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# SENZAIMBARAZZO

15/5/2014

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In inglese si dice «awkward», in italiano «imbarazzante»: la sostanza è la stessa. Guardi una persona disabile, non sai come comportarti. È il momento in cui fare la mossa sbagliata può ferire qualcuno, farlo sentire «diverso». Non è un caso che capiti più spesso con persone che per qualche ragione riteniamo «diverse» (non solo quelle con disabilità).

Ma è una questione di sguardi, di emozioni, di sensibilità: lo spiega con disarmante chiarezza e in modo divertente la campagna dell’organizzazione britannica «Scope», che ha stilato cinque semplicissime regole di comportamento per evitare di offendere, anche senza volerlo, una persona con disabilità. Per mostrarle in modo ancora più chiaro ha girato alcuni video brevissimi e frizzanti, ritmici come spot pubblicitari. 
Ognuno si conclude con un divertente quiz. 

La regola maestra da tenere a mente è «ricorda che sono persone, proprio come te». Scontato? Magari lo fosse. 

E poi: «Non far supposizioni circa quello che ciascuno può fare, su come vive o come la sua disabilità lo condiziona». A queste supposizioni (in senso negativo potremmo anche chiamarle «pregiudizi») e agli stereotipi sulle persone con disabilità è dedicato un capitolo del lavoro pubblicato da Scope. 

La terza regola invita alla chiarezza: «Non sei sicuro o hai bisogno di sapere qualcosa? Chiedi! Naturalmente con rispetto». 

Quarto principio: «accettare ciò che le persone disabili dicono di sé e della propria condizione. Ricordati che loro si conoscono meglio di quanto non possa conoscerli tu». 

E infine: «Ricorda che non tutte le condizioni sono visibili. L’epilessia, per esempio, non si vede». 

Scope indica una serie di casi in cui l’ignoranza di queste regole e la loro mancata applicazione crea situazioni imbarazzanti: per esempio quando qualcuno si trova davanti a un sordo e smette di parlare, oppure di fronte a una persona con disabilità tratta qualunque argomento tranne quello, perché non sa affrontarlo, o ancora cerca di aiutare in tutti i modi, anche inopportuni, risultando fastidioso e invadente. Non perdetevi i video della serie «End the awkward» (Metti fine all’imbarazzo). Sono in inglese, ma semplicissimi da capire: nel primo c’è una conversazione con una persona sulla sedia a rotelle. L’uomo «normodotato» si china per parlare, ma è sbagliato: non serve. Nel secondo video, un incontro di lavoro, il problema è «come posso stringere una mano che non c’è?»: semplice, basta tendere l’altra mano. Terzo video: per parlare con un sordo, basta farsi intendere con i gesti. Il filo conduttore è che non c’è bisogno di scappare, perché, come dice lo slogan di questa campagna di sensibilizzazione, «La vita è piena di momenti imbarazzanti».

da Santalessandro.org
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IL FIGLIO DI ELTON JOHN: UTERO IN AFFITTO ACQUISTATO ED ANNI DI SOFFERENZA PER IL BAMBINO

15/5/2014

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C’è qualcosa di più umiliante per una donna di commercializzare la maternità? Esiste qualcosa di più triste delle fabbriche di bambini nei paesi in via di sviluppo? “Aziende” che poi vengono frequentate da ricchi omosessuali occidentali che si prenotano la nascita di un figlio che verrà strappato letteralmente dal seno materno dopo qualche minuto dalla nascita.

Mario Adinolfi descrive in modo chiaro il fenomeno dell’utero in affitto nel suo libro “Voglio la mamma”, prendendo a modello la storia di Elton  John e del suo compagno. Tra il capriccio di due adulti ed i diritti di un bambino non ci si può sbagliare: si deve difendere sempre e comunque la persona più debole.

__

La comunità Lgbt (lesbica, gay, bisessuale, transessuale per chi non fosse aduso all’acronimo ormai di moda) la chiama confidenzialmente “gpa”. Sta per “gestazione per altri” ed è il tentativo di dare un nome asettico ad una delle più grandi vergogne della contemporaneità raccontata invece come un decisivo elemento di progresso: l’affitto dell’utero di donne bisognose di denaro per portare a compimento gravidanze che la natura rende impraticabili, strappando poi il bambino pochi minuti dopo il parto e dopo un primo contatto tranquillizzante con il corpo della madre, per consegnarlo di solito ad una coppia di omosessuali benestanti che giocheranno a fare i genitori. Finché ne avranno voglia.

Ho già raccontato la vicenda di Elton John e del suo compagno, desiderosi di essere papà e mamma, anzi, come si dice oggi nell’era del politicamente corretto “genitore 1″ e “genitore 2″. Poiché la biologia non rende possibile, per quanti sforzi possano essere compiuto, la nascita di un figlio per via naturale alla coppia in questione, nel tempo in cui tutto si compra loro si sono comprati un utero di una donna, che ha portato avanti la gravidanza dopo essersi fatta fecondare dallo sperma dei due mescolato, in maniera che al bimbo sia accuratamente vietato sia di avere contatti con la madre sia di sapere chi biologicamente sia suo padre.

Il racconto della nascita di questo bambino, che si chiama Zac, è di una violenza estrema e invece è stato incartato in “cool” patinato in tutto il mondo. Zac viene adagiato sul corpo della madre (tutti i giornalisti aggiungono “biologica”, in realtà è la madre punto e basta) e cerca immediatamente il suo seno. A questo punto, e il racconto di tutti coloro che assistono al momento del distacco tra il figlio e la madre “affittata” è concorde su questo elemento, in un clima di estremo imbarazzo il neonato che ha pochi minuti di vita viene strappato a forza al petto della mamma e consegnato a Elton John e il suo compagno, che se lo portano via. In numerose interviste il cantante britannico ha ripetuto che per due anni il bambino non ha fatto che piangere, un pianto inconsolabile, al punto che grazie alle decisive provviste di denaro Elton John decise di far prelevare dal seno della “madre biologica” (che per inciso vive a diecimila chilometri di distanza da Londra) il latte e farlo arrivare quotidianamente via jet privato in Inghilterra, per provare a lenire la sofferenza del piccolo Zac.

Io non so cosa ne pensiate voi. Io penso che tra quella coppia di ricchi gay e il dolore di quel bambino strappato alla madre, qualsiasi persona di buonsenso sta con il bambino. Il diritto da tutelare è quello del bambino che non conoscerà mai la madre per un capriccio di due che padre e madre non potevano e non potranno mai essere.

La questione della gestazione per altri riguarda poi in maniera determinante il tema della dignità della donna. Come possono le mie amiche di sinistra non offendersi sapendo che esistono parti del mondo, in particolare nei paesi dell’Est europeo e in India, dove sono state costruite vere e proprie “fabbriche di bambini” con centinaia di donne trasformate in incubatrici viventi e umiliate a suon di dollari, euro e sterline nella loro dimensione più intimamente femminile, quella della maternità? Come può essere accettabile ad un contesto civile questo scempio? Come può essere accettabile che a migliaia di bambini sia negato il diritto a conoscere la propria madre, perché i contratti che vengono stipulati vietano espressamente i contatti tra i nascituri e le donne che li hanno portati alla vita?

Per fortuna in Italia la gestazione per altri o maternità surrogata è per ora ancora vietata dalle legge. Questo divieto è raccontato, in particolare a sinistra, come una orribile limitazione della libertà individuale e della coppia. A mio avviso è segno di civiltà ed è uno dei motivi per cui va difesa la legge 40, vedi il capitolo precedente. Resta comunque legale anche per le coppie italiane, omosessuali o eterosessuali sterili, utilizzare la vergogna dell’affittare uteri all’estero e rientrare con il figlio, che però poi in alcuni casi ha rischiato di non veder riconosciuta la cittadinanza ed è per questo stato sottoposto ad ulteriore stress.

Si è riusciti a commercializzare tutto, persino la maternità. E’ il segno più barbaro del triste collasso valoriale della contemporaneità. Invece di stare con le donne più deboli, pagarle per trasformarle in macchine e violare il loro essere madre con l’atto violento di strappare poi il bambino neonato e vietare ogni contatto per via contrattuale. Nessun diritto ad avere una madre, si arrangi con quelli che l’hanno comprato come avrebbero fatto con una pietanza scaldata al microonde al supermercato. Cosa potete immaginare di peggio?

Mario Adinolfi
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LA COSA PIÙ GRAVE È CHE QUESTE ABERRAZIONI NON SUSCITANO PIÙ ALCUN SCANDALO

11/5/2014

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Perchè lo scopo è confondere… magari con una bella canzone,,,
ma il fine ultimo che si vuol raggiungere è questo:presentare le depravazioni come normali e assuefare gli spettatori….

Ed ecco che dalle 21 (prima serata) sino le 00.20, dove viene proclamato vincitore dell’Eurofestival della canzone 2014, su tutte le TV EUROPEE pertanto anche su RAI 2 canta Conchita Wurst - Drag queen Austriaco

Tutto casuale? No!
Tutto questo fa parte di un preciso progetto:
''Abrogate tutte le leggi contro l’oscenità. Distruggete il senso morale diffondendo la pornografia nei libri, nei periodici, nei cinema, alla radio e in televisione.
Presentate le degenerazioni sessuali come normali, naturali, favorevoli all’equilibrio psichico e igienico. 
Distruggete la famiglia, favorendo le unioni libere e il divorzio”
(Direttive allora impartite ai comunisti degli Stati Uniti…  oggi impartite dalla massoneria per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale satanico-luciferino)

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BANANE E ZUCCHE, SCIMMIE E PECORONI: L'ANTI-RAZZISMO DA TASTIERA E ALLA FRUTTA

2/5/2014

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Il geniale gesto di Dani Alves rovinato da quelli “bravi a fare la guerra al razzismo” che solo ora si sono accorti di essere finiti in un grande spot con preservativi e magliette.

Siamo tutti scimmie, e anche un po’ pecoroni. Sono bastati due giorni perché mezzo mondo s’accodasse a parlare del gesto del terzino del Barcellona Dani Alves, che ha sbeffeggiato un tifoso razzista del Villareal, raccogliendo e mangiando la banana che gli era stata lanciata per scherno. Il frutto è diventato virale, simbolo della lotta alle discriminazioni nel calcio, condiviso su Twitter e Facebook da chiunque: sportivi sì, ma anche gente che con il rettangolo verde c’entra poco, da Matteo Renzi a Raffaella Carrà, da Rossella Brescia a Claudia Pandolfi. Finché alla frutta non ci siamo arrivati davvero quando poi alla tendenza si sono accodate anche varie aziende, dalla Chiquita alla Durex, cui «le banane sono sempre piaciute».

INDIGNAZIONE DA TWITTER. È il tam tam delle campagne web, nauseante quanto basta nel trasformare una protesta in moda, a maggior ragione se dietro c’è una buona causa per cui combattere, ovviamente seduti davanti al pc, mica scendendo in piazza. Un hashtag mette a posto le coscienze, 140 caratteri sono sufficienti per fare la battaglia. Scrivi, premi invio e il gioco è fatto: un susseguirsi di immagini buone per fotogallery e pagine di giornale, un inno alla lotta al razzismo o forse, ancor di più, un narcisista elogio a “noi che siamo bravi a fare la lotta al razzismo”. E via con le convinzioni che adesso la nostra società è un po’ più sensibile e giusta, meno opprimente verso chi è diverso.

CAMPAGNA DI MARKETING. Il gioco pareva funzionare. Finché ieri alcuni giornali hanno rivelato che dietro la campagna ci sarebbe un’agenzia pubblicitaria brasiliana. La stessa che segue i diritti di immagine di Neymar, guarda caso uno dei giocatori più popolari del momento, guarda caso compagno di Dani Alves al Barcellona, guarda caso uno dei primi a farsi fotografare con la banana. Sarebbe stata, insomma, un’iniziativa di marketing progettata da qualche settimana. L’intento era comunque dei più nobili: replicare agli episodi di razzismo che si vedono negli stadi. Associato a questo, però, provare a vendere anche qualche maglietta, e magari fare un po’ di pubblicità in più a Neymar e soci.

«NON SIAMO TUTTI STUPIDI». «È un’azione che vale più di mille parole», è stato il commento del pubblicitario Guga Ketzer al gesto di Dani Alves: la sua società, Loducca, è proprio quella che ha coordinato in Brasile le operazioni pubblicitarie che hanno fatto seguito alla partita di domenica. Avevano pronta la campagna con la banana: prima o poi il frutto sarebbe volato in testa a Neymar durante una partita, è successo prima al suo compagno e loro non si sono fatti trovare impreparati. Uno stock di t-shirt con il messaggio “Somos todos macacos” era già uscito dalle fabbriche (da vendere a 25 euro l’una, mica noccioline). Ormai essere “anti” è diventata un’ottima professione, che rende mica male, spinta dall’indignazione da pc di chi le battaglie le combatte sui social network. Oggi più o meno tutti i giornali hanno riportato la notizia, e su Twitter è partita una nuova campagna del solito «popolo del web»: #NaoSomosTodosOtarios (“non siamo tutti stupidi”). Un hashtag su cui però qualche dubbio viene. Forse, più che con una banana, bisognava farsi fotografare con una zucca. Vuota.Il geniale gesto di Dani Alves rovinato da quelli “bravi a fare la guerra al razzismo” che solo ora si sono accorti di essere finiti in un grande spot con preservativi e magliette

Siamo tutti scimmie, e anche un po’ pecoroni. Sono bastati due giorni perché mezzo mondo s’accodasse a parlare del gesto del terzino del Barcellona Dani Alves, che ha sbeffeggiato un tifoso razzista del Villareal, raccogliendo e mangiando la banana che gli era stata lanciata per scherno. Il frutto è diventato virale, simbolo della lotta alle discriminazioni nel calcio, condiviso su Twitter e Facebook da chiunque: sportivi sì, ma anche gente che con il rettangolo verde c’entra poco, da Matteo Renzi a Raffaella Carrà, da Rossella Brescia a Claudia Pandolfi. Finché alla frutta non ci siamo arrivati davvero quando poi alla tendenza si sono accodate anche varie aziende, dalla Chiquita alla Durex, cui «le banane sono sempre piaciute».

INDIGNAZIONE DA TWITTER. È il tam tam delle campagne web, nauseante quanto basta nel trasformare una protesta in moda, a maggior ragione se dietro c’è una buona causa per cui combattere, ovviamente seduti davanti al pc, mica scendendo in piazza. Un hashtag mette a posto le coscienze, 140 caratteri sono sufficienti per fare la battaglia. Scrivi, premi invio e il gioco è fatto: un susseguirsi di immagini buone per fotogallery e pagine di giornale, un inno alla lotta al razzismo o forse, ancor di più, un narcisista elogio a “noi che siamo bravi a fare la lotta al razzismo”. E via con le convinzioni che adesso la nostra società è un po’ più sensibile e giusta, meno opprimente verso chi è diverso.

CAMPAGNA DI MARKETING. Il gioco pareva funzionare. Finché ieri alcuni giornali hanno rivelato che dietro la campagna ci sarebbe un’agenzia pubblicitaria brasiliana. La stessa che segue i diritti di immagine di Neymar, guarda caso uno dei giocatori più popolari del momento, guarda caso compagno di Dani Alves al Barcellona, guarda caso uno dei primi a farsi fotografare con la banana. Sarebbe stata, insomma, un’iniziativa di marketing progettata da qualche settimana. L’intento era comunque dei più nobili: replicare agli episodi di razzismo che si vedono negli stadi. Associato a questo, però, provare a vendere anche qualche maglietta, e magari fare un po’ di pubblicità in più a Neymar e soci.

«NON SIAMO TUTTI STUPIDI». «È un’azione che vale più di mille parole», è stato il commento del pubblicitario Guga Ketzer al gesto di Dani Alves: la sua società, Loducca, è proprio quella che ha coordinato in Brasile le operazioni pubblicitarie che hanno fatto seguito alla partita di domenica. Avevano pronta la campagna con la banana: prima o poi il frutto sarebbe volato in testa a Neymar durante una partita, è successo prima al suo compagno e loro non si sono fatti trovare impreparati. Uno stock di t-shirt con il messaggio “Somos todos macacos” era già uscito dalle fabbriche (da vendere a 25 euro l’una, mica noccioline). Ormai essere “anti” è diventata un’ottima professione, che rende mica male, spinta dall’indignazione da pc di chi le battaglie le combatte sui social network. Oggi più o meno tutti i giornali hanno riportato la notizia, e su Twitter è partita una nuova campagna del solito «popolo del web»: #NaoSomosTodosOtarios (“non siamo tutti stupidi”). Un hashtag su cui però qualche dubbio viene. Forse, più che con una banana, bisognava farsi fotografare con una zucca. Vuota.

Emmanuele Michela
da Tempi
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