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OGGI AVETE UCCISO INDY MA SIETE VOI CHE SIETE MORTI

13/11/2023

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Riproponiamo una riflessione della signora Raffaella Frullone scritta in data 30.6.2017, in occasione della morte del piccolo Charlie. Oggi purtroppo risulta attuale. Speriamo in futuro di non doverla più riproporre.

OGGI AVETE UCCISO INDY MA SIETE VOI CHE SIETE MORTI

Siete già morti e non ve ne siete accorti. Quando dite 'staccano i macchinari' per non dire che la soffocano, siete morti. Quando vi mettete a cavillare sulla 'qualità della vita', siete morti. Quando affermate che 'la vicenda è complessa e per la bimba non c'era nulla da fare', siete morti. Quando chiedete se la terapia italiana sarebbe stata efficace oppure no, siete morti. Quando non vi fate neanche una domanda sul perchè abbiano deciso i giudici o sul perché non hanno dato ai genitori nemmeno la possibilità di portarla a morire a casa nel suo lettino, siete morti. Ma morti tanto. A Indy hanno dato la morfina per non sentire il dolore, ma voi siete così morti che non sentite niente già da vivi. Oggi Indy è stata uccisa ma vive gloriosa nella vita eterna dove arriverà dopo il suo Venerdì Santo. Voi invece resterete morti. Morti sani, s'intende. E morti schiavi. Questa umanità muore ogni volta che legalmente e intenzionalmente uccide uno dei suoi figli più fragili nell'indifferenza generale. Anche di chi si professa cattolico. Oggi Indi vive. Indy é tanto amata. Prega per noi.

Raffaella Frullone
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CASO DELLA PICCOLA INDY GREGORY

13/11/2023

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"Ho richiamato i termini della drammatica storia di Indi Gregory perché, al di là delle valutazioni mediche, qui sono in gioco beni essenziali calpestati da uno Stato che assomiglia sempre più al “Leviatano” evocato dal filosofo inglese Thomas Hobbes: uno Stato che ha potere di vita e di morte sui suoi cittadini. I beni che qui sono conculcati sono la vita di una creatura umana, alla quale si rifiutano cure essenziali (ventilazione e alimentazione): davanti all’impossibilità di guarire, si rinuncia a curare. Ma quanti malati, di ogni età e condizione, sono curabili ma non guaribili! Con il paravento di un presunto accanimento terapeutico – che non sussiste nel caso di Indi – la medicina rinuncia alla sua missione e la magistratura inglese promuove un “favor mortis” al posto del naturale “favor vitae”. Inoltre si privano di fatto dei genitori della patria potestà, senza motivi che giustifichino una tale decisione, e si fa della loro bambina una “proprietà” dello Stato che legifera sulla sua vita e sulla sua morte.
In queste ore apriamo gli occhi e il cuore a ciò che sta accadendo alla piccola Indi e alla sua famiglia. Chi è credente alzi una preghiera per la salvezza di Indi e per la sua famiglia. Tutti, almeno idealmente, alziamoci in piedi per dire il nostro no: non vogliamo essere complici e corresponsabili della morte di Indi con il nostro silenzio e la nostra indifferenza. Non vogliamo che Indi si aggiunga alla schiera dei piccoli innocenti – Charlie Gard, Alfie Evans, Archie Battersbee, Sudiksha Thirumalesh – martiri di una cultura di morte.
Scegliamo di essere un popolo della vita e per la vita!"

Pavia, 11 novembre 2023
+ Corrado vescovo

da Diocesi di Pavia
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SOSTENIAMO I CARDINALI DEI DUBIA

7/10/2023

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​Liberi in Veritate ringrazia filialmente i cinque Cardinali che hanno avuto il coraggio, la lungimiranza e la paternità di sottoporre al Papa i Dubia sui rischi del Sinodo inaugurato il 4 Ottobre e riconosce, in questo atto, la loro autentica sollecitudine di Pastori del popolo santo di Dio. Per questa ragione, attraverso il format che trovate qui sotto, Vi invitiamo ad unirvi al nostro ringraziamento e a manifestare il vostro sostegno ai cari porporati.
Clicca qui per firmare la petizione
Dal sito Liberi in Veritate 
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LA PESCA

28/9/2023

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- Lo spot dell'Esselunga ha suscitato un dibattito intenso
- Il video (che ha più del cortometraggio che dello spot) ha una qualità tecnica elevata e racconta una storia molto bella...
- Esselunga ha realizzato un video forte e pubblicitariamente efficace… con l'obiettivo (puramente commerciale) di porre l'accento sull'importanza della spesa...
- Per farlo ha scelto una storia... Una storia come tante... reale, concreta, commovente, toccante e soprattutto attuale: una storia che racconta dei sentimenti e la sofferenza e la speranza dei bambini di fronte al divorzio dei genitori...
- Argomento questo troppo taciuto e sottovalutato da tutti... a differenza di altri molto meno importanti
- Esselunga non ha voluto cavalcare l'onda del politicamente corretto... I protagonisti oltre alla pesca sono un papà una mamma è una bambina...
- Esselunga ha realizzato uno spot pubblicitario... non un qualsivoglia trattato sociologico da quattro soldi...
- Altri giudizi sono influenzati da pregiudizi o interessi che non meritano nemmeno di essere presi in considerazione.
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IL DONO DELLA DISCREZIONE

10/9/2023

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PUBBLICITA' PROGRESSO
IL DONO DELLA DISCREZIONE

Sui profili di Facebook impazzano notizie, foto, filmati sulle nostre vacanze. Che luoghi belli abbiamo visitato! Quanto siamo stati bene con le persone che amiamo! Che carini i nostri bambini sullo sfondo di questi paesaggi esotici! Tutto viene documentato subito e mostrato sulla nostra pagina. Alcuni fanno i selfie persino con il Santo Padre. Va bene. La tecnica ci fornisce tutte queste belle possibilità.

Nell’euforia delle nostre condivisioni dalle vacanze vale la pena, tuttavia, essere un po` sensibili alle persone che forse vorrebbero – ma non possono – viaggiare tanto come noi. Alle persone che proprio adesso soffrono dopo perdita della persona che amavano. Alle persone che magari vorrebbero avere bambini ma non possono. Cosa possono sentire e pensare vedendo la nostra felicità?

Nell’epoca dell’aggressività informativa, una giusta misura nella trasmissione di notizie da parte nostra sembra necessaria, anzi salvifica. La tradizione monastica conosce questa virtù come discrezione, l’arte di una sensibilità pratica. Non è giusto aumentare da parte nostra la pressione nei confronti delle persone; eppure, molto spesso, contribuiamo anche noi, facendo agli altri ciò che vogliamo evitare a noi stessi.
Quando qualcuno ci chiede qualcosa, spesso rifiutiamo, spiegando che siamo occupati etc. La persona che ci chiede, molte volte dopo aver superato tante paure – viene respinta e rimane da sola con il suo problema. San Benedetto, nel versetto 13. del capitolo XXXI della sua Regola raccomandava all’economo che, se non può concedere quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta caritatevole. È un’arte dell’amore per il prossimo mostrare almeno una certa comprensione.

Nonostante tanti comportamenti narcisistici attorno a noi, dobbiamo ricordarci (comprendere) sempre che non viviamo da soli. Le nostre parole, gesti, decisioni provocano varie reazioni. Nell’epoca dell’onnipresenza dei mezzi di comunicazione, tutto ciò che comunichiamo è diventato un campo immenso d’influsso che possiamo avere: del bene che possiamo trasmettere, come anche del male che possiamo suscitare. Avere questa consapevolezza, è esso stesso un messaggio da trasmettere quasi con ogni clic nei nostri portali social. Spesso più piccolo della parole, ma potenzialmente molto più forte e, speriamo, consolante…

di fr. Bernard Sawicki osb
Coordinatore dell’Istituto Monastico all’Ateneo Pontificio Sant’ Anselmo
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ECCO COSA SUCCEDERÀ SUBITO DOPO LA NOSTRA MORTE: IL GIUDIZIO DI DIO. INFERNO- PURGATORIO-PARADISO.

31/8/2023

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ECCO COSA SUCCEDERÀ SUBITO DOPO LA NOSTRA MORTE: IL GIUDIZIO DI DIO. INFERNO- PURGATORIO-PARADISO.
(Venerabile Fulton J. Sheen, da “A preface to Religion – Vi presento La Religione”)

​Riferendoci al Giudizio particolare di Dio, subito dopo la morte, in che cosa consisterà? Sarà una valutazione di te stesso, come tu sei realmente…

Quando verrà il momento esatto del Giudizio, ci toglieremo questi occhiali affumicati e ci vedremo così come noi siamo in realtà. Ora che cosa sei in realtà? Tu sei ciò che tu sei, non per le tue emozioni, i tuoi sentimenti, i tuoi gusti, e i tuoi disgusti, ma per le tue scelte. Le decisioni della tua libera volontà saranno il contenuto del Giudizio.

Il Giudizio particolare, subito dopo la morte, è un qualcosa come essere fermati dalla polizia stradale, se si eccettua il fatto che, grazie al Cielo, il Buon Dio non è così severo come un poliziotto. Quando siamo fermati, Dio non ci dice: “Che genere di macchina avete guidato?”. Presso di Lui non vi è accezione di persone: Egli ci domanda soltanto: “Hai guidato bene? Hai osservato le norme?”. Alla morte lasciamo dietro a noi i nostri veicoli, cioè le nostre emozioni, pregiudizi, sentimenti, la nostra condizione di vita, i nostri vantaggi, le accidentalita’ del talento, della bellezza, dell’intelligenza e della posizione. Perciò non avrà importanza presso Dio se siamo stati disgraziati, ignoranti o detestati dal mondo. Il nostro giudizio sarà basato non sulle nostre disposizioni psicologiche o sulla posizione sociale; ma sul modo in cui avremo vissuto, sulle scelte che avremo fatto e se avremo obbedito alla Legge di Dio.

Non pensare perciò che al momento del Giudizio potrai discutere il caso. Non ti sarà permesso allegare alcuna circostanza attenuante, non potrai esigere un ricorso, né una nuova giuria e neppure appellarti al fatto di un processo ingiusto. Tu stesso sarai tuo giudice. Tu stesso la tua giuria; tu pronuncerai la tua sentenza. Dio sancirà semplicemente il tuo giudizio.

Che cos’è il Giudizio? Dal punto di vista di Dio, il Giudizio è un riconoscimento.

Ecco due anime che appaiono dinnanzi a Dio, nell’istante dopo la morte. Una è in stato di Grazia, l’altra, no. Il Giudice Divino guarda all’anima in stato di Grazia: vi vede la rassomiglianza con la Sua Natura, poiché la Grazia è partecipazione alla Natura Divina. Proprio come una madre conosce il suo bambino per la rassomiglianza di natura, così anche Iddio conosce i propri figli per rassomiglianza di natura. Egli conosce se siamo nati da Lui. Vedendo in quelle anime la propria rassomiglianza, il Sovrano Giudice, Nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, dice: “Venite benedetti dal Padre Mio. Vi ho insegnato a dire Padre Nostro. Io sono Figlio per natura, voi siete figli per adozione. Venite nel regno che ho preparato per voi da tutta l’eternità”.

L’altra anima, invece, che non possiede i tratti famigliari e la somiglianza con la Trinità, viene ricevuta in un modo ben diverso dal Giudice Supremo. Come una madre sa che il figlio di una sua vicina non è proprio suo, perché non vi è partecipazione alcuna alla sua natura, così anche Gesù Cristo, non vedendo nell’anima peccatrice partecipazione alcuna alla sua natura, può dire soltanto queste parole che significano il non riconoscimento: “Non ti riconosco”. Ed è cosa ben terribile non essere riconosciuti da Dio! Tale è il Giudizio dal punto di vista di Dio.

Dal punto di vista umano, è pure un riconoscimento, ma un riconoscimento di idoneità o di non idoneità. Un distinto visitatore viene annunciato alla porta, ma io mi trovo con i miei abiti da lavoro, con le mani e la faccia sporca. Non sono in condizione di presentarmi dinanzi a un così augusto, importante visitatore e io mi rifiuto di vederlo, finché non possa migliorare la mia presenza.

Un’anima macchiata di peccato si comporta proprio nello stesso modo, quando si presenta al Giudizio di Dio. Essa scorge da una parte la Maestà, la Purezza, e lo Splendore di Dio e dall’altra, la sua bassezza, la sua colpevolezza, la sua indegnità. Non implora, non discute, non perora il caso. Essa vede e dal profondo emerge il suo giudizio: “O Signore, io sono indegna!”.

L’anima macchiata di peccato veniale si getta nel Purgatorio a lavare la sua veste battesimale; ma l’anima irrimediabilmente macchiata dal peccato mortale, l’anima morta alla Vita Divina della Grazia, si precipita nell’inferno con la stessa naturalezza con cui una pietra abbandonata dalla mia mano cade al suolo.

Tre destini possibili ti attendono alla morte:
Inferno: Dolore senza Amore.
Purgatorio: Dolore con Amore.
Paradiso: Amore senza Dolore.
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SE IL NOSTRO CORPO DICE CHI SIAMO

9/8/2023

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Corpi al sole. L’umanità è varia, soprattutto in spiaggia dove il fisico non farà il monaco, ma comunque può dire molto sul bagnante e forse più degli abiti che tornerà a vestire alla sera. Un dato che i corpi in costume gridano a tutti è il tasso di attenzione della persona per il suo stesso fisico.

Profili di giare appoggiati su esili gambette, divanetti adiposi, colli trasformati in gorgiere di pelle e grasso, arti gonfiati a duemila bar, magrezze anoressiche, deretani e seni che da tempo hanno alzato bandiera bianca contro le Forze della Gravità, invincibile armata che anno dopo anno diventa sempre più spietata. La spiaggia così diventa un palcoscenico di un’umanità che sarà pur santa – in dubio pro reo – ma di certo non bella esteticamente, gioventù compresa.

In genere, mimando la scusa della volpe che non riusciva a raggiungere l’uva, ci si difende conl'affermare che l’importante è la bellezza interiore, la preziosità della propria anima. Vero, ma noi siamo anche il nostro corpo. Non abbiamo un corpo, ma siamo esseri corporei. Già lo spiegava Aristotele e la Chiesa ha fatto suo questo principio: la persona è sinolo, cioè unione strettissima, di forma e materia, di anima e corpo. Quest’ultimo viene qualificato come tempio dello Spirito Santo solo quando il discorso finisce sul sesto comandamento o quando si scivola su qualche vizio come il fumo e l’abuso di alcol. Ma se il corpo è tempio dello Spirito Santo allora bisogna custodire questo tempio e semmai restaurarlo se andato in malora. E ciò per più motivi.

In primo luogo la nostra natura è in continua tensione verso il perfezionamento di tutta la persona umana. Noi abbiamo il dovere morale di migliorare noi stessi, un dovere perfettivo che si articola in tutte le dimensioni, anche quella corporea. Sicuramente le virtù teologali e cardinali valgono molto di più che un addome scolpito, ma una cosa non esclude l’altra. Il dovere di essere il meglio di noi stessi coinvolge la totalità della persona e quindi anche il suo aspetto fisico. L’importante, come è ovvio, è rispettare la gerarchia tra corpo e anima. Vale molto più questa che quello, banale a dirsi.

E dunque se Tizia ha un’attenzione maniacale verso lo smalto delle sue unghie, ma non si inginocchia mai davanti ad un tabernacolo – forse anche per il timore di ulcerare o solo arrossare le ginocchia – significa che il suo vero Dio non è in quel tabernacolo, ma in una boccettina di smalto color pesca. Chiaro è che il corpo può essere oggetto di attenzione narcisistica o di ossessione, ribaltando così la gerarchia naturale di cui sopra. Ma i girovita infiniti e gli indici di massa corporei elefantiaci – al di là naturalmente di patologie connesse – spesso testimoniano anche l’esistenza di un’obesità della volontà che non riesce più a concepire lo sforzo di fare sport e la fatica di rinunciare a quel fromage francese così irresistibile.

A volte un sano narcisismo è utile per combattere la pigrizia. La cura del corpo aiuta anche lo spirito:praticare uno sport ed essere attenti all’alimentazione è una palestra anche per l’anima che si abitua alle rinunce, alla determinazione, alla perseveranza, all’esercizio dell’umiltà, al sapore della sconfitta e al dolore. Quindi, in prima battuta, siamo chiamati a perfezionare la natura, a diventare – per quello che è possibile e tenendo conto di altre priorità – anche più belli. É il preludio di quello che attenderà i beati. Alla risurrezione dei corpi, l’aspetto fisico degli eletti sarà magnifico. In Paradiso sono tutti bellissimi. Dei Brad Pitt e Angelina Jolie al cubo, tanto per intenderci.

Ciò significa che la bellezza è un valore a cui tendere e dunque un talento già su questa terra. Di certoun talento che vale meno di altri – intelligenza, mitezza d’animo, etc. – ma pur sempre un talento. La sacra Sindone ci restituisce l’immagine di un Uomo dall’aspetto regale: le proporzioni perfette, le spalle larghe, il busto virile, il volto severo, il fisico asciutto. Sfigurato nel viso e martoriato nelle carni, la bellezza di quel corpo non è stata però intaccata. Dio ci chiama ad essere belli, dentro e fuori. Una chiamata che è anche al servizio dell’apostolato.

In una società fortemente estetizzante come la nostra indispone non poco incontrare il sacerdote malvestito perché spesso in borghese (cioè fuori servizio), eppure clergyman e talare fanno eleganti tutti; il conferenziere chiamato in parrocchia che veste come i testimoni di Geova; la catechista ambientalista con la ricrescita dei capelli in orgogliosa bella vista; l’ “educatore” d’oratorio che più nerd non si può; la responsabile dell’associazione cattolica che pare una mondina del primo novecento. Il biglietto da visita che diamo agli altri, nolenti o volenti, è il nostro aspetto fisico. Se dobbiamo attrarre gli altri a Cristo, che il Bello per eccellenza, e noi siamo impresentabili, chi ci seguirà? Che il nostro fisico dunque sia lo specchio della nostra anima. Se questa deve essere in grazia di Dio che lo sia anche il nostro aspetto che, in un certo qual modo, comunica il nostro mondo interiore.

L’incarnazione significa anche usare dei sema del mondo – sempre che non siano falsi – percomunicare agli altri che utilizzano lo stesso linguaggio. In parole povere, se mandate a parlare sulla castità a dei giovani il professor Adalgiso De Orridis che si presenta con panzetta d’ordinanza, riporto, pelle seborroica, occhiali con lenti a fondo di bottiglia, giacca in tessuto scozzese e cravatta con fantasie di animali, state pur certi che il De Orridis anche se preparatissimo sortirà l’effetto opposto a quello desiderato dagli organizzatori della conferenza, incrementando esponenzialmente gli amplessi pre-matrimoniali. É questione di credibilità, non di superficialità, che passa anche, ma non solo, per un fisico curato e un abbigliamento alla moda.

In secondo luogo la cura del proprio corpo, mangiando sano e facendo attività fisica, significa anche tutela della salute. Se la vita è dono preziosissimo, questa esige un rispetto altrettanto attento. Infine il valore del corpo, per il cristianesimo, è testimoniato anche dal dogma della resurrezione. Il corpo non è un orpello, un accessorio del nostro essere, o peggio una gabbia da cui liberarci, come la intendeva Platone o come la intendono i buddisti. Ma è ciò che determina la nostra identità in questo mondo, così prezioso che Dio lo chiama all’eternità.

​di Tommaso Scandroglio
Dal sito della Nuova Bussola quotidiana
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DARWIN: IL RE È NUDO, EPPURE LA PARATA CONTINUA

12/2/2023

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Oggi, 12 febbraio, è il Darwin Day, il giorno di Darwin, celebrazione che si tiene ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua nascita, in onore del biologo e naturalista britannico celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie vegetali e animali per selezione naturale.

Nel Darwin Day è tutto un trionfo di razionalismo e laicità, sebbene la teoria della selezione sia sempre più screditata e, molto spesso, contestata anche da scienziati di scuola evoluzionista. 

Ecco un nuovo articolo. L’autore, Christian Peluffo, ha scritto Einstein non credeva a Darwin. Il dogma infranto dell’evoluzionismo.


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Sorvolando sulle varie ammissioni di scienziati evoluzionisti contro la loro teoria di riferimento, ritengo sia importante comunicare alcune fondamentali informazioni al nostro ideale interlocutore darwinista, importanti per stimolarlo almeno ad un’oggettiva ricerca sul citato paradigma.
Sarò sintetico, anzi quasi telegrafico.
Sono stati rinvenuti oltre un miliardo di fossili, ma nemmeno uno testimonia una transizione, tanto che H. Gee, internazionale paladino di Darwin e seguaci, ha equiparato ogni linea evolutiva propagandata in musei e manuali a favole della buona notte.
Dal canto loro due insigni paleontologi, S. J. Gould e N. Eldredge, pur di non abbandonare la tanto amata evoluzione hanno ideato la teoria degli equilibri punteggiati, la quale, disperatamente, afferma il trasformismo delle specie nonostante ammetta l’anti-trasformismo dei fossili.
Non solo a livello biologico, anche in ambito squisitamente matematico l’origine della vita dalla non vita è impossibile.
Infatti, secondo sofisticate proiezioni, è straordinariamente più probabile che due persone estraggano casualmente il medesimo atomo fra tutti quelli presenti nell’universo, che la prima cellula si sia formata dal caso; secondo F. Hoyle, celebre matematico e fisico agnostico, tale probabilità è pari a circa 0, 39.999 zeri consecutivi 1 (la probabilità della medesima estrazione si aggira sullo 0, 60 zeri consecutivi 1 – 0,80 zeri consecutivi 1)
Lo stesso A. Oparin – genetista ateo, guarda caso fondatore della teoria dell’abiogenesi – ammise che la possibilità che la prima proteina sia nata dal caso è quella che si avrebbe se, buttando all’aria una cassa piena di caratteri tipografici separati fra loro, quest’ultimi atterrassero formando, ordinate e pronte alla lettura, tutte le opere di Shakespeare.
Si, stiamo scrivendo della prima proteina, nemmeno della prima cellula o della prima semplice forma vivente.
Ormai è accettato dalla comunità dei genetisti che il DNA umano è in degradazione, in involuzione…cioè tutto il contrario di quanto propagandato dai discepoli di Darwin. J. Sanford, uno dei più eminenti genetisti al mondo, ha indicato tale evidenza citando varie attestazioni sperimentali di scienziati anche evoluzionisti e ben spiegando che la degradazione del DNA delle specie s’incastra perfettamente non solo con le logiche della genetica, ma anche con quelle della fisica e, aggiungerebbe qualunque onesto naturalista, con la storia della biodiversità terrestre.
Infine mi appello alla semplice aritmetica; se, come affermano le teorie evoluzioniste, la vita sulla Terra sarebbe apparsa dai 2,7 ai 3,9 miliardi di anni or sono, come possono essersi evolute in quel lasso di tempo centinaia di milioni di specie dalla prima elementare forma vivente?
Proiezione tutt’altro che esagerata; infatti, non contando i vari tipi di cellule intra-corporee, è necessario considerare l’immenso cosmo dei batteri, flora intestinale compresa, nonché le piante, i funghi, gli animali, le specie viventi e la sterminata massa di quelle estinte… Si pensi ad esempio che gli artropodi tropicali attuali sono rappresentati dai 2,4 ai 10,2 milioni di specie, molte ancora sconosciute.
Oltretutto, affermano gli stessi evoluzionisti, prima del Cambriano, era geologica approssimativamente concretizzatasi 500 milioni di anni or sono, la biodiversità era desolatamente misera.
L’evoluzionismo non può dunque giustificare l’immenso corredo di forme viventi, e specialmente non può farlo il neo-darwinismo, per il quale il processo evolutivo è lentissimo, spesso quasi impercettibile.
Per sciogliere i fondamentali nodi riportati in questo articolo è necessario introdurre il ben conosciuto concetto della micro-evoluzione (adattamento anche relativamente marcato, non lento, visibile, accertato, generalmente determinato da un impoverimento genetico) e della macro-evoluzione (evoluzione autentica, scientificamente impossibile).
È inoltre necessario ammettere l’intervento di un essere superiore, creatore, ordinatore.
Tuttavia, ne sono certo, il nostro interlocutore evoluzionista non aprirà mai la porta alle scienze naturali che bussano, non importa quanto possano battere forte, non importa se lo fanno insieme al buon senso, alla matematica, alla fisica, alla logica.
Egli la aprirà solo se avrà l’accortezza (o l’umiltà?) di comprendere che è tenuta ben chiusa da decenni di pervasiva e disonesta propaganda, ma soprattutto da una particolare ideologia, da un modo d’intendere l’uomo e la vita che si conforma perfettamente con la materialista, edonista e nichilista mentalità dell’Occidente odierno.
Su queste ultime dinamiche l’evoluzionismo è innestato, a causa di queste dinamiche l’evoluzionismo vive.
Scegliendo fra le tesi dei due Alberto, ognuno è libero di concedere credito ad Angela, ma chi vuole farlo non chiami in causa la scienza: regga pure lo strascico all’imperatore nudo, ma non lo faccia in nome della scienza.
“Considero le dottrine evoluzioniste di Darwin, Haeckel, Huxley, come tramontate senza speranza” (Albert Einstein).

Christian Peluffo
Dal blog di Aldo Maria Valli
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SE L'ABBIAMO MAI CREDUTO

24/12/2022

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NATALE 
​SE L'ABBIAMO MAI CREDUTO

Quando siamo coinvolti in un confronto spesso noi pensiamo che in caso di nostra sconfitta l’avversario si fermerà. Che si accontenterà di quanto ha ottenuto, di quanto diceva di volere ottenere, e non spingerà ancora più in là le sue pretese. Che avrà pietà di noi. Che non ci distruggerà.
Oh, illusione. Noi cristiani siamo dalla parte dell’unico che ha davvero pietà e misericordia. Chi si oppone, beh, si oppone anche a quelle. Non saremo risparmiati, non più di quanto fu risparmiato Cristo.

Pensavamo che il mondo che avevamo faticosamente costruito andasse bene, ai più. Che ciò che avevamo ottenuto potesse bastare, perché è ciò che è più conveniente per l’uomo. Che la bellezza, la giustizia, la verità che avevamo fatto rifulgere fossero un risultato che nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione. Anche qui, illusi. Le nostre conquiste sono state smontate, distrutte, oltraggiate. Il grido di chi vuole ciò che è ingiusto risuona più forte dei lamenti dei deboli.

“Cosa te ne importa a te se fanno così? E’ la loro libertà, non tocca mica la tua”. Quante volte me lo sono sentito dire, anni addietro. Quegli stessi ora tacciono, non so se soddisfatti, sbigottiti o dimentichi. Ora vieni imprigionato se osi chiamare qualcuno con il pronome indesiderato, o se preghi silenziosamente, se ti opponi alla morte o se pensi di proteggere i tuoi figli dall’indottrinamento che li uccide nel corpo e nell’anima. Sei additato come pericoloso, e lo sei veramente, perché i potenti non possono sopportare quando il vero si scontra con la loro menzogna. La libertà senza verità è ciò di cui sta morendo il nostro tempo.

Ma qual è la causa ultima di tutto ciò? Com’è stato possibile? Ve lo dirò: abbiamo perduto la fede.
Non crediamo più che il bene possa vincere (se l’abbiamo mai creduto). Non crediamo più che ci sia una verità dalla quale non ci si deve distaccare, fosse anche sacrificando la propria vita (se l’abbiamo mai creduto). In una parola, non crediamo più in Dio (se l’abbiamo mai creduto). Oh, sì, magari crediamo in un dio nebuloso, lassù, soddisfatto dai riti, incapace di muovere il mondo e renderci felici. Come dire, nessun Dio,

Abbiamo perduto la fede: scettici, stanchi, delusi. Umani.
Proprio come tutti gli altri uomini, in ogni tempo. E’ per questo che Dio si è scomodato a venire da noi carnalmente, a farsi trovare, a nascere e morire. Perché la nostra fede si poggiasse su qualcosa che non sono idee, ma carne.
Neanche i suoi discepoli avevano molta fede. Forse ancora meno di noi (se ce l’abbiamo).

Com’è che si acquista, questa fede? Non si trova sotto l’albero, non è possibile farsela recapitare da Amazon. Ci sono volti da guardare, fatti da guardare, sì, ci sono ancora. La fede ancora brilla in posti inattesi, come un profumo versato la cui fragranza continua ad aleggiare anche dopo che è stato ripulito. La si riconosce, volendo. Bisogna guardare, e vedere, e paragonare il nostro cuore con quello che abbiamo veduto, in maniera che possiamo credere a ciò che non abbiamo veduto. Non saranno le circostanze a vincere. Non sarà ciò che è male, malgrado l’apparenza: che è appunto apparenza, e non sostanza.
In fondo è questo il Natale, quello vero. L’annuncio di una vittoria, per chi ci ha creduto.

​dal blog di Berlicche
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IL POLYAMORE E L'ANARCHIA SESSUALE

11/12/2022

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​Una volta (tipo fino all'altro ieri) c'erano le coppie promiscue, o quelle in cui l'uno o l'altro coniunge si faceva prendere dalla fregola sessuale e sviluppava la tendenza a tradire il proprio partner con rapporti occasionali una tantum o reiterati o, peggio, mettendo in piedi relazioni adulterine durature. Coppie che andavano in crisi, coppie che si riconciliavano, coppie che saltavano, con tutto il loro coté di sofferenza e rancore, talvolta immarcescibili, specie quando di mezzo c'erano i figli.
Da qualche anno, collettivi bolognesi di gente coi capelli blu hanno deciso che tutto quello che prima faceva problema per una normale coppia monogama in realtà si può fare, anzi, si dovrebbe, perché sarebbe un gesto etico e politico. Seguire le sublimi traiettorie del proprio cazzo/figa alla ricerca di chiavatine estemporanee nella violazione del patto di corresponsabilità e cura che la relazione monogama comporta, da oggi non è più un problema: essere stronzi o zoccole oggi lo chiamiamo POLYAMORE, e quello che prima suscitava scrupoli morali, oltre che serie conseguenze materiali, adesso è anarchia relazionale: un colpo al cerchio e uno alla botte, con una sola manovra ti ho sdoganato il disimpegno, l'irresponsabilità, la scarsa considerazione dell'altro, l'egoismo, il narcisismo, l'erotomania e quant'altre schifezze e ti ci ho pure passato sopra uno spesso velo di vernice cromata che non solo queste cose te le depenalizza moralmente consentendoti di sputtaniare o porcheggiare in giro, ma ti dà pure uno statuto da guerriero anti-sistema delle sacerrime istanza progressive.
Scopicchiare in giro adesso è un atto politico di manomissione delle strutture oppressive di una società veteropatriarcale che genera orizzonti normativi soffocanti e liberticidi organici ad un potere che riproduce le proprie inique meccaniche impedendo di scoparmi il tipo troppo bono nel cesso del bar.
La coppia poliamorosa (perché poi, sempre da una struttura diadica si deve partire, e a cui inevitabilmente si torna, ops) racconterà se stessa come di un'entità emotivamente e intellettualmente così evoluta che la gelosia e tutti quegli orrori che allignano preso l'orrida e stolida coppia monogama sono svaniti da mo, che "tra noi vige un patto assai più puro e autentico di quello finto e ipocrita che lega le coppie monogame, che siamo in grado di gestire le più annose crisi e la più laocontica complessità con la forza dirompente ed etica del superpolyamore yeah"; il poliamoroso ti dirà che l'amore e la forza fondamentale dell'universo, una potenza circumradiante inarrestabile che non può e non deve essere imbrigliata in una struttura rigida ma deve potersi esprimersi ed espandersi generando consapevolezza e bellezza; sembra non sospettare neppure lontanamente che quello che dice è contradditorio, giacché se l'amore è una forza fondamentale e totalizzante di tipo qualitativo, la sua più libera espressione non richiede estensioni quantitative e reduplicazioni infinite, ma si può al contrario realizzare autenticamente solo secondo un patto di solidarietà sponsale che sta in piedi esclusivamente in una relazione monogama sana, cioè la forma più semplice in cui la dimensione non quantitativa dell'amore si invera, adattandosi senza forzature alla struttura relazionale diadica.
In realtà questa è gente che non trova pace e deve fare i giochini, le pazzielle, anche a 40 anni e più, e ha bisogno di alibi per fare le proverbiali zozzerie davanti agli altri senza che la gente arricci il naso.
Per tacere dello strutturale sbilanciamento interno alle dinamiche poliamorose in cui è tendenzialmente la donna a redistribuire i propri favori e organizzare la vita pratica della coppia poliamorosa e il maschio è, prevedibilmente, ridotto ad un cicisbeo che echeggia il più delle volte i decreti supremi della padrona (che cazzo di poliamore deve fare il maschio medio, è già tanto se nella vita, stanti le attuale regole del mercato affettivo-sessuale, ha trovato una donna disposta a prendersi vagamente cura di lui).
E insomma con questo poliamore io posso finalmente autoassolvere le mie velleità orgasmiche post-adolescenziali e la mia immaturità indisponibile a costruire un progetto di vita basato sulla fondamentale solidarietà di coppia e raccontarmi che sto pure facendo la rivoluzione; posso prolungare fino a sopraggiunta essiccazione delle mucose vaginali o ritiro definitivo del membro un comportamento sessuale promiscuo, un'affettività bizzosa, capricciosa e superficiale immaginando che ad ogni mio passo mi squilli intorno la marcetta vittoriosa e solenne dell'impegno politico contro il Moloch patriarcal-capitalista.
Con la fregnaccia del polyamore posso, in definitiva, contrabbandare il disimpegno per impegno, l'immaturità per maturità, l'irresponsabilità per responsabilità, l'individualismo per altruismo solidale, in un gioco di commutazioni e rovesciamenti nel quale, in ultimo, reperiamo la cifra più distintiva della contemporaneità: il pervertimento dell'ordine delle cose, l'inversione di bene e male - dichiarati, ovviamente, inesistenti in sé - e la menzogna elevate a sistema di produzione dei rapporti materiali e immateriali.
Una cifra che va sempre più perfezionandosi e sofisticandosi, gemmando i dispositivi, le pratiche e le narrazioni più disparate, e in cui in gioco c'è sempre la stessa cosa: la verità contro la menzogna, il bene contro il male, ma secondo una formula che contrabbanda oscurità per luce, una formula che genera il tipo di tenebra più pericoloso, quello vestito di luce, invisibile, insospettabile, vorace come un buco nero.-

Danilo Bevilacqua
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