di Irina Nazarova
La morte delle sorelle Kessler è stata trasformata dai media in una favola malinconica, quando invece è l’ennesima operazione per rendere il suicidio assistito un gesto “normale”. La DGHS, venduta come paladina della “morte dignitosa”, non cura nessuno: da anni spinge l’idea che togliersi la vita sia una scelta civile e razionale.
Il caso Kessler è perfetto per questa narrazione: due donne senza legami, autosufficienti, icona del modello che la cultura dominante predica da decenni. Autonomia totale, indipendenza assoluta, nessuna radice. Ma è così che si arriva al capolinea: più si esalta l’individualismo, più ci si ritrova soli. E nella solitudine la vita sembra un peso, la morte quasi un’opzione sensata.
Il suicidio delle due sorelle è stato confezionato come poesia, ma il messaggio è durissimo: se è “bello” per loro, perché non per chiunque sia anziano, fragile, malato, solo? È così che la resa diventa diritto e la disperazione libertà.
Celebrare la morte degli anziani, mentre ai giovani si prospetta un futuro di guerra è lo specchio perfetto della società progressista occidentale: anziani accompagnati verso l’uscita, giovani sospinti verso il fronte.
La verità è che questa non è civiltà: è un baratro travestito da progresso. Quando l’individualismo cancella i legami, la morte appare un bene e la vita un dettaglio. Ed è allora che una società ha già perso sé stessa.
Ci vogliono convincere che la legge è solo per i casi terminali, per chi soffre. Il suicidio delle gemelle Kessler svela il grande inganno dei promotori della morte di Stato.
Quando il più grande desiderio della vita è la morte. Magari insieme.
Basta questo per accedere al suicidio assistito, anche se si è esenti da malattie psichiatriche o fisiche.
Alice e Ellen Kessler, celebri ballerine e cantanti tedesche, note in Italia per il loro brano “Da-da-un-pa” entrato nell’immaginario televisivo italiano, sono state ritrovate morte, “suicidatesi” insieme tramite iniezione letale autosomministrata nella loro abitazione.
Sin da bambine avevano dovuto fare i conti con il padre alcolista, che, pur spronandole a ballare, spesso picchiava la madre. Questo le aveva unite in maniera insolita e da anni annunciavano la volontà di voler morire assieme, spaventate dal non essere più indipendenti.
Sane e senza malattie psichiatriche
Così hanno scelto a caso la data del 17 novembre 2025, una decisione presa diversi mesi fa in totale assenza di malattie fisiche e affidandosi alla Deutsche Gesellschaft fuer humanes Sterben, una sorta di agenzia della morte sorella della nostra Associazione Luca Coscioni.
Un legale e un medico hanno seguito la pratica per numerose settimane, escludendo che vi fossero malattie psichiatriche.
L’unica condizione ammessa, spiega l’associazione tedesca, era agire di propria spontanea volontà, essere maggiorenni e avere capacità di intendere e volere.
Il bluff del suicidio assistito sui casi limite
Le gemelle Kessler hanno svelato il grande bluff di Marco Cappato e Filomena Gallo e dei promotori della morte assistita, quelli che vogliono convincerci che si stanno battendo per dare una scelta dignitosa ai malati terminali, a chi vive sofferenze indicibili, a chi sopravvive solo perché è attaccato alle macchine.
Vogliono far passare l’eutanasia come “ultima spiaggia” per chi soffre dolori insopportabili o si trova in condizioni cliniche irreversibili, disperate.
Sappiamo bene che non è così e le gemelle lo hanno dimostrato. Due donne lucide, capaci di programmare la morte con lungo anticipo come fosse un viaggio turistico, in assenza di malattia e accanimento terapeutico.
Certamente sole, senza figli o mariti, senza parenti che le amassero. Ma ognuno è libero di costruirsi la vita che vuole.
Ma se la semplice voglia di non vivere diventa un titolo giuridico per accedere alla morte assistita, allora che fine fa la narrazione menzognera de “Le Iene” e dei vari promotori della morte come “libertà”?
Di coloro che sfruttano i casi disperati come grimaldello per una legge, pur sapendo che l’inevitabile piano inclinato porterà a situazioni come quella delle Kessler. I Paesi esteri che hanno legalizzato il suicidio ne sono la prova.
La sconfitta etica della società
Oggi vale per due artiste ottuagenarie che temono una futura mancanza di indipendenza, domani potrebbe valere per un quarantenne travolto da un fallimento economico, per un adolescente vittima di bullismo o per chiunque trovi la noia per la vita un ostacolo insormontabile.
Il paletto della legge, una volta che si crea una crepa, viene giù tutto.
La morte, nel vecchio e opulento Occidente, da atto eccezionale si trasforma in desiderio, in prestazione, in servizio erogabile su richiesta. Un cambio di paradigma sociale che colpisce tutti, anche chi continua a riconoscere nella vita un valore indisponibile.
La storia di Alice ed Ellen obbliga a porsi una domanda scomoda: una società che offre la morte come alternativa all’assistenza, alla cura, alla prossimità umana, non sta semplicemente ammettendo la propria sconfitta etica?
da UCCR
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