conversione — non lo voglio mettere nel cassetto. Non solo perché i sogni sono importanti, che per lo meno ci fanno svegliare con il sorriso o servono ad iniziare e a finire bene una giornata. Il fatto è che nessuno sa cosa succede nel cuore di Emma Bonino: già a stento sappiamo cosa c’è nel cuore di ciascuno di noi. Io, il mio sogno, in segreto glielo auguro. In ogni caso che sappia valorizzare non di aver ricevuto la telefonata del Papa ma la telefonata di qualcuno che gli è stato vicino.

Perché, sulle cose vere, noi abbiamo solo la vicinanza a tirarci fuori dal dolore o dalla paura. La telefonata c’è stata e questo è un miracolo che ciascuno di noi deve saper riconoscere, con la fede o senza la fede, perché se Dio è amore, allora una telefonata d’amicizia assomiglia tremendamente a Lui. Se le preghiere più belle sono quelle piene di grazie, allora la gratitudine è una preghiera bellissima, e il mio sogno è che Emma sappia dire grazie. Perché per me, se qualcosa si è mosso in questa storia, assomiglia al battito di Dio. Troppo poetico? Troppo da sognatore? Però è la realtà. La telefonata c’è stata. Il coraggio è venuto. L’erba resistente — ci ha scherzato il Papa con lei al telefono — ha resistito. La guarigione è avvenuta. Allora è la realtà che assomiglia ai miei sogni. Io che ci posso fare? Sono contento e quando uno scrittore è contento, scrive.

​
Don Mauro Leonardi
Dal sito il Sussidiario
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GRAZIE A TUTTE LE MAMME, TESTIMONI DELL’AMORE

10/5/2015

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GRAZIE A TUTTE LE MAMME, TESTIMONI DELL’AMORE

Cari amici lettori, domenica 10 maggio si ricordano, in diversi Paesi del mondo, le nostre mamme. Non è una festa religiosa in senso stretto, quella della mamma, ma ha molto a che fare con la fede. Perciò ne parliamo su questo numero di Credere. A partire dalla storia di copertina (*): Costanza Miriano, giornalista, scrittrice e mamma di quattro figli, non aveva un grande desiderio di essere madre, «ma quando mi è successo», confessa, «ho capito che ero progettata per quello, ed è stata una gioia totale, sconvolgente». La stessa gioia di cui parla Gesù nel Vangelo per ricordarci il significato pasquale della vita cristiana: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Giovanni 16,21-22). Essere cristiani è in questo passaggio dalla morte alla vita, dal dolore alla gioia, uniti a Cristo, che si è lasciato crocifiggere per amore dell’umanità, e risorti con lui alla vita nuova della grazia.

Di questo passaggio (Pasqua significa appunto passaggio) parlano anche altre storie di madri che raccontiamo in questo numero: Giovanna De Ponti, malata di sla, che confida: «Ogni sera chiedo al Signore di farmi morire e a mio marito di venirmi a prendere, e ogni mattina ringrazio perché sono ancora viva per compiere qualcosa di buono»; Maria Angela Di Mauro, che è rimasta incinta pur non potendo avere figli, grazie all’intercessione di suor Maria Cristina Brando; L.G., profuga cristiana di origine eritrea, che ha partorito la sua bambina a bordo della nave Orione della Marina militare.

Ogni madre testimonia la Pasqua del Signore. Ed è bello festeggiare in questo tempo pasquale tutte le mamme e la stessa madre di Gesù, Maria. In una sua catechesi papa Francesco ha ricordato che «una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale. Le madri trasmettono spesso anche il senso più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara».

Concludo con un grande grazie alle mamme, usando ancora le bellissime parole del Papa: «Carissime mamme, grazie, grazie per ciò che siete nella famiglia e per ciò che date alla Chiesa e al mondo. E a te, amata Chiesa, grazie, grazie per essere madre. E a te, Maria, Madre di Dio, grazie per farci vedere Gesù».

(*)
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