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CREMAZIONE Cosa dice davvero la Chiesa Cattolica?

30/7/2026

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Una delle domande più profonde che ogni uomo si pone riguarda ciò che accade dopo la morte. Che ne sarà di noi? Che cosa insegna realmente il cristianesimo sul destino del corpo e dell'anima? E perché la Chiesa continua a dare indicazioni precise perfino sul modo in cui devono essere custodite le ceneri di chi viene cremato?

Per rispondere è necessario partire dal cuore della fede cristiana.

Il cristianesimo non evita il problema della morte, ma lo affronta con realismo. Per risorgere con Cristo bisogna anzitutto morire con Lui. La risurrezione di Gesù non è un dettaglio della fede, ma la verità sulla quale poggia l'intero edificio del cristianesimo. Cristo è risorto come primizia dei risorti e ha aperto la strada affinché anche noi, un giorno, possiamo partecipare alla sua gloria.

Questa speranza riguarda non soltanto l'anima, ma anche il corpo. La fede cristiana non considera infatti il corpo come un semplice involucro destinato a essere abbandonato. L'essere umano è un'unità di corpo e anima: il corpo partecipa alla nostra storia, alle nostre relazioni e alla nostra vocazione. Attraverso il Battesimo esso è diventato tempio dello Spirito Santo e, proprio per questo, possiede una dignità che continua anche dopo la morte.

Si può pensare a un'antica chiesa: anche quando è vuota e silenziosa, rimane comunque un luogo sacro. Così è il corpo di ogni battezzato. Con la morte l'anima si separa dal corpo, ma questa separazione non è definitiva. Alla fine dei tempi Dio restituirà vita al corpo, ormai trasformato e incorruttibile, riunendolo nuovamente all'anima.

È in questa prospettiva che si comprende l'atteggiamento della Chiesa verso i defunti. Come una madre, essa accompagna il cristiano anche oltre la soglia della morte. Affida il suo corpo alla terra come si affida un seme prezioso, nella certezza che un giorno rifiorirà nella gloria. Per il credente, quindi, la morte non rappresenta la fine dell'esistenza, ma il suo passaggio alla vita piena. Come ricorda la liturgia dei defunti, «la vita non è tolta, ma trasformata».

A questo punto nasce spontanea una domanda: la Chiesa è contraria alla cremazione?

La risposta richiede una precisazione storica. Oggi la Chiesa permette la cremazione, ma non è sempre stato così.

Per molti secoli i cristiani hanno seguito l'esempio di Cristo, deposto nel sepolcro, scegliendo la sepoltura dei propri defunti. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 disapprovava apertamente la cremazione e, in alcuni casi, chi l'avesse richiesta poteva perfino essere privato delle esequie ecclesiastiche.

Questa severità, tuttavia, non nasceva dal timore che il fuoco potesse impedire a Dio di risuscitare i morti. La ragione era un'altra.

Nel XIX secolo la cremazione era diventata il simbolo di un preciso programma culturale e ideologico. In numerosi ambienti massonici e materialisti veniva promossa come una dichiarazione pubblica contro la fede cristiana, per affermare che con la morte tutto finisce, che non esiste un'anima immortale e che la risurrezione della carne è soltanto una leggenda.

Per questo motivo il Sant'Uffizio, nel 1866 e poi nel 1892, la condannò. Non perché il fuoco costituisse un ostacolo alla potenza di Dio, ma perché, nel contesto storico dell'epoca, scegliere la cremazione equivaleva spesso a manifestare pubblicamente il rifiuto della fede cristiana.

È importante sottolineare questo punto. La Chiesa non ha mai insegnato che la cremazione sia, di per sé, un peccato o un male morale.

Basta pensare ai martiri dei primi secoli, molti dei quali morirono tra le fiamme durante le persecuzioni. Nessuno ha mai dubitato che anch'essi risorgeranno gloriosi. Sant'Agostino lo affermava con grande chiarezza: nessun modo di dissoluzione del corpo — né il fuoco, né la terra, né il mare, né qualsiasi altra forma di distruzione — può sottrarre una persona all'onnipotenza di Dio, che tutto custodisce e tutto può ricomporre.

Il problema, dunque, non riguardava la possibilità della risurrezione, ma il significato attribuito alla scelta della cremazione.

Quando quel significato ideologico andò progressivamente scomparendo, la Chiesa poté modificare la disciplina. Con l'istruzione *Piam et constantem*, pubblicata nel 1963, il Sant'Uffizio stabilì che la cremazione non è contraria alla fede cristiana e che coloro che la scelgono, purché non lo facciano per manifestare il rifiuto della religione, possono ricevere i sacramenti e le esequie ecclesiastiche.

La dottrina, dunque, non cambiò. A cambiare fu soltanto la disciplina ecclesiastica, perché era mutato il contesto storico.

Il principio fondamentale rimane immutato: il fuoco può ridurre un corpo in cenere, ma non può toccare l'anima né limitare l'onnipotenza di Dio. Colui che ha creato l'universo dal nulla certamente non incontra alcuna difficoltà nel restituire la vita anche a un corpo ridotto in cenere.

Pur consentendo la cremazione, la Chiesa continua tuttavia a preferire la sepoltura. Non si tratta di una semplice consuetudine, ma di una scelta profondamente simbolica. Deporre un corpo nella terra significa seminarlo nella speranza della risurrezione. È l'immagine utilizzata da san Paolo: «Si semina un corpo corruttibile, risorge un corpo incorruttibile». Inoltre, seppellire i morti è una delle opere di misericordia corporale, un ultimo gesto di amore e di rispetto verso chi ci ha preceduti.

La cremazione diventa invece incompatibile con la fede quando viene scelta per negare la risurrezione, per affermare che con la morte tutto finisce, che l'uomo si dissolve nella natura, che l'anima si reincarna in un altro corpo oppure che il corpo sia una prigione dalla quale liberarsi definitivamente. Tutte queste concezioni sono estranee alla fede cristiana.

Nel 2016 la Chiesa ha poi pubblicato nuove indicazioni riguardanti la conservazione delle ceneri. Esse devono essere custodite in un luogo sacro, normalmente un cimitero o uno spazio appositamente destinato. La loro conservazione nell'abitazione privata non costituisce la forma ordinaria prevista dalla Chiesa.

La motivazione è profondamente pastorale. Una tomba è un luogo stabile, accessibile e riconoscibile, dove i familiari e l'intera comunità possono continuare a pregare anche dopo molti anni. Conservare le ceneri in casa rischia invece, con il passare delle generazioni, di trasformare il ricordo della persona in un oggetto dimenticato.

Per lo stesso motivo la Chiesa non approva la dispersione delle ceneri nell'aria, nel mare o nei boschi, né la loro trasformazione in ciondoli, gioielli o altri oggetti commemorativi. Questi gesti possono infatti suggerire, anche involontariamente, un'idea incompatibile con la fede cristiana, come quella della dissoluzione della persona nella natura o nel nulla.

La persona amata non è qualcosa da dividere o da conservare come un ricordo materiale. È una persona chiamata alla risurrezione, che continua a vivere nella comunione dei santi.

Dietro queste indicazioni non vi è rigidità, ma una profonda premura pastorale. La Chiesa custodisce il legame tra coloro che sono ancora pellegrini sulla terra e quanti ci hanno preceduto nella fede. Per il cristiano, infatti, chi muore non scompare nel nulla, ma entra nella grande comunione della Chiesa, che unisce i fedeli della terra, le anime che si stanno purificando e i santi che già contemplano il volto di Dio.

Per questo ai nostri defunti vengono riservati un luogo di sepoltura e la preghiera della comunità. La morte non è una realtà da nascondere o da liquidare rapidamente, ma una speranza da custodire con amore.

La cultura contemporanea tende spesso a relegare la morte nella sfera privata, quasi fosse un argomento da evitare. Il cristiano, invece, la guarda negli occhi senza paura, perché sa che l'ultima parola non appartiene alla tomba, ma a Cristo risorto.

Una delle domande più profonde che ogni uomo si pone riguarda ciò che accade dopo la morte. Che ne sarà di noi? Che cosa insegna realmente il cristianesimo sul destino del corpo e dell'anima? E perché la Chiesa continua a dare indicazioni precise perfino sul modo in cui devono essere custodite le ceneri di chi viene cremato?

Per rispondere è necessario partire dal cuore della fede cristiana.

Il cristianesimo non evita il problema della morte, ma lo affronta con realismo. Per risorgere con Cristo bisogna anzitutto morire con Lui. La risurrezione di Gesù non è un dettaglio della fede, ma la verità sulla quale poggia l'intero edificio del cristianesimo. Cristo è risorto come primizia dei risorti e ha aperto la strada affinché anche noi, un giorno, possiamo partecipare alla sua gloria.

Questa speranza riguarda non soltanto l'anima, ma anche il corpo. La fede cristiana non considera infatti il corpo come un semplice involucro destinato a essere abbandonato. L'essere umano è un'unità di corpo e anima: il corpo partecipa alla nostra storia, alle nostre relazioni e alla nostra vocazione. Attraverso il Battesimo esso è diventato tempio dello Spirito Santo e, proprio per questo, possiede una dignità che continua anche dopo la morte.

Si può pensare a un'antica chiesa: anche quando è vuota e silenziosa, rimane comunque un luogo sacro. Così è il corpo di ogni battezzato. Con la morte l'anima si separa dal corpo, ma questa separazione non è definitiva. Alla fine dei tempi Dio restituirà vita al corpo, ormai trasformato e incorruttibile, riunendolo nuovamente all'anima.

È in questa prospettiva che si comprende l'atteggiamento della Chiesa verso i defunti. Come una madre, essa accompagna il cristiano anche oltre la soglia della morte. Affida il suo corpo alla terra come si affida un seme prezioso, nella certezza che un giorno rifiorirà nella gloria. Per il credente, quindi, la morte non rappresenta la fine dell'esistenza, ma il suo passaggio alla vita piena. Come ricorda la liturgia dei defunti, «la vita non è tolta, ma trasformata».

A questo punto nasce spontanea una domanda: la Chiesa è contraria alla cremazione?

La risposta richiede una precisazione storica. Oggi la Chiesa permette la cremazione, ma non è sempre stato così.

Per molti secoli i cristiani hanno seguito l'esempio di Cristo, deposto nel sepolcro, scegliendo la sepoltura dei propri defunti. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 disapprovava apertamente la cremazione e, in alcuni casi, chi l'avesse richiesta poteva perfino essere privato delle esequie ecclesiastiche.

Questa severità, tuttavia, non nasceva dal timore che il fuoco potesse impedire a Dio di risuscitare i morti. La ragione era un'altra.

Nel XIX secolo la cremazione era diventata il simbolo di un preciso programma culturale e ideologico. In numerosi ambienti massonici e materialisti veniva promossa come una dichiarazione pubblica contro la fede cristiana, per affermare che con la morte tutto finisce, che non esiste un'anima immortale e che la risurrezione della carne è soltanto una leggenda.

Per questo motivo il Sant'Uffizio, nel 1866 e poi nel 1892, la condannò. Non perché il fuoco costituisse un ostacolo alla potenza di Dio, ma perché, nel contesto storico dell'epoca, scegliere la cremazione equivaleva spesso a manifestare pubblicamente il rifiuto della fede cristiana.

È importante sottolineare questo punto. La Chiesa non ha mai insegnato che la cremazione sia, di per sé, un peccato o un male morale.

Basta pensare ai martiri dei primi secoli, molti dei quali morirono tra le fiamme durante le persecuzioni. Nessuno ha mai dubitato che anch'essi risorgeranno gloriosi. Sant'Agostino lo affermava con grande chiarezza: nessun modo di dissoluzione del corpo — né il fuoco, né la terra, né il mare, né qualsiasi altra forma di distruzione — può sottrarre una persona all'onnipotenza di Dio, che tutto custodisce e tutto può ricomporre.

Il problema, dunque, non riguardava la possibilità della risurrezione, ma il significato attribuito alla scelta della cremazione.

Quando quel significato ideologico andò progressivamente scomparendo, la Chiesa poté modificare la disciplina. Con l'istruzione *Piam et constantem*, pubblicata nel 1963, il Sant'Uffizio stabilì che la cremazione non è contraria alla fede cristiana e che coloro che la scelgono, purché non lo facciano per manifestare il rifiuto della religione, possono ricevere i sacramenti e le esequie ecclesiastiche.

La dottrina, dunque, non cambiò. A cambiare fu soltanto la disciplina ecclesiastica, perché era mutato il contesto storico.

Il principio fondamentale rimane immutato: il fuoco può ridurre un corpo in cenere, ma non può toccare l'anima né limitare l'onnipotenza di Dio. Colui che ha creato l'universo dal nulla certamente non incontra alcuna difficoltà nel restituire la vita anche a un corpo ridotto in cenere.

Pur consentendo la cremazione, la Chiesa continua tuttavia a preferire la sepoltura. Non si tratta di una semplice consuetudine, ma di una scelta profondamente simbolica. Deporre un corpo nella terra significa seminarlo nella speranza della risurrezione. È l'immagine utilizzata da san Paolo: «Si semina un corpo corruttibile, risorge un corpo incorruttibile». Inoltre, seppellire i morti è una delle opere di misericordia corporale, un ultimo gesto di amore e di rispetto verso chi ci ha preceduti.

La cremazione diventa invece incompatibile con la fede quando viene scelta per negare la risurrezione, per affermare che con la morte tutto finisce, che l'uomo si dissolve nella natura, che l'anima si reincarna in un altro corpo oppure che il corpo sia una prigione dalla quale liberarsi definitivamente. Tutte queste concezioni sono estranee alla fede cristiana.

Nel 2016 la Chiesa ha poi pubblicato nuove indicazioni riguardanti la conservazione delle ceneri. Esse devono essere custodite in un luogo sacro, normalmente un cimitero o uno spazio appositamente destinato. La loro conservazione nell'abitazione privata non costituisce la forma ordinaria prevista dalla Chiesa.

La motivazione è profondamente pastorale. Una tomba è un luogo stabile, accessibile e riconoscibile, dove i familiari e l'intera comunità possono continuare a pregare anche dopo molti anni. Conservare le ceneri in casa rischia invece, con il passare delle generazioni, di trasformare il ricordo della persona in un oggetto dimenticato.

Per lo stesso motivo la Chiesa non approva la dispersione delle ceneri nell'aria, nel mare o nei boschi, né la loro trasformazione in ciondoli, gioielli o altri oggetti commemorativi. Questi gesti possono infatti suggerire, anche involontariamente, un'idea incompatibile con la fede cristiana, come quella della dissoluzione della persona nella natura o nel nulla.

La persona amata non è qualcosa da dividere o da conservare come un ricordo materiale. È una persona chiamata alla risurrezione, che continua a vivere nella comunione dei santi.

Dietro queste indicazioni non vi è rigidità, ma una profonda premura pastorale. La Chiesa custodisce il legame tra coloro che sono ancora pellegrini sulla terra e quanti ci hanno preceduto nella fede. Per il cristiano, infatti, chi muore non scompare nel nulla, ma entra nella grande comunione della Chiesa, che unisce i fedeli della terra, le anime che si stanno purificando e i santi che già contemplano il volto di Dio.

Per questo ai nostri defunti vengono riservati un luogo di sepoltura e la preghiera della comunità. La morte non è una realtà da nascondere o da liquidare rapidamente, ma una speranza da custodire con amore.

La cultura contemporanea tende spesso a relegare la morte nella sfera privata, quasi fosse un argomento da evitare. Il cristiano, invece, la guarda negli occhi senza paura, perché sa che l'ultima parola non appartiene alla tomba, ma a Cristo risorto.
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ABRAMO E ISACCO

27/5/2026

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Oggi il mondo musulmano celebra la festa del sacrificio, una delle ricorrenze più importanti dell’Islam.
È proprio in occasione di questa ricorrenza che ho scritto questo commento, con l’intento di proporre alcune riflessioni su aspetti di cui raramente si parla in modo aperto.
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Dio, per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare il proprio figlio Isacco (e non Ismaele come vien detto erroneamente dagli Islam) . Abramo si reca senza esitazioni sul monte Moriah e mentre sta per compiere diligentemente il sacrificio, impugnando già il coltello, un angelo del Signore scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo.

“Così la progenie di Abramo e d’Israele, cioè gli Ebrei, divennero il popolo eletto da Dio perché custodisse la fede e la religione vera, e tramandasse la promessa del Salvatore.”

Essere veri figli di Abramo, in senso biblico, significa più che essere semplicemente suoi discendenti carnali. Richiede seguire la sua fede, la sua obbedienza a Dio e il suo impegno a vivere secondo i suoi insegnamenti, come indicato nella Bibbia. Gesù ha chiarito che i veri figli di Abramo non sono quelli che semplicemente vantano la sua discendenza, ma quelli che fanno le sue opere.

“Quella di Dio è una chiamata a credere nel Suo Figlio, e coloro che credono sono figli di Abramo, eredi della promessa (cfr. Gal 3,29).”

2 DOMANDE

1 - “È corretto affermare che i musulmani professano la fede di Abramo?
No. Abramo ha visto tre e ha adorato uno (cfr. Gen 18,2-3) e ha gioito nella visione del futuro Redentore (cfr. Gv 8,56), senza escludere nella sua fede né Cristo né la Trinità. I musulmani, al contrario, escludono esplicitamente la fede in Cristo e nella Santissima Trinità.”

2 - “Il giudaismo è una fonte di grazia santificante e salvezza per i suoi aderenti?
No. Persino nei tempi prima di Cristo nessuno era salvato per le opere dell’antica Legge, ma solo per la fede nel Redentore che sarebbe venuto. Questa Legge, con i suoi precetti e cerimonie, è stata portata alla pienezza e sorpassata dal Nuovo Testamento in Gesù Cristo (cfr. Rm 3,28 e Gal 2,16).”
​
Paulus Minor
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CONFUSIONE DIFFUSA

6/5/2026

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Quello che sta accadendo in Germania, con le posizioni del cardinale Marx sulle benedizioni di coppie omosessuali e di coppie in situazioni irregolari, non può essere letto come un episodio isolato. Non riguarda soltanto una diocesi, un vescovo o una sensibilità pastorale diversa. Tocca una questione molto più profonda: il rapporto tra dottrina, prassi e percezione dei fedeli. Perché nella Chiesa non conta solo ciò che si intende dire, ma anche ciò che viene compreso, applicato e poi normalizzato.

Molti, leggendo le parole del Papa, si sono fermati subito alla parte più rassicurante: la Santa Sede non è d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie omosessuali o irregolari. Certo, questo è importante. Ma la risposta completa contiene anche altri elementi che meritano attenzione. Non sto attaccando il Papa, né voglio leggere le sue parole con spirito polemico. Sto semplicemente cercando di guardare l’intero quadro, perché ridurre tutto a “il Papa ha detto no” rischia di farci perdere il problema reale.

Il problema reale è che questa confusione non nasce dal nulla. Nasce anche da Fiducia Supplicans, un documento che, pur dichiarando di non voler cambiare la dottrina sul matrimonio, ha aperto uno spazio pastorale che molti hanno interpretato in modi diversi. Ed è proprio qui la difficoltà: quando un testo dice una cosa sul piano dottrinale, ma poi permette una prassi che può essere percepita diversamente, si crea inevitabilmente una frattura. La dottrina resta formalmente intatta, ma nella vita concreta dei fedeli il messaggio rischia di arrivare confuso.

Per questo le parole non bastano sempre a chiudere una questione. Se un documento rimane in vigore, continua a produrre effetti. Continua a essere citato, usato, interpretato. Continua a offrire spazio a chi vuole spingere oltre. Ed è esattamente quello che vediamo accadere. La Germania non nasce nel vuoto. Si inserisce dentro un clima già reso fragile da formulazioni ambigue, dove tutti possono dire di essere fedeli alla Chiesa, ma poi applicare le cose in modi profondamente diversi.

Mi interroga anche il passaggio in cui si dice che la morale sessuale non dovrebbe occupare un posto così centrale rispetto ad altri temi come giustizia, uguaglianza, libertà religiosa. Sono temi enormi, nessuno lo nega. Ma la morale sessuale non è una piccola questione privata. Tocca il corpo, la famiglia, il matrimonio, la generazione, l’identità dell’uomo e della donna. Tocca cioè la visione stessa della persona. Se questo ambito viene presentato come secondario, proprio mentre è uno dei più attaccati dalla cultura contemporanea, allora è normale che molti fedeli si sentano disorientati.

Ho letto anche commenti molto chiari, come quello di Costanza Miriano, che ha ricordato una verità semplice: tutti sono accolti, ma il peccato non può essere benedetto. È un punto fondamentale, e personalmente lo condivido. Però credo che la questione non si chiuda lì. Perché il problema non è solo affermare che il peccato non si benedice; il problema è capire perché si sia arrivati al punto in cui questa frase deve essere continuamente spiegata, difesa, precisata, corretta.

Alla fine, la domanda è questa: se la dottrina non cambia, perché tanti capiscono che qualcosa è cambiato? Se la benedizione non riguarda la coppia, perché nella pratica viene letta come riconoscimento della coppia? Se tutto è chiaro, perché c’è bisogno di continui chiarimenti? Questa è la vera questione. Non una ribellione, non un attacco, ma una preoccupazione sincera per la chiarezza della fede e per la salvezza delle anime.

Perché nella Chiesa l’ambiguità non rimane mai astratta. Prima entra nei documenti, poi nelle interpretazioni, poi nella prassi, poi nella coscienza dei fedeli. E quando arriva lì, non è più una discussione tra teologi o vescovi. Diventa vita concreta. Diventa confessione, matrimonio, famiglia, educazione dei figli, discernimento morale. Per questo serve chiarezza. Non durezza, non mancanza di misericordia, ma chiarezza. Perché senza verità, anche la misericordia rischia di diventare confusione.

di 
Zarish Imelda Neno
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FINE E INIZIO

19/4/2026

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C’è un’espressione che usiamo continuamente, quasi senza pensarci: “buon weekend”. Dentro queste due parole c’è tutto un modo di vedere il tempo, come se la settimana scorresse verso una fine, come se il sabato e la domenica fossero semplicemente il punto di arrivo, il momento per tirare il fiato e chiudere.

Eppure, se ci fermiamo un attimo ad ascoltare il Vangelo, scopriamo qualcosa di sorprendente: la domenica non è la fine. È il principio. È il “primo giorno della settimana”.

Non è solo una questione di calendario, ma di significato. Per i cristiani, la domenica è il giorno della Risurrezione, il giorno in cui tutto ricomincia. Non è un giorno che chiude, ma un giorno che apre. Non è un tramonto, è un’alba.

Forse allora dovremmo rieducarci anche nel modo di parlare e, ancora di più, nel modo di vivere. Il sabato può essere davvero il tempo del riposo, del raccogliere ciò che è stato. Ma la domenica è il giorno in cui riceviamo una vita nuova, il giorno in cui siamo rimessi in cammino.

Dire “buon weekend” pensando anche alla domenica come ultimo giorno rischia, senza accorgercene, di farci perdere questa verità: la settimana non finisce con la domenica, ma comincia da lì.

E allora, con semplicità, potremmo riscoprire un augurio diverso, più vero: non solo “buon fine settimana”, ma soprattutto “buon inizio”. Perché ogni domenica è un nuovo inizio, una porta che si apre, una luce che torna a illuminare i giorni che verranno.

Buona domenica, buon inizio di settimana.

Paulus Minor
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COMUNICATO UFFICIALE: CON LEONE XIV PER LA PACE

14/4/2026

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COMUNICATO UFFICIALE: CON LEONE XIV PER LA PACE
di Nazareth Famiglia di Dio

Alla luce dei recenti e ripetuti attacchi verbali rivolti dal Presidente degli Stati Uniti al Sommo Pontefice Leone XIV, Nazareth Famiglia di Dio ritiene necessario esprimere una posizione chiara, ferma e definitiva.

Negli ultimi giorni, le dichiarazioni rivolte al Santo Padre si sono susseguite con toni inusuali e veementi, con una frequenza tale da rendere difficile seguire ogni singolo episodio. Si tratta di un’escalation verbale inaccettabile che 5offende non solo la persona del Pontefice, ma anche l’autorità spirituale che egli rappresenta: Gesù Cristo.

Di fronte a questa situazione, Nazareth Famiglia di Dio sceglie di non intervenire su ogni singola dichiarazione, ma di affermare una posizione stabile, valida per tutti gli sviluppi presenti e futuri.

Nazareth Famiglia di Dio "sta dalla parte" di Dio.
Sta dalla parte del Sommo Pontefice.
Sta dalla parte della pace.

Riconosciamo nel Santo Padre la guida spirituale universale e il Vicario di Cristo in terra, la cui voce richiama costantemente alla responsabilità, al rispetto dei popoli e alla costruzione della pace. In un tempo segnato da tensioni e da dichiarazioni che evocano distruzione e conflitto, riteniamo necessario ribadire con semplicità e fermezza questa posizione.

Per questo, Nazareth Famiglia di Dio rinnova la propria vicinanza e solidarietà al Sommo Pontefice e conferma il proprio impegno a favore della pace, al di sopra di ogni logica politica o contrapposizione.

Bergamo, 14 aprile 2026
Nazareth Famiglia di Dio
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ZICHICHI: GRANDE SCIENZIATO, GRANDE CREDENTE

9/2/2026

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«…In un certo Paese, che adesso non sto a dire quale, una televisione di quel Paese mi chiese perché io privilegiassi la religione cattolica.

Dico: per un motivo. Non perché sono nato cattolico, no. Io dico che in casa cattolica è nata la scienza, e su questo non c’è nulla da discutere.

E la scienza e il cattolicesimo, tra tutte le religioni, sono quelli che più profondamente hanno studiato la sfera trascendentale della nostra esistenza, portandoci a concludere che la più grande conquista della ragione nella trascendenza è la fede.

La più grande conquista della ragione nell’immanente è la scienza. Non sono conquiste banali.

Nella cultura atea siamo creduloni. “Se tu sapessi quello che so io di matematica, non potresti essere credente”, dice il signor ateo numero X.

Oppure: “Se tu sapessi quanta scienza so io, non potresti fare il credulone”.

I credenti sono creduloni secondo la cultura atea.
Io dico: riflettete un pochino, cari miei amici. I creduloni siete voi. E in che cosa credete? Nel nulla.

Perché, siccome la scienza scopre che esiste una logica rigorosa che regge il mondo, dalle sue strutture più intime e più piccole – come la struttura del protone, che io ho studiato – allora nessuno può aprire bocca più di me, perché ognuno parla delle cose che sa fare.

Ai confini del cosmo è tutto retto da una logica.
Se c’è una logica rigorosa, è legittimo chiedersi: ci sarà un autore di questa logica?

Io dico: ma è ovvio che la logica non può nascere dal nulla, non nasce dal caos.

“E dimostramelo”, dicono.

Ci sono persone che lavorano su questo da diversi decenni. Li conosco, li rispetto, perché stanno zitti. Io dico loro: perdete tempo, non arriverete mai a concludere nulla.

E più noi capiamo cose, peggio è per loro, perché non sono ancora riusciti, da una realtà caotica – che si può descrivere in modo molto difficile, ma si può descrivere – a tirare fuori nulla di quello che noi abbiamo scoperto.

Non c’è una parte minima della logica scientifica che possa essere ricavata da una realtà caotica.

Eppure andate in qualche biblioteca e leggete libri intitolati Il caos. Siamo figli del caos.

Enrico Fermi diceva ai suoi allievi: “Ragazzi, state attenti. Quando avete un libro in mano, dovete vedere chi è l’autore. Se l’autore non ha mai scoperto né inventato nulla, lasciate perdere quel libro: perdete tempo, vi confonde le idee, perché non sa di cosa parla. Lui parla per sentito dire”.

Io parlo di scienza, ma questo discorso vale in tutti i campi.

Com’è possibile scrivere libri sul caos se nessuno sa tirar fuori nulla che possa condurre alle leggi fondamentali della natura?

Leggi fondamentali che non sono state scoperte dalla cultura atea, perché se le leggi fondamentali fossero state scoperte dalla cultura atea, io dovrei stare zitto. Non potrei dire “bau”.

Le leggi fondamentali sono state scoperte da un uomo che cercava nelle pietre le impronte del Creatore: Galileo Galilei.

Io ho scritto un libro su Galilei, Divino Galileo, in cui cito esattamente cento citazioni galileiane per ristabilire la verità su questo grande imbroglio culturale che è andato avanti per quattro secoli…»


Estratto di una conferenza di Antonio Zichichi
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GIORNO DELLA MEMORIA 2026

27/1/2026

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27.1.2026
GIORNO DELLA MEMORIA
PER NON DIMENTICARE MA SOPRATTUTTO PER IMPARARE

CONTRO OGNI GUERRA...
CONTRO OGNI GENOCIDIO...
CONTRO OGNI DITTATURA...
CONTRO OGNI IDEOLOGIA...
DI IERI, DI OGGI, DI DOMANI!

Il Giorno della Memoria non è solo il ricordo di ciò che è stato, ma una chiamata a riconoscere ed evitare ciò che sta tornando di male sotto diverse forme.
Ricordare significa non dimenticare l’orrore, ma imparare a non commettere gli stessi errori.

La storia ci insegna che la violenza inizia sempre quando la vita perde valore, quando qualcuno viene dichiarato “di troppo”, “non degno”, “senza voce”. È una logica che appartiene al passato, ma che è presente anche oggi (come l’aborto e l’eutanasia) quando la vita più fragile non viene più riconosciuta come inviolabile.

Contro ogni guerra, che distrugge l’umanità.
Contro ogni genocidio, che annienta popoli e dignità.
Contro ogni dittatura, che soffoca la libertà.
Contro ogni ideologia, quando si sostituisce alla coscienza e alla verità sull’uomo.

Di ieri, di oggi, di domani.
Perché la memoria autentica non divide: educa, protegge, custodisce la vita.

PREGHIERA
(
 rinvenuta nel campo di sterminio di Ravensbrück) 
​

Signore, ricordati non solo degli uomini di buona volontà,
ma anche degli uomini di volontà cattiva.
Non ricordarti delle sofferenze che ci hanno inflitto.
Ricordati dei frutti che noi abbiamo portato grazie al nostro soffrire: la nostra fraternità, la lealtà, il coraggio, la generosità
e la grandezza di amore che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.
E quando questi uomini giungeranno al giudizio, fa che tutti questi frutti che abbiamo fatto nascere siano il loro perdono».

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KESSLER: IL GRANDE BLUFF DEL SUICIDIO ASSISTITO

18/11/2025

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LA MORTE COME FINE DELLA STORIA
di Irina Nazarova

La morte delle sorelle Kessler è stata trasformata dai media in una favola malinconica, quando invece è l’ennesima operazione per rendere il suicidio assistito un gesto “normale”. La DGHS, venduta come paladina della “morte dignitosa”, non cura nessuno: da anni spinge l’idea che togliersi la vita sia una scelta civile e razionale.

Il caso Kessler è perfetto per questa narrazione: due donne senza legami, autosufficienti, icona del modello che la cultura dominante predica da decenni. Autonomia totale, indipendenza assoluta, nessuna radice. Ma è così che si arriva al capolinea: più si esalta l’individualismo, più ci si ritrova soli. E nella solitudine la vita sembra un peso, la morte quasi un’opzione sensata.

Il suicidio delle due sorelle è stato confezionato come poesia, ma il messaggio è durissimo: se è “bello” per loro, perché non per chiunque sia anziano, fragile, malato, solo? È così che la resa diventa diritto e la disperazione libertà.

Celebrare la morte degli anziani, mentre ai giovani si prospetta un futuro di guerra è lo specchio perfetto della società progressista occidentale: anziani accompagnati verso l’uscita, giovani sospinti verso il fronte.

La verità è che questa non è civiltà: è un baratro travestito da progresso. Quando l’individualismo cancella i legami, la morte appare un bene e la vita un dettaglio. Ed è allora che una società ha già perso sé stessa.

KESSLER: IL GRANDE BLUFF DEL SUICIDIO ASSISTITO
​
Ci vogliono convincere che la legge è solo per i casi terminali, per chi soffre. Il suicidio delle gemelle Kessler svela il grande inganno dei promotori della morte di Stato.

Quando il più grande desiderio della vita è la morte. Magari insieme.
Basta questo per accedere al suicidio assistito, anche se si è esenti da malattie psichiatriche o fisiche.
Alice e Ellen Kessler, celebri ballerine e cantanti tedesche, note in Italia per il loro brano “Da-da-un-pa” entrato nell’immaginario televisivo italiano, sono state ritrovate morte, “suicidatesi” insieme tramite iniezione letale autosomministrata nella loro abitazione.
Sin da bambine avevano dovuto fare i conti con il padre alcolista, che, pur spronandole a ballare, spesso picchiava la madre. Questo le aveva unite in maniera insolita e da anni annunciavano la volontà di voler morire assieme, spaventate dal non essere più indipendenti.

Sane e senza malattie psichiatriche
​Così hanno scelto a caso la data del 17 novembre 2025, una decisione presa diversi mesi fa in totale assenza di malattie fisiche e affidandosi alla Deutsche Gesellschaft fuer humanes Sterben, una sorta di agenzia della morte sorella della nostra Associazione Luca Coscioni.
Un legale e un medico hanno seguito la pratica per numerose settimane, escludendo che vi fossero malattie psichiatriche.
L’unica condizione ammessa, spiega l’associazione tedesca, era agire di propria spontanea volontà, essere maggiorenni e avere capacità di intendere e volere.

Il bluff del suicidio assistito sui casi limite
​Le gemelle Kessler hanno svelato il grande bluff di Marco Cappato e Filomena Gallo e dei promotori della morte assistita, quelli che vogliono convincerci che si stanno battendo per dare una scelta dignitosa ai malati terminali, a chi vive sofferenze indicibili, a chi sopravvive solo perché è attaccato alle macchine.
Vogliono far passare l’eutanasia come “ultima spiaggia” per chi soffre dolori insopportabili o si trova in condizioni cliniche irreversibili, disperate.
Sappiamo bene che non è così e le gemelle lo hanno dimostrato. Due donne lucide, capaci di programmare la morte con lungo anticipo come fosse un viaggio turistico, in assenza di malattia e accanimento terapeutico.
Certamente sole, senza figli o mariti, senza parenti che le amassero. Ma ognuno è libero di costruirsi la vita che vuole.
Ma se la semplice voglia di non vivere diventa un titolo giuridico per accedere alla morte assistita, allora che fine fa la narrazione menzognera de “Le Iene” e dei vari promotori della morte come “libertà”?
Di coloro che sfruttano i casi disperati come grimaldello per una legge, pur sapendo che l’inevitabile piano inclinato porterà a situazioni come quella delle Kessler. I Paesi esteri che hanno legalizzato il suicidio ne sono la prova.

La sconfitta etica della società
Oggi vale per due artiste ottuagenarie che temono una futura mancanza di indipendenza, domani potrebbe valere per un quarantenne travolto da un fallimento economico, per un adolescente vittima di bullismo o per chiunque trovi la noia per la vita un ostacolo insormontabile.
Il paletto della legge, una volta che si crea una crepa, viene giù tutto.
La morte, nel vecchio e opulento Occidente, da atto eccezionale si trasforma in desiderio, in prestazione, in servizio erogabile su richiesta. Un cambio di paradigma sociale che colpisce tutti, anche chi continua a riconoscere nella vita un valore indisponibile.
La storia di Alice ed Ellen obbliga a porsi una domanda scomoda: una società che offre la morte come alternativa all’assistenza, alla cura, alla prossimità umana, non sta semplicemente ammettendo la propria sconfitta etica?

da UCCR
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KIRK... UN MARTIRE IN NOME DI CRISTO

24/9/2025

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Cari amici, oggi voglio parlarvi di Charlie Kirk, autentico martire. Non un martire cattolico in senso stretto, ma comunque una figura che ha dato la vita per la verità e per Cristo.

Nel suo libro ''Credo: Catechismo della fede cattolica'', monsignor Athanasius Schneider spiega che un non cattolico battezzato che viene ucciso confessando Cristo può essere accolto da Dio come un martire. Non può però essere proclamato ufficialmente tale dalla Chiesa cattolica per evitare il rischio di relativismo dottrinale. Eppure, agli occhi di Dio, la sua testimonianza di sangue non perde valore.
​
Charlie Kirk è stato ucciso da un integralista di sinistra. La sua voce era diventata scomoda in un’epoca di censura e conformismo. Non ha conosciuto la paura quando si trattava di dire la verità: difendeva la vita, la famiglia, la libertà di parola. Non era cattolico, ma protestante, e ciò rende ancora più luminosa la sua testimonianza, perché mostra come il Vangelo, vissuto con sincerità, possa superare le barriere confessionali e parlare a tutti.

Non cercava lo scontro sterile. Guardava l’avversario negli occhi e diceva: “Mostrami che sbaglio”. Il suo cristianesimo era dialogo autentico, confronto aperto e leale.

Molti lo accusavano di essere divisivo, ma questa è una menzogna del nostro tempo, che confonde la divisione con il male. In realtà, la verità è sempre divisiva, perché obbliga a scegliere. Lo stesso Gesù disse: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada.” Non la spada della violenza, ma quella che separa la luce dalle tenebre, il bene dal male. Così anche Kirk, proclamando verità scomode, non cercava lo scontro, ma costringeva le coscienze a prendere posizione.

Al centro dei suoi discorsi c’era la difesa della vita nascente e della famiglia naturale. Per lui non si trattava di dogmi confessionali, ma di evidenze morali e biologiche: l’aborto è un omicidio, la famiglia è il fondamento della comunità, l’uomo e la donna sono creati diversi e complementari. Parole semplici, ma rivoluzionarie nel contesto culturale odierno.

Kirk difendeva anche il diritto alle armi non come culto della violenza, ma come garanzia della libertà. Ricordava come tutti i regimi totalitari abbiano cominciato disarmando i cittadini. Per lui la difesa della propria famiglia non era un’opzione, ma un dovere.

Il giorno del suo assassinio, mentre parlava all’università Utah Valley, la violenza lo ha raggiunto. Un colpo vile, senza argomenti, solo odio. Ma la sua morte non ha fatto tacere la sua voce: l’ha amplificata.

Il gesto più forte, tuttavia, non è venuto da lui, ma da sua moglie. Durante i funerali ha pronunciato parole disarmanti: “Io perdono”. Non rabbia, non vendetta, ma Vangelo vissuto nella sua forma più pura. Un perdono che spezza la catena dell’odio, come Cristo sulla croce.

Charlie ci lascia un’eredità immensa: il coraggio di dire la verità senza compromessi, l’invito a non vergognarci di essere cristiani in pubblico, la forza di distinguere tra bene e male, e soprattutto la capacità di perdonare.
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La sua voce è stata soffocata nel sangue, ma la sua testimonianza rimane. Il suo sacrificio non è stato vano: è seme di speranza e di fede per chi resta.
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NORME SULLA CONCESSIONE DELL'INDULGENZA DURANTE IL GIUBILEO ORDINARIO DELL'ANNO 2025 INDETTO DA SUA SANTITÀ PAPA FRANCESCO

24/2/2025

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NORME SULLA CONCESSIONE DELL'INDULGENZA DURANTE IL GIUBILEO ORDINARIO DELL'ANNO 2025 INDETTO DA SUA SANTITÀ PAPA FRANCESCO

La Penitenzieria Apostolica ha diffuso le norme per la concessione dell’indulgenza plenaria nel Giubileo 2025. Potranno ricevere l’indulgenza i fedeli “veramente pentiti”, “mossi da spirito di carità”, “che, nel corso del Giubileo, purificati attraverso il sacramento della penitenza e ristorati dalla Santa Comunione – si legge nel testo – pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice”. L’indulgenza potrà essere applicata “in forma di suffragio alle anime del Purgatorio”.

I fedeli potranno ottenere l’indulgenza intraprendendo un pellegrinaggio verso qualsiasi luogo sacro giubilare, verso almeno una delle quattro Basiliche Papali Maggiori di Roma, in Terra Santa o in altre circoscrizioni ecclesiastiche, e prendendo parte a un momento di preghiera, celebrazione o riconciliazione. Poi, ancora, “visitando devotamente qualsiasi luogo giubilare” e vivendo l’adorazione eucaristica, concludendo con il Padre Nostro, la Professione di fede e Invocazioni a Maria.

In caso di gravi impedimenti, i fedeli “veramente pentiti che non potranno partecipare alle celebrazioni, ai pellegrinaggi o alle visite”, potranno conseguire l’indulgenza giubilare alle stesse condizioni se “reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene, il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno Santo, offrendo le loro sofferenze o i disagi della propria vita”.

Altre modalità sono le “opere di misericordia e di penitenza, con le quali si testimonia la conversione intrapresa” e la visita “ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, diversamente abili… ), quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro”. L’indulgenza potrà essere ottenuta anche “astenendosi, in spirito di penitenza, almeno durante un giorno da futili distrazioni (reali ma anche virtuali) e da consumi superflui, nonché devolvendo una proporzionata somma di denaro ai poveri, o sostenendo opere di carattere religioso o sociale, in specie a favore della difesa e protezione della vita”.

Il testo integrale può essere consultato qui:
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2024/05/13/0392/00808.html

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PREGHIERA DEL GIUBILEO DI PAPA FRANCESCO
Padre che sei nei cieli,
la fede che ci hai donato nel
tuo figlio Gesù Cristo, nostro fratello,
e la fiamma di carità
effusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo,
ridestino in noi, la beata speranza
per l’avvento del tuo Regno.

La tua grazia ci trasformi
in coltivatori operosi dei semi evangelici
che lievitino l’umanità e il cosmo,
nell’attesa fiduciosa
dei cieli nuovi e della terra nuova,
quando vinte le potenze del Male,
si manifesterà per sempre la tua gloria.

La grazia del Giubileo
ravvivi in noi Pellegrini di Speranza,
l’anelito verso i beni celesti
e riversi sul mondo intero
la gioia e la pace
del nostro Redentore.
A te Dio benedetto in eterno
sia lode e gloria nei secoli.
Amen

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1 - PREGHIERE PER LUCRARE L'INDULGENZA PLENARIA
PADRE NOSTRO (per riconoscerci figli di Dio)
E PROFESSIONE DI FEDE (per riconoscerci membra vive della Chiesa Cattolica)


Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Io credo in Dio, Padre onnipotente,
creatore del cielo e della terra
e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito da Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio, Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi,
la remissione dei peccati, la risurrezione della carne,
la vita eterna. Amen.

2 - PREGHIERE SECONDO L'INTENZIONE DEL SOMMO PONTEFICE
Significato: https://www.facebook.com/photo/?fbid=10235834024821401&set=a.3266533312540

Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne
e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi peccatori,
adesso e nell’ ora della nostra morte. Amen.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen

3 - PREGHIERA PERSONALE
Preghiere personali conformi alle finalità dell’Anno Santo
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