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PERCHÉ SCANDALIZZARSI DEI 15.000 BAMBINI ABORTITI E BRUCIATI NEGLI IMPIANTI ENERGETICI DEGLI OSPEDALI?

26/3/2014

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Tutti si sono stracciati le vesti, ma per gli Stati in cui l’Ivg è legale, compresa l’Italia, i bambini abortiti sono considerati “rifiuti organici”

​La notizia dei 15 mila bambini abortiti e bruciati negli impianti energetici di 27 ospedali inglesi è finita sulle pagine di tutte le principali testate del Regno Unito.
Uno dei principali ospedali del paese, l’Addenbrooke di Cambridge, ha incenerito 797 bambini, mentre l’impianto dell’ospedale di Ipswich, gestito da privati, ne ha bruciati 1.101 tra il 2011 e il 2013. Questi venivano da altri ospedali e servivano per produrre energia, ma l’aspetto che ha destato più scandalo è che questa pratica fosse conosciuta e tollerata.

COME I CEROTTI. La scoperta del canale televisivo Channel 4 “Dispatches”, oggetto di una puntata andata in onda ieri sera, è stata definita dal ministro della Salute, Dan Poulter, una pratica «totalmente inaccettabile». Insieme a lui anche diverse donne intervistate, fra cui l’attrice Amanda Holden, che nel 2010 ebbe un aborto spontaneo: «È vergognoso pensare che i bambini fossero gettati nell’inceneritore insieme ai rifiuti, come i cerotti o le siringhe». Mike Richards, capo ispettore degli ospedali inglesi, ha detto: «Sono deluso da quello che è successo all’insaputa delle donne e delle mamme».

L’IPOCRISIA SVELATA. La reazione è stata unanime. Ma da dove viene tanto sconcerto se in quasi tutti gli Stati in cui la cosiddetta Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza) è legale, compresa l’Italia, i bambini abortiti sono considerati “rifiuti organici” da gettare via insieme agli altri? Come mai anche chi definisce i feti “grumi di cellule” o “ammassi di tessuti” prova ribellione pensando ai corpi di bambini bruciati negli impianti di riscaldamento? Se chi si è scandalizzato si chiedesse il perché si accorgerebbe di aver ammesso implicitamente che quel “materiale organico” in realtà è il corpo di un neonato.
Allora la brutalità della notizia avrebbe almeno il merito di svelare l’ipocrisia dell’aborto e quella che è solo una delle sue conseguenze. Di cui quei 15 mila inceneriti sono una minima parte, compresa nei circa 200 mila aborti effettuati ogni anno nel Regno Unito.
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PRINCIPI NON NEGOZIABILI, PERCHÉ È GIUSTO PARLARNE

20/3/2014

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Spesso si parla di “valori” non negoziabili anziché di “principi” non negoziabili, ma si tratta di un errore di impostazione.  

Principio vuol dire fondamento e criterio. Il principio è l’elemento che regge e illumina un certo ambito, tiene insieme le cose e le indirizza al loro fine. Cos’è, invece, un valore? Una cosa ha valore quando è apprezzabile. La vita è apprezzabile, ma anche  l’aria pulita o la buona cucina. Essere un valore non vuol dire anche essere un principio. Ciò non toglie che un valore possa essere anche un principio. La vita umana, per esempio, è un valore ma è anche un principio, in quanto è in grado di illuminare con la sua luce l’intera vita sociale e politica. Se si offusca il rispetto della vita non si offusca solo un valore, ma anche altri valori ed altri aspetti della vita che quel principio illumina. 

Il bene comune non è un insieme di valori aventi tutti lo stesso peso, ma è un insieme ordinato. Ciò vuol dire che qualche valore ha una funzione arichitettonica, ossia indica i fondamenti del bene comune e, così facendo, illumina di senso anche tutti gli altri. Senza un criterio non c’è bene comune ma somma di beni particolari e questo criterio ci proviene dai principi non negoziabili. 

Vediamo ora cosa significa “non negoziabile”. Se si tratta di principi, ossia se sono qualcosa che viene prima e che fonda, essi non dipendono da quanto viene dopo ed hanno valore di assolutezza, non sono disponibili. Non sono negoziabili perché assoluti e sono assoluti perché sono dei principi. Si torna così a vedere l’importanza della distinzione tra principi e valori. 

I principi non negoziabili, quindi, sono tali in quanto precedono la società. E da dove derivano? Essi sono non negoziabili perché radicati nella natura umana. Proprio perché fanno tutt’uno con la natura umana, non possono essere presi a certe dosi, un po’ sì e un po’ no: o si prendono o si lasciano. Questa è vita umana o non lo è. Questa è famiglia o non lo è. I principi non negoziabili demarcano l’umano dal non umano e quindi sono il criterio per una convivenza umana.

Da un altro punto di vista, però, essi non sono propriamente dei principi primi, perché non sono capaci di fondarsi da soli. Come abbiamo visto, essi si basano sulla natura umana, ma la natura umana su cosa si fonda?  I principi non negoziabili esprimono un ordine che rimanda al Creatore. 

Se non esistono principi non negoziabili la ragione non trova un ordine che rinvia al Creatore. Essa non incontra più la fede e  la fede non incontra più la ragione. Ciò significa l’espulsione della religione dall’ambito pubblico. La vita sociale e politica sarebbe solo il regno del relativo. Cosa ci starebbe a fare la fede in un simile contesto? Dio si sarebbe scomodato a parlarci per aggiungere la sua opinione alle nostre? 

QUALI SONO
Precisare quali sono i principi non negoziabili è di fondamentale importanza. I testi fondamentali del magistero sono tre. 

Al paragrafo 4 della Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica Congregazione per la Dottrina della Fede (24 novembre 2002) sono indicati i seguenti principi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione, tutela sociale dei minori, libertà religiosa, economia a servizio della persona, pace. 

Nell’Esortazione apostolica post sinodale Sacramentum caritatis sull’Eucaristia del 22 febbraio 2007 (par. 83), Benedetto XVI cita vita, famiglia e libertà di educazione a cui aggiunge il bene comune.

Nel Discorso ai Partecipanti al Convegno del Partito Popolare Europeo del 30 marzo 2006, Benedetto XVI elenca vita, famiglia e libertà di educazione.

Tre principi sono sempre presenti e sempre collocati all’inizio di ogni elenco, in posizione quindi eminente; vita, famiglia e libertà di educazione. Hanno quindi un carattere fondativo: nessun altro dei principi successivi può essere né adeguatamente compreso né efficacemente perseguito senza di essi, mentre non accade il contrario. E’ possibile, per esempio, garantire la tutela sociale dei minori se ai minori si impedisce di nascere? Inoltre che quei tre principi ci pongono davanti a degli assoluti morali, ossia ad azioni che non si devono mai fare in nessuna circostanza. Per gli altri principi elencati nella Nota del 2002 non è così. Per esempio, essa annoverava tra i principi non negoziabili anche una “economia a servizio della persona”. Tuttavia, per perseguire la piena occupazione le strade possono essere diverse. Nel caso, invece, dei tre principi di cui ci stiamo occupando, non ci sono strade diverse. 

C’è solo un altro principio tra quelli elencati nella Nota del 2002 che potrebbe contendere il “primato” a questi tre: il principio della libertà di religione. Però il diritto alla libertà religiosa non è assoluto, in quanto vale solo dentro il rispetto della legge di natura, il cui rispetto è fondamentale per il bene comune. Professare e praticare una religione che contenga elementi contrari alla legge naturale non può essere un diritto né avrebbe titolo morale per un riconoscimento pubblico. 

Da queste considerazione deriva che se mancano i primi tre principi, tutto l’elenco viene meno, mentre se ci fossero solo i primi tre, ci sarebbe già il nucleo portante di tutto il discorso. 

PRINCIPI NON NEGOZIABILI ED OBIEZIONE DI COSCIENZA
Poiché la politica assume sempre di più l’arroganza di contrastare i principi non negoziabili l’obiezione di coscienza oggi è sempre di più un problema politico e non solo morale.

Fanno obiezione di coscienza i farmacisti, che non vogliono vendere la pillola del giorno dopo in quanto ha effetti abortivi,  le ostetriche e i medici che non vogliono collaborare nel praticare aborti, anche se la legge lo permette, gli impiegati comunali, che non vogliono registrare le coppie omosessuali negli appositi registri pubblici o che non vogliono celebrare pubblicamente matrimoni che tali non sono, molti insegnanti che non vogliono piegarsi all’ideologia del gender,  i genitori, quando decidono di non far partecipare i propri figli a distruttivi corsi scolastici di educazione sessuale, i lavoratori che non rinunciano al loro diritto di esibire un segno religioso quando sono in servizio, mentre l’amministrazione da cui dipendono lo vieta, le infermiere, quando reagiscono al divieto dell’amministrazione sanitaria di confortare religiosamente i morenti, invitano all’obiezione di coscienza in Vescovi americani contro la riforma sanitaria di Obama, fanno obiezione di coscienza gli operatori del consultori della Toscana dove adesso dovranno anche somministrare la pillola abortiva.  Ci sono persone che perdono il posto di lavoro per la fedeltà ai principi non negoziabili.

Ora, mi chiedo, perché questo non dovrebbe valere in politica? Perché in politica si dovrebbe comunque arrivare ad un compromesso? E per questo compromesso in politica si dovrebbe anche dimostrare rispetto e deferenza, lodando la persona che è scesa a mediazione come un esempio di saggezza, prudenza e perfino coraggio?

La cosa è ancora più evidente se la si esamina dal punto di vista della testimonianza. Quante volte si dice che il cattolico è in politica per dare una testimonianza. Però, se non esiste la possibilità del sacrificio, se non c’è mai nessun “no” da dire a costo di perdere qualcosa, la testimonianza come si misura? Il vero uomo politico è colui che sa anche rinunciare alla politica. Si è uomini prima e dopo la politica. E’ questo che dà senso alla politica stessa. Se tengo aperto il campo della mia umanità tramite una fedeltà alla retta coscienza che giudica la stessa politica, faccio respirare anche la politica. Molti dicono: non si deve abbandonare il campo (per esempio con le dimissioni) perché in questo modo lo si lascia agli altri e si recede dalla doverosa lotta politica. Ma la politica la si può fare in tanti modi e in tanti luoghi. Senza contare che, anche un eventuale atto di dimissioni per motivi di coscienza sarebbe già un atto politico, denso di possibili conseguenze politiche imprevedibili in quel momento. 

E’ evidente che l’obiezione di coscienza in politica è possibile se in politica si danno principi non negoziabili. L’esistenza dei principi non negoziabili rende libere la nostra coscienza e la politica. Ecco perché oggi c’è la necessità di insistere sui principi non negoziabili in ordine alla obiezione di coscienza in campo politico. Da essa dipende il collegamento della politica con il prima che la precede e la fonda.

In questo modo la politica è costretta a fare i conti con la modernità. Questa, infatti, ha annullato il “prima” e ha preteso di cominciare da zero, nella forma del contratto sociale. Però della modernità fa parte anche Tommaso Moro, che nel 2000 Giovanni Paolo II ha proclamato Protettore dei governanti e dei politici cattolici. 

​Stefano Fontana
da La Nuova Bussola Quotidiana
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IN UNA SCUOLA MATERNA DI ROMA E’ STATA ANNULLATA LA FESTA DEL PAPA’ PERCHE’ UN BAMBINO HA DUE MAMME

15/3/2014

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Il 19 marzo è la festa del Papà e nelle scuole italiane si celebra in quel giorno la festa del papà. In una scuola materna di Roma frequentata da un bambino con genitori omosessuali il problema è stato risolto cancellando la festa del papà e optando per una generica festa della famiglia. Ed è scoppiato il putiferio. Un numeroso gruppo di genitori ha inoltrato protesta al Municipio II, di competenza per l'istituto, e l'assessore municipale ha dato loro ragione dicendo che non è corretto cambiare così il calendario delle attività scolastiche sggiungendo che non è nemmeno educativo per chi non ha il papà. 

La presidente del Forum delle Associazioni Familiari del Lazio a questo proposito ha detto: “Quello che ci sta a cuore non è la polemica fine a se stessa, ma il bene del bambino in questione. Quanti altri bambini in Italia vivono senza avere accanto i propri genitori? Penso ai bambini orfani ad esempio o a molti figli di genitori separati, anche per loro bisognerebbe non vivere questa festa? E dopo? Cancelliamo anche la festa della Mamma per tutti i casi inversi?”. 

Ovviamente le famiglie omogenitoriali sostengono la tesi opposta e sono per l’abolizione di tutte queste feste. 
Come succede quando ci sono tante opinioni la decisione dovrebbe essere presa dalla maggioranza e la minoranza deve acconsentire.
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OPPORSI ALL'IDEOLOGIA OMOSESSUALISTA È POSSIBILE

12/3/2014

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Ha suscitato molto clamore la notizia che il presidente ugandese Yoweri Museveni ha firmato la legge anti gay approvata in parlamento lo scorso dicembre, malgrado le forti pressioni (leggasi minacce) internazionali ricevute.

Tale legge prevede una serie di misure preventive che possono sembrare eccessive, soprattutto agli occhi di un Occidente ormai allo sbando intellettuale, morale e culturale, come l’ergastolo per i recidivi, la denuncia obbligatoria delle persone omosessuali e il divieto di qualsiasi forma di propaganda, ma che riflettono almeno in parte il tentativo di arginare un fenomeno, quello dell’ideologia del gender, che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti e che minaccia seriamente la salute morale e materiale delle popolazioni tutte. In realtà, la inusitata durezza della legge ugandese mira a proteggere soprattutto i minori sia dalla propaganda gay sia dalla violenza a cui possono essere sottoposti; la norma, infatti, tende a punire severamente gli atti di omosessualità “aggravata” (ossia la violenza contro i minori, fenomeno di certo non estraneo al mondo omosessuale vista la forte e statisticamente accertata correlazione tra omosessualità e pedofilia) e la diffusione di messaggi inneggianti al comportamento contro natura.

Eppure, l’Uganda non è l’unico Paese ad essersi accorto della follia collettiva di cui è preda consapevole l’occidente scristianizzato e relativista. È utile fare una breve carrellata delle principali realtà che negli ultimi tempi hanno dato prova di volersi discostare dal comune modo di intendere le relazioni omosessuali. Australia. La Corte costituzionale australiana ha vietato, con un suo pronunciamento, i matrimoni gay nella nazione. La sentenza è uscita pochi giorni dopo la celebrazione dei primi matrimoni gay nella capitale federale, Canberra, dove il Parlamento aveva votato una legge che permetteva il matrimonio tra persone dello stesso sesso. India. La Corte Suprema indiana ha annullato una sentenza di un tribunale di New Delhi che nel 2009 aveva legalizzato l’omosessualità. La decisione è giunta in seguito a diverse petizioni di associazioni religiose contrarie alla depenalizzazione del reato previsto dal Codice penale indiano (introdotto durante l’epoca coloniale britannica), in base a cui sono vietate le relazioni tra adulti omosessuali consenzienti perché considerate contro natura.

Nigeria. Il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge, approvata all’unanimità dal Parlamento nel maggio dello scorso anno, che prevede condanne con pene detentive che possono arrivare fino a 14 anni a «chiunque si registri, operi o partecipi ad attività di club, società ed organizzazioni gay, chiunque abbia una relazione gay pubblica o contragga un’unione civile o un matrimonio con una persona dello stesso sesso».

Croazia. Il referendum promosso dall’iniziativa civica Nel nome della famiglia contro le nozze gay ha registrato la schiacciante vittoria dei sì, malgrado gli appelli del governo, del presidente della Repubblica, di una larga parte dei media e del mondo accademico che nelle settimane precedenti avevano invitato i croati a non avallare questa presunta forma di discriminazione. Interessante notare che i promotori, spalleggiati con forza dalla Chiesa cattolica croata, hanno dichiarato di essere stati spinti a tale iniziativa referendaria dopo che a maggio in Francia sono stati legalizzati i matrimoni gay, «per prevenire che lo stesso accada anche in Croazia». Con questa modifica la Croazia si è unita a Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria e Bulgaria, ossia i cinque Paese dell’Ue che hanno già una definizione e esclusivamente eterosessuale del matrimonio nelle rispettive costituzioni.

​Alfredo De Matteo
da Provita e Famiglia
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«IO, FIGLIO DI DIVORZIATI RISPOSATI, DICO: NEGARE LA COMUNIONE È VERA MISERICORDIA»

11/3/2014

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Pubblichiamo la testimonianza di un uomo, figlio di divorziati risposati, che racconta di come l'impossibilità di accedere alla Comunione sia stata per sua madre la più grande misericordia che la Chiesa potesse concederle. Un'ulteriore prova che le spinte in corso in vista del Sinodo per rendere lecite le seconde nozze sono lontane dalla realtà quotidiana del popolo di Dio. Ovviamente la firma di questo articolo è uno pseudonimo, per garantire la privacy all'autore. 

Caro Direttore,
sono un figlio, ormai adulto, di genitori divorziati, che dopo la separazione hanno avuto altri legami. Le scrivo per testimoniare che il non ammettere questi fratelli e sorelle all’Eucaristia è un vero e proprio atto di misericordia, poiché ciò rammenta loro che si trovano in una situazione di peccato dalla quale devono uscire, e prepara il terreno per una conversione. È questo il caso dei miei genitori, in particolare di mia madre, e di molte altre coppie che ho avuto modo di conoscere.

Ma andiamo con ordine. Avevo quattro anni quando i miei genitori si separarono, dopo sei anni di matrimonio tempestoso. Cinque anni dopo fu loro concesso il divorzio.

Ad eccezione di un particolare di molti anni dopo, cui accennerò in seguito, non conosco molto della vita privata di mio padre - vivevo infatti con mia madre e i rapporti con lui erano molto superficiali - so solo che dopo la separazione ebbe altri legami.

Lo stesso avvenne con mia madre: ella si legò sentimentalmente a un uomo sposato e separato con figli già grandi, per una relazione che durò diversi anni, ma che non si sviluppò in una convivenza, se non per brevi momenti di vacanza nei mesi estivi. 

Avevo quindici anni quando mia madre conobbe un altro uomo, e avviò una relazione molto più seria e che divenne una convivenza more uxorio. Essi acquistarono una nuova casa, accesero un mutuo …  era un rapporto destinato a diventare, almeno nelle intenzioni, stabile.

Nonostante questo tipo di vita, mia madre non perse il contatto con il Signore, e mi educò cristianamente. Cercò perfino di far conoscere la fede al suo convivente, il quale, nato in una famiglia non religiosa, non era praticante.
a sua fortuna fu di incontrare quasi sempre sacerdoti che le facevano presente la sua situazione di peccato. Ella era cosciente di questo fatto, ma non aveva la forza di cambiare vita. In tutti questi anni, quindi, mia madre non poté ricevere l’assoluzione e accostarsi alla Comunione. Andavamo insieme a Messa tutte le domeniche, io facevo la Comunione, lei no, cosa della quale naturalmente soffriva molto. 

A parte rarissime eccezioni, nell’ambiente ecclesiale non fu mai condannata né giudicata, bensì sempre accolta con la massima carità e rispetto. La situazione familiare non provocò alcun problema neppure a me, frequentavo regolarmente l’oratorio, e a partire dagli anni del liceo, i gruppi giovanili cattolici.

La misericordia di sentirsi dire dai ministri di Dio la verità sulla sua vita di peccato preparò nel suo cuore il terreno fertile per il potente intervento di Dio, che si manifestò quando, verso la metà degli anni Ottanta, mia madre iniziò ad andare a Medjugorje. In questo luogo d’immensa grazia la Madonna la invitò, come del resto avevano fatto senza successo diversi sacerdoti in precedenza, a convertirsi e ad abbandonare la vita di peccato. Alle parole dei sacerdoti aveva opposto resistenza, all’invito della Madonna ella rispose con ‘sì’ incondizionato.

Tornata a casa, dopo qualche tempo ella disse al suo convivente che non voleva più vivere nel peccato, e decise di non avere più rapporti intimi con lui, così che poté di nuovo andare a fare la Comunione. Questo fu solo il primo passo, ella infatti comprese che doveva dare di più. Trascorse all’incirca un altro anno, e decise di separarsi dal convivente.

La vita nella grazia aprì gli orizzonti del suo cuore e della sua anima. Improvvisamente comprese di essere ancora sposata con mio padre, e pur non tornando a vivere con lui – egli non aveva fatto un cammino di conversione, e mia madre temeva che si manifestassero certe situazioni negative come ai tempi della vita matrimoniale – ricominciò a parlare normalmente anche con lui. E parlando a me, ella non si riferiva più a lui come ‘tuo padre’, bensì come ‘il papà’.

Sono grato a mia madre per questa sua conversione, poiché con questo che per lei fu indubbiamente un grande sacrificio - non è facile per nessuno vivere da soli – ha testimoniato anzitutto a me il grande valore della purezza e il fatto che il matrimonio è un sacramento, e quindi indissolubile.

Di mio padre, come già detto, non so molto, se non un significativo episodio di molti anni dopo. Un giorno mi confidò di essere innamorato e di avere una ‘fidanzata’, la quale, aggiunse, desiderava conoscermi. Io gli risposi che, per educazione e rispetto della persona, se mi fosse capitato di incontrarla l’avrei salutata e parlato con lei normalmente, aggiunsi tuttavia queste parole: «Papà, ricordati però che sei sposato, e non ti è lecito avere un’altra donna. Non m’importa nulla di ciò che hanno stabilito i tribunali della terra, davanti a Dio sei sposato con la mamma».

Un anno più tardi egli morì d’infarto, e mettendo in ordine il suo appartamento, non trovai alcuna traccia, scritta o di altro genere, che egli avesse una relazione in corso. È quindi assai probabile che quelle mie parole di un anno prima lo avessero colpito, e avesse deciso di interrompere la relazione. Anche in questo caso la grazia del Signore aveva agito, ed egli aveva troncato una situazione di peccato.

Avendo vissuto per molti anni nell’ambiente di persone che vanno a Medjugorje, ho conosciuto molte situazioni difficili con riferimento alla vita matrimoniale, e ho notato che il Cielo agisce sempre come nel caso di mia madre, cioè fa comprendere le situazioni di peccato e invita i peccatori a convertirsi e a cambiare vita. Vi sono stati casi di famiglie sull’orlo della rottura che hanno ritrovato l’armonia; coppie risposate civilmente che hanno intrapreso la procedura di dichiarazione di nullità di uno o di entrambi i matrimoni precedenti, per poi sposarsi in chiesa. Altre coppie sposate civilmente, che non potevano ottenere la nullità, hanno deciso di vivere il rapporto matrimoniale nella castità assoluta - avevano conosciuto l’Amore del Signore, e non volevano più peccare. Ho conosciuto conviventi che, rendendosi conto di vivere nel peccato, proprio come mia madre hanno deciso di separarsi.

In questo modo agisce il Cielo - con misericordia ammonisce il peccatore e lo invita a cambiare vita, poiché, come ha detto esplicitamente Gesù, il matrimonio è indissolubile. Tutto il resto, secondo me, è solo falsa misericordia.

​Franco Rossi
da Una Vox
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IL MIO ALLENATORE SI CHIAMA GESU'

11/3/2014

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Come si rivela nell'allenamento e cosa chiede ai suoi atleti?

La mia vita è cambiata, da bambino, quando ho capito che le situazioni che incontravo nell'attività che gradivo di più, il football, e nello sport in genere erano le stesse dell'esistenza di tutti i giorni.

E, visto quanto mi coinvolgeva il pallone, potevo impiegare le medesime energie in una sorta di “training autogeno” anticipato, per sostenere le difficoltà dell'esistenza.

Ogni mattina, per ciascuno di noi, il suono della sveglia equivale all'inizio di una sfida. Ciascuno di noi può interpretarlo come desidera. Il suono di quella sveglia, per me, è come il fischio di inizio di un arbitro, ogni giorno che comincia somiglia a una partita di calcio da vincere.

L'impressione è quella di scendere sempre in campo in uno stadio affollato. Appena si esce di casa, infatti, troviamo persone con le quali dobbiamo rapportarci, che manifestano consenso, dissenso o indifferenza. Occorre resistere a tanti condizionamenti che mettono in pericolo la nostra autonomia.

Le partite sono uniche e irripetibili. E' così nel football, ci sono incontri in cui devi effettuare cinquanta scatti o venticinque salti, e ci sono match in cui accade esattamente l'opposto: non puoi mai saperlo prima. L'avversario è la vita stessa, che va affrontata nel modo giusto, senza esserne travolti.

A volte, sono gli altri a sferrare sonori calcioni. Altre volte, invece, siamo noi gli scorretti di turno, senza accorgerci di fare male. Ci sono goal segnati, quando le azioni raggiungono un obiettivo; goal subiti, quando ciò non avviene; pali, quando sfioriamo solo la finalità che vogliamo ottenere; e tempi supplementari, se non basta il tempo programmato per risolvere un problema.

L'importante, nelle pause della partita, che esistono se sappiamo cercarle, è ricordare di essere guidati, in panchina, da un Allenatore: E chi può essere, se non Colui che ci ha creato e che, dunque, ci conosce meglio? Il nostro Allenatore, per sempre, si chiama Gesù.

Il segreto del successo è capire, nel bene o nel male, come giocare e quindi come vivere, tendendo l'orecchio verso di Lui, per ascoltare che cosa domanda nei momenti-chiave. E quell'orecchio è spirituale, perché si attiva con il più grande trasmettitore della storia: la preghiera.

Carlo Nesti
​
[Dall'introduzione del volume di Carlo Nesti, “Il mio Allenatore si chiama Gesù. Il Vangelo spiegato attraverso lo sport” (San Paolo]

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DONNA, SOLO IL CRISTIANESIMO TI AMA

8/3/2014

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In occasione dell'8 marzo, festa della donna, pubblichiamo ampi stralci del capitolo "Il cristianesimo e le donne", tratto dal libro di Francesco Agnoli «Indagine sul Cristianesimo»(La Fontana di Siloe, euro 16,50) di cui esce in questi giorni la terza edizione.

Una delle grandi novità storicamente rilevabili apportate dal cristianesimo riguarda la concezione della donna. Sovente secondaria e marginale, almeno in linea di diritto, nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile, presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l’infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio, in tutte le culture antiche, la donna diventa col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell’uomo.  

Scrive l’amico filosofo Tommaso Pevarello: 
“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse” (Genesi, 1, 27). Dio, dopo aver creato il mondo visibile, decide di popolarlo con l’essere più degno: l’uomo.

Il termine “uomo” ha un significato collettivo, cioè si intende ogni essere umano, il quale si divide nei generi femminile e maschile. Questo dato ci deve colpire: la differenza maschile e femminile non viene data in opposizione, bensì in armonia con il fatto che entrambi sono parte dell’unità dell’essere umano. Quindi l’essere vivente si dà in definitiva come “unità dei due”: l’uguaglianza sta nell’essere entrambi “esseri umani”, la differenza sta nel genere maschile e femminile, dato che, come scrisse Edith Stein: “Non solo il corpo è strutturato in maniera diversa, non solo sono differenti alcune funzioni fisiologiche, ma tutta la vita del corpo è diversa; di conseguenza anche il rapporto tra anima e corpo è differente”. Se procediamo nel testo biblico, la creazione dell’essere umano si accompagna al comandamento di Dio: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela”.

Dio affida solo all’uomo e alla donna il “dominio” della terra, dato che solo loro possiedono quella razionalità, quel Logos, frutto della somiglianza con Dio. Ma c’è molto di più: Dio indica loro la capacità di generare, e dunque la sessualità, come un valore da assumere in modo responsabile davanti a Dio, partecipando al progetto creativo divino e permettendone, in un certo senso, la continuazione. 

“Allora il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”; così è descritta la nascita di Adamo (ricordo che Adamo deriva da “adam”, che significa l’uomo in generale). Questi versi sono importanti non tanto per il fatto che l’uomo appartiene alla terra, dato che questa caratteristica è propria anche di molti animali, bensì la peculiarità sta nel fatto che egli riceve la vita da Dio con un “soffio”: anche se l’uomo con la sua corporeità è partecipe della materia, ha l’anima/spirito che non proviene dalla terra ma da Dio e che gli fa acquisire il gradino più alto all’interno della creazione.

“Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.
Emerge qui un dato significativo: l’uomo, pur in mezzo agli altri animali, si sente solo e Dio interviene per fargli superare quella solitudine che “non era cosa buona” e per farlo deve servirsi di un qualcosa che gli sia simile; ritorna il concetto fondamentale dell’antropologia cristiana che vede l’essere umano come “unità dei due”. L’uomo, così come la donna, non esistono “da soli” ma acquisiscono un senso ed una pienezza solo se si pongono “in relazione”… Così termina la parte iniziale del Genesi sulla formazione dell’uomo e della donna. 

Si può concludere, quindi, che l’uomo e la donna sono le uniche creature del mondo visibile che Dio ha voluto per se stesso, che ha voluto rendere “persone”, la cui realizzazione o meglio, il cui “ritrovarsi”, passa attraverso l’esperienza dell’amore e il dono sincero di sé.

Per quanto riguarda la donna, il suo essere dono per gli altri, necessita di due esperienze a lei peculiari su cui si giocherà la propria realizzazione, la propria vocazione: la verginità e la maternità.

Queste dimensioni non possono trovare modello più perfetto della “donna di Nazareth”: Maria, ‘vergine e madre’ ”. Una donna che diviene degna di portare nel suo grembo Dio stesso! Quale importanza più grande poteva riconoscere il cristianesimo al genere femminile! 
Prosegue Pevarello: “L’atteggiamento di Gesù con le donne è molto semplice e forse proprio per questo, in quei tempi, rivoluzionario. “Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna”, e a meravigliarsi non vi erano solo gli scribi, ma gli stessi apostoli! Egli, davanti agli ebrei che rivendicavano il “diritto maschile” di ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, li ammonì di ritornare al “principio”, quando questo non era consentito, quando cioè l’uomo e la donna ancora si amavano con purezza, essendo ad immagine e somiglianza di Dio.

In questo caso Gesù interviene per spazzare via una “tradizione” che si era affermata ma che era contraria alla volontà divina, che in origine non voleva che il maschio dominasse, ma che stabiliva un’uguaglianza tra i due in una sola carne. 

Scorrendo le altre parti del Vangelo si incontrano numerose donne: l’emorroissa che toccando il mantello di Gesù, nonostante sia in mezzo alla folla, è da lui “sentita” e lodata per la grande fede: “La tua fede ti ha salvata”; la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita; la vedova di Nain, cui fa ritornare in vita l’unico figlio e cui rivolge l’affettuoso invito: “Non piangere”. E gli esempi potrebbero continuare, con la Cananea o con il racconto dell’obolo della vedova, in cui Egli la difende contro il sistema giuridico del tempo. Fatto sta che sempre il Figlio di Dio ha per la donna rispetto e compassione.

Pensiamo ancora a quelle categorie che erano pubblicamente disprezzate dal sentire comune del tempo: prostitute, adultere, peccatrici. Anche a loro Gesù porta la sua parola d’amore in grado di cambiare la vita. Alla Samaritana dice: “Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito”, dimostrando così di sapere i segreti della sua vita e in questo modo ella lo riconosce come il Messia e va a testimoniarlo ai suoi compaesani. 
Alla pubblica peccatrice che gli lava con olio i piedi, facendo scandalizzare il padrone di casa fariseo, Gesù dice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”.

Infine il famosissimo episodio della donna sorpresa in adulterio e portata da Gesù per metterlo alla prova: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Questa risposta è così splendida che sorprende tutti, provocando la consapevolezza dei loro peccati, dato che il peccato della donna era anche la conferma delle loro trasgressioni; è così che alla fine rimangono solo Gesù e la donna, la quale viene invitata a non peccare più. 

Marta, sorella di Lazzaro, vede il fratello risorgere dopo aver professato la fede in Gesù: “Sì, o Signore, credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio”.
Saranno ancora le donne ad accompagnare Gesù verso il Golgota e che gli faranno dire: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me”, dimostrando ancora una volta un modo di rapportarsi con il genere femminile che costituisce un’assoluta novità. Ma saranno sempre donne le prime testimoni della Sua resurrezione, con Maria di Magdala incaricata di andare ad avvertire gli apostoli dell’incredibile avvenimento”.

IL MATRIMONIO MONOGAMICO E INDISSOLUBILE

Quali saranno le conseguenze, storicamente parlando, di questa nuova concezione? 
Basterebbe indicarne tre. La prima: il cristianesimo è l’unica religione della storia in cui il rito di iniziazione e quindi  di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne. La seconda: il cristianesimo, condannando l’eposizione dei bambini e l’infanticidio, limita drasticamente una pratica molto diffusa in tutto il mondo, dall’antica Roma alla Cina e all’India di oggi, e avente più spesso come vittime le bambine femmine (vedi capitolo successivo). 
La terza: il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile. Esso quindi sottintende anzitutto la pari dignità degli sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo, o nel suo harem! Non è lecito, in virtù della sua maggior forza, ripudiare la moglie, come un oggetto, né sostituirla con delle schiave! E neppure, ovviamente, il contrario. 

S.Agostino, nell’incipit de La dignità del matrimonio, scrive: “Ciascun uomo è parte del genere umano; la sua natura è qualcosa di sociale e anche la forza dell'amicizia è un grande bene che egli possiede come innato. Per questa ragione Dio volle dare origine a tutti gli uomini da un unico individuo, in modo che nella loro società fossero stretti non solo dall'appartenenza al medesimo genere, ma anche dal vincolo della parentela. Pertanto il primo naturale legame della società umana è quello fra uomo e donna. E Dio non produsse neppure ciascuno dei due separatamente, congiungendoli poi come stranieri, ma creò l'una dall'altro, e il fianco dell'uomo, da cui la donna fu estratta e formata, sta ad indicare la forza della loro congiunzione . Fianco a fianco infatti si uniscono coloro che camminano insieme e che insieme guardano alla stessa meta…”.

Tutta la storia della Chiesa, per quanto riguarda la morale coniugale, tende a salvare proprio la pari dignità tra uomo e donna: vietando ovviamente ogni diritto di vita o di morte dell’uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero consenso degli sposi; innalzando l’età del matrimonio della donna (che per i romani erano sovente i 12 anni); togliendo ai genitori la possibilità di violare la libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito della figlia; combattendo l’abitudine dei matrimoni combinati, soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima; impedendo, in questo caso a tutela della salute dei figli, i matrimoni tra consanguinei…

STERILITA', ADULTERIO E VEDOVANZA

Per capire quanto il matrimonio cristiano muti la condizione femminile basti considerare l’atteggiamento nuovo proposto dalla Chiesa dinanzi alla sterilità della donna, all’infedeltà del maschio o alla vedovanza. 

Tradizionalmente, nel primo caso, in tutte le culture antiche, l’infertilità di coppia veniva addossata alla moglie e giustificava il ripudio o il ricorso del marito ad altre donne, per ottenere il figlio desiderato. Si pensi ad esempio che le donne romane dovevano mettere al mondo almeno tre figli “per poter un giorno, alla morte del padre, essere libere da ogni tipo di tutela sui beni”. Inoltre si ricordi che esistevano cerimonie come i Lupercalia, durante le quali “uomini nudi, armati di cinghie di pelle caprina, fustigavano le donne per combatterne la sterilità”. Ancora nel Settecento intellettuali come l’illuminista Diderot considereranno le donne sterili degne di essere allontanate dal consorzio civile. Nel cristianesimo, invece, “è l’accordo di coppia che costituisce l’essenza del matrimonio e non la fecondità: in esso, infatti, non è più motivo di separazione la sterilità, che nelle società antiche era vissuta sempre come malattia femminile”. In altre parole: un cattolico che si sia sposato e scopra che la moglie non riesce a concepire, non ha mai il diritto di ripudiare o abbandonare la propria consorte, che dunque non perde affatto nulla della sua dignità anche se non può divenire madre (sterilitas matrimonium nec dirimit nec impedit). 

Quanto all’adulterio, nel matrimonio cristiano esso è proibito sotto pena di peccato mortale per entrambi i coniugi: “nella società romana, al contrario, la legge puniva severamente le adultere (il marito aveva diritto di ucciderle, ndr) mentre l’infedeltà dei mariti non era soggetta a sanzioni penali, né a una seria disapprovazione morale. Era anzi pienamente accettato che l’uomo intrattenesse rapporti sessuali con gli schiavi di entrambi i sessi presenti nella casa. Rifacendosi alle radici bibliche, Agostino scrive, sulla traccia di Paolo (I Corinzi, 6, 12-20), che l’eccellenza di una unione fedele è così grande che i coniugi diventano membra stesse di Cristo, per cui mancare alla fedeltà significa prostituire le membra stesse di Cristo”. 

In molte culture non cristiane, ricorda Marzio Barbagli nel suo Congedarsi dal mondo (Il Mulino, 2009), la donna violentata è spesso considerata in qualche modo colpevole anch’essa: “nell’antica Roma non si faceva alcuna distinzione fra adulterio (femminile) e stupro, perché si riteneva che questo rapporto avesse sempre e comunque un effetto contaminante sulla donna sposata, sia che fosse consensuale sia che fosse dovuto ad un atto violento”. Di qui l’esistenza, ancora oggi, in certe culture, della lapidazione per donne violentate (si ricordi il caso divenuto celebre della nigeriana Safiya); di qui l’usanza di molte donne “disonorate”, dall’antica Roma alla Cina, antica e contemporanea, di suicidarsi. Fu sant’Agostino, nel solco della dottrina cattolica, a condannare tale consuetudine, negando che lo stupro “facesse perdere l’onore a una donna e dunque la riempisse di vergogna”. Per Agostino infatti “se una donna subiva violenza, poteva perdere l’integrità del suo corpo, la sua verginità, non la sua castità”! Per questo invitò le donne a non sentirsi affatto colpevoli, imponendo con la sua autorità, nella cultura di allora, questa innovativa distinzione: “Strano a dirsi, erano due (violentatore e violentata, ndr) e uno solo commise adulterio”.

La battaglia della Chiesa per la fedeltà coniugale, per il pudore, per l’autocontrollo degli istinti soprattutto maschili, per la santità del matrimonio, oltre che liberare l’uomo da una concezione animalesca del rapporto sponsale, ebbe quindi l’effetto di nobilitare e liberare la donna. Scrive Aline Rousselle: “Gli uomini (i romani pagani, ndr) non venivano allevati nell’idea di dover esercitare un certo autocontrollo. Per il ragazzo era normale guardare con occhio concupiscente le giovani schiave di casa. Ve ne erano sempre di giovanissime da usare per il proprio piacere. La frequentazione delle prostitute introduceva inoltre un elemento di varietà nei divertimenti amorosi del giovane”. Così anche “le mogli dell’alta società romana non avevano difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o concubine. Talvolta erano esse stesse a scegliere queste ‘socie’ ”, sin dai tempi della Repubblica, dimostrando così di non ritenere neppure loro iniqua una sorta di poligamia del maschio. 

La novità del matrimonio cristiano non toglie, chiaramente, che la maggior forza dell’uomo, e le antiche consuetudini, nonostante la predicazione evangelica e il divieto di Costantino agli uomini sposati di possedere concubine, abbiano potuto continuare in qualche modo a sopravvivere; né che alcuni cristiani abbiano poco compreso questo insegnamento.

Però è innegabile che con la concezione cristiana di matrimonio la storia delle donne prende una strada totalmente nuova. Scrive lo storico medievista Jacques le Goff: “ Si dice spesso che in caso di adulterio non vi è uguaglianza fra uomo e donna. Ora, in un certo numero di casi molto particolari, e spesso molto famosi, l'uomo è stato severamente condannato dalla Chiesa, pensiamo al re di Francia Roberto il Pio o a Filippo Augusto. Roberto il Pio, nei primi anni dell'XI secolo, dovette separarsi dalla seconda moglie, Berta di Blois, poiché il clero lo considerava bigamo (la prima moglie era ancora viva) e incestuoso (i due erano consanguinei in terzo grado). Il papa Innocenzo III, invece, eletto nel 1198, lanciò l’interdetto contro il regno di Filippo Augusto, che aveva ripudiato nel 1193 la moglie, Ingeborg di Danimarca, e aveva sposato Agnese di Merania. Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in Francia, si trovano articoli sulla punizione dell’adulterio che prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero…”. 

E’ opportuno ricordare anche il caso di Enrico VIII: se il papa Clemente VII gli avesse concesso di ripudiare la legittima moglie, Caterina d’Aragona, poiché non era “capace” di dargli un erede maschio, o perché Enrico era ormai innamorato di Anna Bolena, avrebbe evitato di perdere l’intera Inghilterra…invece il papa non ritenne di appoggiare la prepotenza del re inglese, per non violare un principio evangelico, la dignità di Caterina e, con essa, anche quella di tutte le altre donne possibili vittime del capriccio maschile.

Quanto infine alla vedovanza si è visto che i primi cristiani fecero il possibile per riconoscere alle vedove la loro dignità, senza imporre loro di porsi immediatamente sotto il dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi di Augusto. Per fare questo venivano in aiuto anche economico a quelle di loro che avessero voluto rimanere tali. Così a Roma, nel 251, il vescovo Cornelio  assiste millecinquecente vedove e poveri della città, in ossequio all’insegnamento di san Giacomo apostolo: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni”  (Gc. 1, 27).

Francesco Agnoli
da La Nuova bussola Quotidiana
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«IO SONO LA MAMMA NON MI GENITORE UNO»

6/3/2014

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Una madre cancella con un tratto di penna la definizione sui moduli scolastici per l’iscrizione dei figli a scuola. E il suo post su Facebook diventa virale. Lei dice: «Ho provato un grande fastidio»

Si chiama Barbara Bianchi e oggi al Giornale dice che non credeva proprio che il suo gesto trovasse tanti sostenitori. Lei, madre poco più che quarantenne di due gemelli di otto anni, ha corretto e postato su Facebook una foto che ha fatto il giro del web. «Io sono la mamma non il genitore uno. Capito sindaco #Pisapia?», ha scritto accanto all’immagine della sua firma sul documento dell’iscrizione dei figli a scuola. Con un tratto di penna ha cancellato la dicitura “genitore 1″ e l’ha sostituita con la scritta “mamma”. L’immagine ha raccolto molti “mi piace” e condivisioni.

La signora Bianchi racconta al Giornale di essere separata e orgogliosa di crescere da sola quei due figli. Quando ha visto quella definizione non ci ha visto più. «Cosa ho provato? Un grande fastidio. Prima ho cancellato quel “genitore 1″, poi ho scritto mamma e fatto la foto».
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GIOCO D'AZZARDO: QUANDO LO STATO FAVORISCE IL VIZIO

5/3/2014

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Lo Stato permette il gioco d'azzardo (guadagnandoci) poi avvia un programma di contrasto alla dipendenza dal gioco... con cui controlla la tua coscienza

A dicembre è stato redatto il Piano di azione nazionale 2013-2015 (PAN) per delineare linee strategiche operative in merito al fenomeno del gioco d'azzardo patologico (GAP). Il progetto nasce "su proposta e supervisione tecnico-scientifica del Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri". D'accordo che il gioco d'azzardo può diventare come una droga, ma qui la competenza ratione materiae del Dipartimento Antidroga non è pertinente. Questo dipartimento si occupa di una materia – le sostanze psicotrope - che è considerata illecita secondo il nostro ordinamento giuridico. Il gioco d'azzardo invece è legale. Appare paradossale che un'attività legale riceva attenzione da un organo preposto a combattere attività illegali. Questo è accaduto perché un comportamento di per sé innocuo – giocare due lire al gratta e vinci – è diventato, con la benedizione di quello stesso Stato che ora cerca di tamponare le falle, un fenomeno di massa spesso con profili problematici sia sul piano della salute, provocando non di rado dipendenza, sia sul piano della sicurezza pubblica, il giocatore patologico entra in contatto spesso con usurai e il giro di soldi intorno all'azzardo interessa la malavita organizzata, sia sul piano sociale, sfasciando famiglie.

Da qui una domanda molto ingenua: non era più facile vietare il gioco d'azzardo in radice? Oppure, come accadeva una volta, limitarlo ai pochi casinò presenti in Italia? Lasciamo per ora la domanda in sospeso. Nel PAN vengono predisposte una serie di strategie per aiutare le persone vulnerabili ad uscire dal tunnel del gioco, soprattutto tramite supporto psicologico. Ma il Piano di azione interessa anche i comuni cittadini che mai hanno giocato una schedina nella loro vita, dato che sono previste campagne di sensibilizzazione ed interventi nelle scuole. Tutte cose encomiabili, ben inteso, però ci sono alcune iniziative che odorano di bruciato e che svelano il vero volto del nostro ordinamento giuridico, un volto statalista che tutto vede e tutto vuole controllare.

Nel documento del Dipartimento Antidroga ad esempio viene suggerito, come una delle tante soluzioni al problema della dipendenza da gioco, di "sviluppare una piccola applicazione per smartphone per autovalutazione del rischio a cui collegare anche acquisizione di dati comportamentali per ricerca fattori di vulnerabilità". Una sorta di schedatura. La proposta fa il paio con questa iniziativa: da novembre per giocare alle slot machine e al Vlt (Video lottery terminal) ci vuole la tessera sanitaria. Così ti controllano e vedono se sei maggiorenne e quanto spendi. Da qualche giorno è stato esteso anche ai gratta e vinci. Naturalmente – si badi bene – lo fanno per il tuo bene.

Lo Stato poi non interviene solo a danno avvenuto, ma anche in modo preventivo. Siamo nel pieno dell'educazione statale delle coscienze: "Gli interventi preventivi dovrebbero mirare a creare precocemente consapevolezza dell'esistenza di un eventuale problema nelle persone a rischio in modo da indurre comportamenti di autoregolazione e autodeterminazione". Lodevole orientare al bene, male pilotare le coscienze. Nel primo caso la libertà della persona abbraccia il bene volontariamente, nel secondo siamo nel plagio mentale. Il discrimine è sottile, ce ne rendiamo conto, però esiste.

A suffragare simile timore che vede lo Stato come un controllore della nostra vita c'è anche questa ulteriore iniziativa: si prevede la "realizzazione di  un'unità mobile per laboratorio in vivo [sic] per ricerche comportamentali su slot machine e VLT. All'interno di questi laboratori mobili, oltre al rilevamento di comportamenti di gioco sarà possibile rilevare dati neuro fisiopatologici di base con tecniche non invasive". Siamo trattati ormai come cavie umane.

Certo, è la solita ipocrisia di Stato: questo dà una rivoltella ad un bambino ma avvertendolo che si può far male. E' come se un mafioso ti facesse il pizzo ammettendo che non è proprio cosa da galantuomini. Corri pure sui binari – ti dice la legge - ma nel rispetto di alcune precauzioni. Ipocrisia anche perché, non è un mistero, le casse italiane si rimpinguano e non poco grazie al gioco d'azzardo. Lo ammette pure il PAN: "Non va però dimenticato che le offerte di gioco costituiscono un importante settore produttivo dell'intrattenimento nel nostro paese, nonché parte integrante dell'economia legale dello Stato".

Davvero il nostro Stato è il Big Brother che scruta in modo capillare ogni piega della tua esistenza: non solo ti segue in tabaccheria per vedere quanto spendi al superenalotto e che numeri giochi, ma controlla per via amministrativa ogni tuo respiro quando vuoi aprire un'azienda, ti dice per bocca dell'Unione europea in quali cantine invecchiare i salumi e quanto strette devono essere le maglie delle reti da pesca per il pesce azzurro, pianifica strategie nazionali di ogni tipo per contenere i danni del gioco d'azzardo, per contrastare l'omofobia, etc.

C'è dell'altro poi. Il recente disegno di legge sul gioco d'azzardo prevede l'inserimento della cura dei ludopatici nei livelli essenziali di assistenza sanitaria nazionale (alla faccia della spending review e delle priorità in sanità). Cioè paghiamo noi per i vizi altrui. "Chi è causa del suo male pianga se stesso" non è più di moda dunque. Da una parte pare il trionfo del liberalismo, ma ad un'analisi più attenta è ancora una volta vero e proprio statalismo. Infatti lo Stato ti dice: fai quello che vuoi caro cittadino, tanto poi ci pensa mamma stato a rimettere a posto i cocci del vaso che tu hai rotto. Spendi e spandi alle slot machine, poi ti curiamo noi a spese di tutti. Metti al mondo quanti figli vuoi fuori dal matrimonio che c'è lo Stato che metterà una toppa e li tratterà come figli legittimi. Tu non devi rispondere di nulla, nemmeno degli effetti negativi della tue libere scelte. Come far crescere una cittadinanza irresponsabile.

E allora torniamo alla domanda iniziale: non era preferibile non liberalizzare in questo modo il gioco d'azzardo invece che permetterlo e poi curarne gli effetti negativi? No, perché lo Stato, dando corda alle voglie dell'individuo, in realtà lo lega a filo doppio a se stesso, come aveva intuito... Abbandona dunque il cittadino alle sue passioni e bassezze - aborto, divorzio, figli in provetta, gioco d'azzardo e nel prossimo futuro "matrimoni" gay ed eutanasia - e poi lo obbliga, da una parte, a ricorrere a lui per realizzare questi desideri che hanno bisogno per concretarsi di leggi, enti amministrativi, risorse etc. (Rousseau diceva che lo Stato è una grande industria di desideri). E dall'altra lo spinge a ricorrere sempre a lui se qualcosa va storto e se il paese dei balocchi non era così bello come ce se lo si era immaginato: vedi le infinità di reati che nascono dalla rottura dei matrimoni, compresi i casi di femminicidio (seppur come abbiamo evidenziato da queste colonne non esista una vera e propria emergenza in questo ambito), vedi le risorse pubbliche per assistere ex mariti sul baratro della povertà, vedi le sindromi post-abortive e post fivet a carico del servizio sanitario nazionale.

Illudendo la persona di essere libera di fare quello che vuole in realtà crea in lui una dipendenza dallo Stato. Altro che dipendenza da gioco d'azzardo. Siamo come quei cani che felici escono per l'agognata passeggiatina e relativi bisognini, ma tenuti al guinzaglio dal proprio padrone. 

Tommaso Scandroglio
​da La Nuova Bussola Quotidiana
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LA NOSTALGIA PER LA GRANDE BELLEZZA

3/3/2014

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Il film di Paolo Sorrentino vince l'Oscar 2014 come migliore film straniero. Ma cos'è veramente "la grande bellezza"?

Dopo il Golden Globe, La grande bellezza di Paolo Sorrentino, vince l'Oscar 2014 come migliore film straniero. 

Ma cos'è veramente la grande bellezza? Non si tratta, come si è detto e scritto, di un film sulla "Dolce vita" romana dei giorni nostri: è innanzitutto un film sulla crisi. La grande bellezza, come scrive Tracce il 14 gennaio, è il film che forse con più drammaticità pone lo sguardo nella tremenda emergenza umana del nostro tempo. Una realtà, quella scenggiata da Sorrentino, dove il desiderio di bellezza sembra totalmente sommerso dalla "goduria mondana": un fascino di plastica, frammentato nella forma e a volte sconnesso dalla realtà quotidiana. Un fascino ingannevole che non impedisce al protagonista, Jep Gambardella, di aprirsi alla vera bellezza e di lasciarla entrare nel suo cuore attraverso ricordi di gioventù e insoliti incontri, talvolta conditi da nostalgia e dolore. 

La grande bellezza è il ritratto di un uomo che cercando la bellezza con la "B" maiuscola, scopre malinconicamente di essersi attardato tra le occupazioni di poco conto di una “vita sedimentata sotto il chiacchiericcio, tra meschinità e sprazzi di bellezza”. Ma è proprio grazie alla sua disponibilità, a volte incomprensibile, (vedi l'intervista nella tenda dell'artista) ad aprirsi a tutto ciò che gli accade intorno, che si rivela la grande bellezza. Infatti l’oggetto descritto nel film non appare mai, ma si lascia svelare tra i dialoghi. Come quello con la vecchissima suora in odore di santità che gli chiede perché, dopo il romanzo giovanile, non avesse più scritto un libro, Jep risponde: «Cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata». E la suora domanda: «Sa perché mangio sempre radici?». «No. Perché?», chiede Jep. E lei: «Perché le radici sono importanti». Così nella scena successiva Jep è alla ricerca di quelle che sono le "sue" radici: in barca (lui che non lasciava mai Roma), verso l’isola dove da giovanissimo aveva vissuto il suo primo amore per una ragazza «di inesorabile bellezza». La voce del protagonista parla dello «stupore indefinibile della prima volta».

Quello stupore che mette in azione il cuore di Jep, spesso confuso ma sempre assetato della "B" maiuscola. 

da Aleteia
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