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LA NUOVA TRADUZIONE DEL PADRE NOSTRO

24/11/2020

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​Quesito

Le scrivo in merito alla nuova traduzione della preghiera del Signore, il Padre Nostro, operata nella nuova versione della Bibbia dalla CEI. Nel Vangelo infatti è riportato un cambiamento rilevante, "non ci abbandonare alla tentazione", al posto di "non ci indurre in tentazione". Vorrei chiedere le ragioni filologiche di questo cambiamento, e se comporta conseguenze dogmatiche. Ho trovato più di qualche fedele e anche qualche presbitero che si trovavano in difficoltà nel fatto che Dio potesse "indurci in tentazione" e sosteneva che quel passo fosse un retaggio del passato. Cosa significa questa parte in latino "et ne nos inducas in tentationem", dato che porta a due traduzioni apparentemente così diverse? Ora che la traduzione è cambiata, anche noi fedeli siamo chiamati ad adeguarci a questa disposizione?

Risposta 

1. il testo latino della preghiera del Pater recita da sempre: “Et ne nos induca in tentationem” (Mt 6,13).
In greco c’è l’espresssione “eisenènkes” che significa “introdurre, condurre dentro, lasciar cader in”.
In italiano finora è stato da sempre tradotto “non ci indurre in tentazione”,
La versione nuova dice: “Non abbandonarci alla tentazione”.

2. L’espressione di sempre poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone.
Ma questo non può essere perché Dio non tenta nessuno. L’ha detto lui stesso per bocca di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,12).
San Paolo fa capire che la tentazione non viene da Dio. Dio la permette, ma nello stesso tempo dà sempre la forza per superarla: “Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1 Cor 10,13).

3. La Bibbia di Gerusalemme scrive ancora: “Domandiamo a Dio di liberarci dal tentatore e lo preghiamo di non entrare in tentazione, e cioè nell’apostasia”.
E fa riferimento a Mt 26,41 quando Gesù dice agli Apostoli nell’orto degli olivi “Vegliate e pregare per non entrare in tentazione”. Qui la tentazione è consistita nell’abbandono (apostasia) del Signore: “allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56).

4. Per cui il non indurci in tentazione sta per “non lasciarci cadere in tentazione”. O, come scrive la tradizione della Cei: “non abbandonarci alla tentazione”.
A mio modestissimo parere, “non lasciarci cadere in tentazione” sarebbe stato meglio che il “non abbandonarci” perché ricorda che senza il aiuto di Dio non possiamo superare le prove.

5. Sant’Agostino commenta: “Senza tentazione nessuno può essere provato né di fronte a se stesso né di fronte agli altri; davanti a Dio invece ognuno è conosciutissimo prima di ogni tentazione.
Quindi non si prega per non essere tentati, ma perché non siamo indotti in tentazione (cioè di non cadervi): così quando uno deve essere esaminato nel fuoco, non prega perché non ci sia il fuoco, ma perché non sia bruciato” (De Sermone Dom. 2,9).
E ancora: “Quando dunque diciamo “non ci indurre in tentazione” siamo avvisati di chiedere che non veniamo privati del suo aiuto e acconsentiamo ingannati a qualche tentazione o cediamo” (Lettera Proba, L. 130,11).

5. San Tommaso: “Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”?
Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, sottrae all’uomo – a causa dei suoi molti peccati precedenti – la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista “Non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 70,9).
Dio però sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti che “le grandi acque non possono spegnere l’amore” (Ct 8,7)” (Commento al Pater).

6, ​Con questa domanda noi chiediamo a Dio “di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato” (CCC 2846).

​Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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LA FEDE NUZIALE: QUAL'E' IL SENSO DELL'INDOSSARLA?

18/11/2017

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Quesito

La fede nuziale: qual è il senso dell’indossarla? E’ un obbligo?
​Commetto un peccato se non la porto?

Risposta

​Non è un buon gesto il non indossarlo!  Ma, allo stesso tempo, non si può considerare peccato

Il teologo Giordano Muraro lo spiega su Famiglia Cristiana (15 novembre): «E’ l’espressione fisica delle parole: “Prometto di esserti fedele sempre”. Per questo è denominato “la fede”. Da notare: non è il segno della fedeltà di chi lo porta, ma di chi lo ha messo al dito». 

Amore e fedeltà
Per l’uomo «portare l’anello significa dire che la donna che gli ha detto “ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà”sta vivendo con lui questo amore e questa fedeltà. È il segno concreto della fedeltà della sua donna. La stessa cosa per la donna».

Gesto sconveniente
Per questo non portarlo al dito «è oggettivamente un gesto sconveniente. È come dire: non mi interessa o non credo alla fedeltà che il mio coniuge mi ha promesso il giorno del matrimonio. È vero che talora l’anello al dito può portare inconvenienti, ma per decidere di non portarlo abitualmente bisogna che questi inconvenienti siano realmente gravi».

Un angelo veglia sui coniugi
Portare sempre con sé quell’anello, più che un atto d’amore e di fedeltà o un dovere coniugale, è una buona protezione, visto che si dice che una volta costituita la coppia coniugale Dio le assegna un angelo speciale, il cui obiettivo è proteggerla e proteggere individualmente i coniugi in funzione del matrimonio come “una sola carne” che ormai sono i due.

Una sola carne erano prima che Dio togliesse Eva dal costato di Adamo, una sola carne tornano ad essere ora finché la morte non li separi e in cielo siano come angeli (Mc 12,25).

​di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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LA MESSA DOMENICALE PUO' ESSERE ''RECUPERATA'' DURANTE LA SETTIMANA?

25/9/2017

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Quesito

So che la Messa domenicale è il fulcro della vita cristiana. Ma se, per un valido motivo, non si può partecipare, ha senso sostituirla partecipando alla Messa in un giorno feriale? Non parlo della Messa prefestiva del sabato ma di andare alla Messa, ad esempio, il venerdì o il lunedì?

Risposta
​
Di notevole interesse e da considerare attentamente il tema proposto dal nostro lettore, perché ancora una volta richiama l’attenzione sulla «domenica» e il suo significato per la comunità dei credenti nell’attuale situazione sociale.

La Chiesa latina ha voluto un precetto per l’Eucaristia domenicale, consapevole della liberazione portata da Cristo e per offrire l’esistenza come offerta di se stessi a Dio. Così ricordava papa Benedetto XVI nell’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis(n. 72).  E continuava affermando che l’obbligo domenicale è «fonte di libertà autentica, per poter vivere ogni altro giorno secondo quanto hanno celebrato nel “giorno del Signore”» (n. 73). Nello stesso numero, facendo riferimento alla Dies Domini di san Giovanni Paolo II, ricordava i significati essenziali della domenica.

Nessun documento magisteriale prospetta la possibilità di poter per «giusta causa» sostituire la celebrazione domenicale con una partecipazione ad una celebrazione eucaristica durante la settimana. Questo convaliderebbe il principio di alcuni teologi della liturgia, tra l’altro in questa accezione mai scritto, che «la domenica esige l’Eucaristia, ma l’Eucaristia fa la domenica».

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica non si fa presente questa eccezione.  Al n. 1281 si legge: «L’Eucaristia domenicale fonda e conferma tutto l’agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti) o ne siano dispensati dal loro parroco.  Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave».

Ancora al n. 2185 si ritorna sul problema: «Le necessità familiari o una grande utilità sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale. I fedeli vigileranno affinché legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute».

Al n. 1287 il CCC continua: «Quando i costumi (sport, ristoranti, ecc.) e le necessità sociali (servizi pubblici, ecc.) richiedono a certuni un lavoro domenicale, ognuno si senta responsabile di riservarsi un tempo sufficiente di libertà… Nonostante le rigide esigenze dell’economia, i pubblici poteri vigileranno per assicurare ai cittadini un tempo destinato al riposo e al culto divino. I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti».

Se il n. 2181 si riferisce a dati tradizionali, il 2185 e il 2187 focalizzano l’attenzione sul riposo festivo, altro aspetto fondante della domenica assieme all’Eucaristia, perché ambedue contemplati dalla Parola di Dio.

Dall’esplicito silenzio dei testi si evince che in nessun caso il cristiano è libero di poter scegliere lui stesso un giorno della settimana per soddisfare il precetto, anche se per giusta causa non ha celebrato la domenica. E si ribadisce sempre che il non partecipare non deve divenire un costume.

​di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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LA MISERICORDIA DI DIO NON HA LIMITI MA... SE IL PECCATORE, CON LA SUA OSTINAZIONE, RIFIUTA IL PERDONO...

23/5/2017

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Gesù afferma che “chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato”.

La confusione su questa frase è immensa, ognuno dà una spiegazione personale, secondo la maturità della vita spirituale. In effetti, sembrerebbe delimitare la misericordia infinita di Gesù, il suo desiderio di salvare tutti i peccatori.

Bisogna chiarire due cose:
- Il peccato della bestemmia può essere perdonato, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere perdonata. 
- Separiamo la bestemmia come tale e l’atteggiamento peccaminoso che è un oltraggio allo Spirito Santo.

“La bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata”: 
si spiega che con molta difficoltà si otterrà il perdono, non per mancanza di amore o di potenza di Dio (è dogma di fede che la Chiesa può rimettere tutti i peccati senza alcuna eccezione) ma per la chiusura all’azione della Grazia da parte di chi commette i peccati. 

Non è Gesù a rifiutare il perdono, è il peccatore a rifiutare il perdono. 

La maggior parte senza pensarci -tanto è ottenebrato l’intelletto-, non hanno alcun desiderio di chiedere perdono a Gesù. 

E questo succede anche a tutti coloro che pur pregando (!?), hanno una condotta di vita spregiudicata e insensibili alle cose di Dio. 

Perché non è interessato a Gesù né alla vita di Grazia. 

Può succedere anche a Sacerdoti e Prelati. 

Nessuno è escluso.

Quindi, la bestemmia contro lo Spirito Santo è quella di coloro, che chiudono gli occhi davanti alle opere di Dio, e respingono ostinatamente le sue opere, addirittura attribuendole al diavolo, identificando così lo Spirito Santo con lo spirito maligno, come facevano i farisei.

Vediamo innanzitutto i sei peccati contro lo Spirito Santo indicati dal Catechismo:
1) l’impugnazione della verità conosciuta; 
2) l’invidia della Grazia altrui; 
3) la disperazione della salvezza; 
4) la presunzione di salvarsi senza merito; 
5) l’ostinazione nel peccato; 
6) l’impenitenza finale.

Si tratta di ostinazione nel peccato, e viene commessa sapendo di andare contro Dio, è un’irriverenza ribelle, arrecando umiliazione intenzionale alle cose legate a Dio, sapendo quindi con precisione a chi dichiara guerra.

Una malattia viene dichiarata insanabile quando l’ammalato rifiuta la medicina, allo stesso modo c’è una specie di peccato che non si rimette né si perdona, perché il peccatore rifugge dalla Grazia di Dio, che è il rimedio suo proprio. 
Rifugge perché rifiuta la Grazia.

Questa è la bestemmia contro lo Spirito Santo e non può essere perdonata, perché il peccatore non riuscirà più a tornerà indietro.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo” (CCC 1864).

Il peccatore dovrebbe rivolgersi a Gesù con un atteggiamento di riconoscenza, non di bestemmia.

Spero sia chiara questa spiegazione.

PADRE GIULIO MARIA SCOZZARO
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NON SOLO L’OMOSESSUALITÀ: ECCO TUTTI I PECCATI CONTRO NATURA

18/5/2017

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NON SOLO L’OMOSESSUALITÀ: ECCO TUTTI I PECCATI CONTRO NATURA

L’espressione “Peccato contro natura” è ben nota ai giorni nostri sopratutto per la condanna dei rapporti omosessuali che da qualche decennio a questa parte si sono palesati al mondo intero e che, al momento, stanno vivendo un processo di normalizzazione sociologico ed etico che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Sebbene l’omosessualità sia il più grave dei peccati contro natura non e il solo dal quale i cristiani si devono guardare per non incorrere in punizioni eterne, dato che questi, per ricordare le parole di Santa Caterina: “Fanno Schifo persino ai demoni” .

Don Leonardo Maria Pompei ricorda ai fedeli che i peccati di tal fatta sono di tre tipologie e che per la prima volta sono stati descritti con dovizia di particolari da San Tommaso d’Aquino:
 
Il primo e meno grave peccato contro natura, ricorda il sacerdote, è la masturbazione: si tratta di una deviazione dalla normale sessualità tra marito e moglie, poiché è finalizzata esclusivamente al raggiungimento del piacere fisico personale e non alla procreazione o per dirla con le parole di Don Pompei: “La prima forma del peccato impuro contro natura è la masturbazione, la meno grave di tutte, ma comunque da annoverare come disordine innaturale, in quanto non rispetta l’ordinazione naturale della sessualità alla relazione, consistendo appunto nel procurarsi il piacere sessuale in modo solitario”.

Il secondo peccato impuro contro la natura è rappresentato da atti sessuali devianti in un rapporto di coppia eterosessuale, compreso quello tra marito e moglie. Si tratta di forme alternative di ricerca del puro godimento non finalizzato alla semplice procreazione, questi ricorda il parroco sono spesso accettati dalle donne che credono erroneamente di dover soddisfare ogni volontà del marito: “E’ una fattispecie che, partendo dalle richieste di prestazioni sessuali “alternative” al rapporto naturale (che, per pudore e decenza, non è bene nominare), giunge alle vere e proprie perversioni sessuali, che – sia detto ad onor del vero – possono riguardare tranquillamente anche persone che oggi chiameremmo “eterosessuali”. Non poche sono le povere donne sposate, sia in passato che al presente, che soffrono a causa di indebite richieste da parte del coniuge, a cui, peraltro, ritengono di dover consentire in quanto mogli degli sciagurati richiedenti”. In questi casi, conclude il sacerdote, la donna non ha solo il diritto, ma il dovere di rifiutarsi.

Il terzo e più grave atto contro natura è l’omosessualità, di cui si sanno ampiamente le colpe che raggiungono il culmine nel riprovevole atto della sodomia. Su questo il Sacerdote cita la manifesta condanna nelle sacre scritture: “Le parole della Sacra Scrittura – e ancor più le tacite parole di Dio che rase al suolo con fuoco divorante la città di Sodoma (da cui prende il nome teologico questo vizio) – sono quanto mai eloquenti e dinanzi ad esse non si comprende come sia possibile essere giunti al grado di follia contemporanea che vede in oltre mezza Europa legalizzate le unioni omosessuali addirittura nella forma del matrimonio”.
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HO INIZIATO A MASTURBARMI IGNORANDO IL FATTO CHE FOSSE UN PECCATO GRAVE

27/1/2017

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Quesito

Carissimo Padre,
sono una ragazza di 14 anni molto religiosa, credo in Dio, mi sforzo di non commettere alcun peccato con tutta la mia anima ed aiuto sempre il prossimo, provo ad essere una brava Cattolica, esattamente come Gesù Cristo ci ha insegnato.
Il problema è che qualche mese fa ho iniziato a masturbarmi ignorando il fatto che fosse un peccato grave, lo facevo più di una volta al giorno, specialmente quando ero nervosa o stressata, lo facevo per scaricare la mia tensione e godere.
Ora ho scoperto che è un atto proibito dalla Chiesa, quindi, sto evitando di farlo, ci sto mettendo tutte le mie forze, certe volte è più forte di me, ma, fortunatamente, riesco a concentrarmi sulla mia religione e mi trattengo.
Credete che Dio mi possa perdonare per ciò che ho fatto? Potrà cancellare questo mio terribile peccato? C'è qualche penitenza che devo scontare per la mia azione?
Sono davvero pentita e sto soffrendo molto, lo so che Voi siete molto impegnato ma spero che mi possiate aiutare con questo mio problema.
Grazie mille per avermi ascoltata, grazie di cuore. 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la masturbazione non è solo proibita dalla Chiesa, ma dalla legge di Dio che nel sesto comandamento ha detto: “Non commettere atti impuri”.

2. Per compiere soggettivamente un peccato grave è necessario che vi sia la materia grave, la piena avvertenza della mente e il deliberato consenso della volontà.
Nel nostro caso siamo certamente di fronte a materia grave.
La Sacra Scrittura include questo peccato sotto la dizione di impudicizia o impurità.
In particolare troviamo un’affermazione  molto forte in san Paolo: “Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore e il Signore è per il corpo. (...). Non sapete che il vostro corpo e tempio dello Spirito Santo che abita in voi, che è dato da Dio e che non appartenete a voi stessi? Glorificate dunque Dio nel nostro corpo” (1 Cor 6,12-20).
L’insegnamento della Chiesa su questo punto è sempre stato chiaro. Ancora di recente, nella dichiarazione Persona humana (su alcune questioni di etica sessuale) così si è espresso: “Sia il Magistero della Chiesa - nella linea di una tradizione costante - sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato. La ragione principale è che, qualunque ne sia il motivo, l’uso deliberato della facoltà sessuale, al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice essenzialmente la sua finalità” (PH 9).

3. Nel tuo caso ci potrebbe essere stata una diminuzione di responsabilità perché non sapevi che si trattasse di un peccato grave.
Per commettere un peccato grave ci vuole anche la piena avvertenza della mente. E si dice che la mente è pienamente avvertita quando ha la consapevolezza psicologica di quello che fa e anche la consapevolezza che si tratta di un’azione moralmente cattiva.
Mancando in te la consapevolezza morale, si può dire che la tua mente non era “pienamente avvertita”.

4. Adesso invece lo sai e te ne sei anche confessato.
Non vi sono dunque particolari penitenze da fare, oltre a quella stabilita dal sacerdote confessore.

5. Tuttavia, anche se non c’era piena avvertenza della mente, tu avverti che questi atti hanno lasciato in te un’inclinazione disordinata e che questo disordine va rimediato.
Il rimedio lo si trova in una direzione diametralmente opposta alla chiusura di cui questo peccato è sintomo.
Mi dici che questo ti capitava quando eri nervosa o particolarmente stressata. 
Se ti apri a Dio ascoltando la sua parola, mettendola in pratica e pregando, trovi già un ristoro e una quiete.
Davide aveva detto: “Solo in Dio riposa l’anima mia” (Sal 62,2).
E Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro” (Mt 11,29).
Ma è necessario anche imparare ad offrire a Dio la propria vita, i propri insuccessi e le proprie sofferenze. Quando si fa questo, si capisce che anche le contrarietà della vita servono a farci compiere un balzo più in avanti nella santità e a donare a Dio qualcosa che ci costa, ma che nello stesso tempo è così prezioso per la conversione dei peccatori e per ricevere molte altre grazie.

6. In questo atteggiamento interiore si trova la molla segreta che apre maggiormente al prossimo. La vera soddisfazione, quella che non lascia alcun senso di umiliazione e di miseria morale, è quella che si prova nel far contenti gli altri, nel potersi donare e fare qualcosa per loro.
La masturbazione è ripiegamento su di sé. È una sorta di narcisismo, lascia sempre insoddisfatti e sopratutto privi della presenza di Dio nel cuore.
Facendo quello che ti ho detto, troverai invece il cuore pieno di amore per la presenza di Dio, per l’offerta della tua vita e per la dedizione al tuo prossimo.

​di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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CHE COSA DICE LA TEOLOGIA SULLE COSIDDETTE ESPERIENZE DI PRE-MORTE

8/11/2016

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Quesito

Caro Padre,
ritorno a lei dopo tanto tempo con un altro quesito, sono Alessandro e in passato ho già avuto modo di corrispondere con lei. Ho sempre avuto una forte attrazione verso quelle esperienze chiamate dalla scienza N.D.E. i cosiddetti viaggi di premorte, ho letto molti libri a riguardo che mi hanno sempre affascinato e anche tutt’ora ne cerco in continuazione in internet. La scienza finora non riesce a spiegare cosa succede realmente a queste persone, fatto sta che ognuno racconta questi “viaggi” in maniera idilliaca; e tutti testimoniano che oltrepassano questo tunnel di luce, che incontrano persone morte, paesaggi sublimi, viaggi nell’intero universo, una pace e una gioia indescrivibile, addirittura incontri con Gesù e esseri angelici e che poi ritornati in vita cambiano totalmente stile diventando buoni, altruisti, si convertono ecc....insomma secondo loro morire è affascinate e affermano che la morte è solo una liberazione di questo corpo, (ci sarebbero altre affermazioni quanto riguarda i messaggi, le dichiarazioni, ecc...ma non mi dilungo per non annoiarla.) Io credo fermamente nella vita oltre la vita ed è scontato che queste testimonianze mi producono solo gioia rafforzando in me la fede nella vita eterna, ma c’è un particolare del quale (purtroppo) non riesco a cogliere la verità: molti di loro parlano anche di vite precedenti, che a un certo punto scorrono come in un film a ritroso. Qui mi sorgono molti dubbi, Gesù ci ha confermato che si muore una volta sola e che ovviamente non esiste la reincarnazione e allora le domando; cosa ne pensa lei di queste esperienze? Quanto possono essere veritiere? Aggiungo che ho letto anche tutte  le esperienze dei santi su questo tema tanto da fare un confronto (Sant’Anna Katharina Emmerk, San Giovanni Bosco, Santa Faustina Kowalska, Santa gemma Galgani, ecc...) i loro viaggi all’inferno, purgatorio, e paradiso sono autentiche testimonianze e ho notato che più o meno le loro visioni si accostano molto a quelle descritte sopra. Come si pronuncia la chiesa su queste esperienze? Personalmente a me piacciono perché desidero ardentemente che un giorno anch’io possa godere questo amore traboccante... e crederci non mi costa nulla.

Risposta del sacerdote


Caro,
1. le esperienze pre morte di cui mi parli sono inspiegabili alla scienza.
E loro sono molto di più anche sotto il profilo teologico.
Infatti subito dopo la morte e cioè subito dopo la separazione dell’anima dal corpo avviene il giudizio. E dopo il giudizio, che dura un istante, c’è la sentenza: paradiso, inferno, purgatorio.
Pertanto le esperienze pre morte non sono un preassaggio della vita che si inaugura dopo la morte perché prima c’è il giudizio.
Dal momento che nessuna di queste persone parla del giudizio ne traiamo la conclusione che non si tratta di preassaggio.

2. Come spiegare allora le esperienze di benessere, di luce e di pace che alcuni dicono di aver provato in situazioni che realmente erano di pre morte perché si trovavano ad un passo da essa?
Intanto va detto che queste esperienze non possono essere negate perché non sono pochi quelli che attestano di averle fatte.
Dobbiamo stare a quanto ci hanno raccontato e partire da queste loro sensazioni.

3. La prima spiegazione va fornita alla luce della psicologia che tra i vari ambiti del suo sapere scruta anche questi stati interiori.
Tuttavia non è facile neanche per gli psicologi dire una parola certa e aderente alla realtà.
C’è il rischio anche per loro di prendere questi fenomeni come stati patologi o schizofrenici.
Tuttavia una simile spiegazione è sembrata inadeguata agli psicologi stessi i quali hanno voluto indagare tali fenomeni come maggiore obiettività attraverso una nuova disciplina alla quale hanno dato il nome di psicologia transpersonale, che va al di là degli stati normali dell’io e dell’inconscio.

4. Con questo nuovo approccio essi riconoscono la realtà di tali fenomeni, di questi eventi che toccano lo spirito e i gradi superiori della coscienza.
Ne parlano con molto rispetto, avvalendosi anche degli aiuti offerti dalle religioni.
In una parola riconoscono la realtà di questi fenomeni estatici accompagnati da sensazioni di benessere.
Ma si tratta ancora di fenomeni naturali le cui cause non sono facilmente identificabili.
Pertanto, se si tratta solo di questo, sarebbe improprio parlare di preassaggio della vita futura.

5. Sotto il profilo teologico non si può escludere a priori che Dio si possa servire di questi fenomeni naturali e di queste esperienze per parlare ad una persona.
E che insieme ad immagini di ordine naturale ne infonda altre di ordine soprannaturale.
Questo spiegherebbe come mai alcune persone dopo tali esperienze si siano convertite e abbiano cambiato vita.

6. Sullo stato di benessere che di solito accompagna tali esperienze non è sbagliato ricordare quanto avviene nelle estasi di ordine soprannaturale.
Santa Teresa d’Avila, che senza dubbio è stata soggetto di molti estasi, attesta: “Durante questi rapimenti sembra che l’anima non sia più nel corpo, tanto che questo, sensibilmente, sente che gli viene a mancare il calore naturale e, a poco a poco, si raffredda, anche se con grandissima soavità e gioia” (Libro della mia vita, 20,3). 

7. Nello stesso tempo i teologi non escludono che ne possa approfittare anche il nemico dell’uomo, così abile a travestirsi da angelo di luce, come ricorda la Sacra Scrittura in 2 Cor 11,14.

​8. Allora, nel caso che si tratti di fenomeni non puramente naturali, per discernere se di essi se ne sia servito Dio oppure il nemico dell’uomo è necessario verificare i sentimenti lasciati nel soggetto: se sono sentimenti di profonda umiltà, di pentimento, di carità e di esercizio di ogni virtù si può pensare che vangano da Dio.
Se mancano l’umiltà, la carità e se manca l’esercizio di altre virtù è necessario diffidare.

di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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I CONSIGLI DI 10 SACERDOTI PER UNA CONFESSIONE MIGLIORE 

1/9/2016

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Sei mai uscito dal confessionale chiedendoti se hai fatto tutto correttamente?

Vorrei poter ascoltare le confessioni degli altri.

Non preoccuparti, non ho intenzione di origliare nel confessionale del convento. Credo soltanto che potrei imparare qualcosa ascoltando il modo in cui gli altri affrontano la confessione.

Sono già diversi anni che prendo parte al sacramento della Penitenza, ma ho ancora l’impressione di non sapere esattamente cosa stia facendo. A volte esco dal confessionale con dei dubbi: “Mi sono confessata correttamente? Avrei dovuto essere più specifica? Sono stata abbastanza sincera?”

L’altro giorno, uscendo dal confessionale, ho pensato: “Va bene, chiederò consiglio agli uomini che si dedicano ad ascoltare le confessioni della gente”.

Ed ecco cosa mi hanno detto:

   1 • Padre Bryan Brooks, Tulsa, Oklahoma:

Quando facciamo un esame di coscienza affrontiamo i nostri peccati; ma quando andiamo a confessarci abbiamo a che fare con l’amore, la misericordia e il perdono di Dio.

    2 • Padre Sean Donovan, Pawhuska, Oklahoma:

Dopo aver detto quanto tempo sia orientativamente passato dall’ultima confessione, parla brevemente di te stessa (sei single, fidanzata, risposato civilmente dopo il divorzio, sei una suora…?). Conoscere la situazione della persona che si confessa ci aiuta a dare consigli appropriati. 

    3 • Padre Gabriel Mosher, OP, Portland, Oregon:

I peccati sono delle scelte sbagliate, non delle emozioni spiacevoli; confessa dunque i tuoi peccati, non il tuo stato emotivo.

    4 • Padre Damian Ference, Wickliffe, Ohio:

I peccati commessi sono un’offesa a Dio, ma i peccati confessati sono un canto a Dio. Quindi, quando confessi i tuoi peccati a un sacerdote durante il sacramento della Riconciliazione, sii consapevole che stai anche cantando una lode a Dio per la sua grande misericordia.

    5 • Padre Matthew Gossett, Steubenville, Ohio:

Una confessione frequente è edificante per il tuo sacerdote e fa bene alla tua anima! I peccati, soprattutto quelli ricorrenti o radicati in noi, richiedono pazienza e perseveranza. Non arrenderti mai, non importa quante volte tu abbia commesso lo stesso peccato (…) La confessione è un sacramento di guarigione e, come avviene per le ferite fisiche, anche le ferite spirituali potrebbero avere bisogno di un po’ di tempo per rimarginarsi completamente.

    6 • Padre James Martin, SJ, New York:

La confessione ha meno a che fare con quanto siamo cattivi noi, e più con quanto è buono Dio.

    7 • Padre Anthony Gerber, Cottleville, Missouri:

Il sacerdote è come un medico: quando vai dal medico dici cosa ti fa male, con più o meno dettagli, affinché sappia in che modo affrontare il tuo male. E ricordati che ha già visto molti pazienti con gli stessi sintomi. Confida in lui, ascolta il suo consiglio e migliorerai subito!

    8 • Padre Joshua Whitfield, Dallas, Texas:

Dio opera meglio con una confessione semplice e umile. Dio non ha bisogno di un romanzo. Lo ha già letto. A volte, dietro alla nostra prolissità, si nascondono orgoglio e impenitenza. Parla con semplicità e chiarezza, e dì tutti i tuoi peccati. È come essere rimossi dalla croce per la morte dei nostri peccati e per la resurrezione del perdono.

    9 • Padre Jeffrey Mickler, SSP, Youngstown, Ohio:

Parla senza timori, non preoccuparti di nulla. L’amore di Dio è più forte dei nostri peccati.

  10 • Padre Matthew Schneider, LC, Washington DC:

Molte persone avrebbero un approccio migliore alla confessione se, invece di percepirla come una lista obbligatoria e astratta dei peccati commessi, la vedessero come un’opportunità per rinnovare la propria relazione con Dio.

E ora una dichiarazione bonus!

Padre Mark Menegatti, O.S.A.:

La confessione non è soltanto la rimozione del peccato, è un incontro con Cristo. 


Hai trovato utili questi consigli?

Il consiglio numero 3 mi ha aiutata a ripensare il modo in cui faccio l’esame di coscienza, facendomi rendere conto anche che probabilmente dovrei essere più specifica nell’elencare i miei peccati (non perché Dio ne abbia bisogno, ma perché aiuterebbe me). Ognuno di questi consigli ha ravvivato il mio amore per il sacramento della Penitenza e per tutti i sacerdoti che dedicano la propria vita per servire Dio e il Suo popolo.

Se ci fosse qualche altro consiglio che ti è risultato utile, non esitare a condividerlo nei commenti, in modo che tutti i lettori possano leggerlo!
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CHI CI ASSICURA CHE IL CRISTIANESIMO SIA LA VERA RELIGIONE?

11/7/2016

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Chi ci assicura che il cristianesimo sia la vera religione?
Perché dobbiamo credere che Dio si è rivelato in Gesù Cristo?


DOMANDA
«Mi sono sempre chiesto per quale motivo dovremmo essere sicuri che il cristianesimo sia la vera religione e che il nostro Dio e suo Figlio siano le  uniche Divinità a cui credere». 

RISPOSTA
​Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia.


La domanda è complessa non solo per il contenuto ma anche a causa delle infinite e svariate opinioni che ogni persona ha su tale tema. Cercherò di dire «la mia» tentando di rimanere il più obiettivo possibile.

Innanzitutto cerchiamo di pulire il terreno dove dobbiamo costruire. Primo, supponiamo che "Dio" esista. Poi, mettiamo un criterio altrimenti non se ne esce: la fede religiosa è lo strumento che deve unire gli unici due esseri che hanno valore assoluto «l’uomo e Dio»; cioè la religione è per l’uomo e non l’uomo per la religione. Terzo, se le religioni che sono attualmente presenti nel globo terrestre fossero tutte vere e valide, vorrebbe dire che nessuna religione è vera e valida. È un principio della razionalità: cose contraddittorie si annullano. Le religioni sono di fatto tra loro contraddittorie, dunque nessuna sarebbe valida. La religione in tal caso, come pensano tanti, sarebbe solo un abbonimento per persone col complesso di sicurezza: così quale religione uno pratichi non ha importanza, perché palliativa senza valore alcuno.
Se la fede religiosa invece ha un suo valore e l’uomo ne ha bisogno, vuol dire che tra tutte le religioni una sola è quella vera e valida. Quale? E le altre?

Iniziamo da questa seconda domanda. E distinguiamo tra il dato di fede e la religione che ne deriva. La «fede» significa il corpo dottrinale (o credo) in cui si ha fede, per es. i cristiani ritengono che vi sia un Dio uno e trino, gli islamici e gli ebrei un Dio unitario, gli induisti una molteplicità di dei, gli animisti una sacralità (Mana) che pervade il mondo, e così via. Ovviamente se esiste ciò che in qualche modo tutti intendono con Divinità, essa sarà unica, e non certo secondo le credenze. Sarebbe ridicolo che il Dio mutasse esistenza al modo di quello che uno crede o pensa meglio. Perciò il dato di fede è uno e unico, e così uno sarà quello vero, e le fedi diverse sono false. Al momento lasciamo perdere qual è quella vera, e proseguiamo nel problema che ne segue. Sono forse «false» anche le religioni che ne derivano? Detta così bisognerebbe rispondere sì: sono false tutte quelle religioni che conseguono un concetto di Dio falso. Perciò sarebbero false - se il Dio vero fosse quello cristiano - l’islam, l’ebraismo, l’induismo, ecc. Ma qui bisogna fare una diversa considerazione in favore della persona in buona coscienza.

La religione, ossia il culto o la prassi che l’uomo imposta per relazionarsi col Dio, è uno strumento, ed è strumentale al rapporto e alla comunione con Dio. Ora lo strumento può essere adeguato o non adeguato allo scopo per cui è fatto. Sebbene dunque l’uomo creda in un dato dottrinale (Dio) falso, tuttavia la religione, che pratica come strumento, può essere corretta e perciò valida, perché l’essenza di una fede religiosa è di unire l’uomo a Dio. E colui che per ignoranza, cultura, società ecc. non può indagare sulla verità del Dio che venera, nonostante adori un Dio sbagliato, tuttavia questo Dio/errato può dignitosamente sostituire quello vero, e ciò perché chi ha valore non è il tipo di religione che si pratica, ma il fedele nella sua buona intenzione di adorare il Dio quello vero. E così la sua religione, che è lo strumento grazie al quale accede al Dio, è valida, nonostante sia falsa. Tutto ciò a salvaguardia della persona umana che è il valore primario della salvezza e soggetto assoluto dell’incontro con Dio. A causa di tale assoluto e primario valore dell’uomo e della sua salvezza, l’errore non può essere considerato una falsità, e ogni religione, in quanto strumento di salvezza, può essere considerata valida per unire l’uomo col Dio in cui crede, anche se falso, ciò in ragione della coscienza innocente del fedele.

Veniamo al secondo punto. Se si segue il dato razionale e la logica, allora da questa angolazione il quadro è differente. E andiamo alla domanda: quale religione è quella vera? Qui ogni buon fedele tira l’acqua al proprio mulino. Detto che se Dio esiste non può che esserlo a un modo solo e unico, vuol dire che una sola religione è quella vera. Quale? Per il principio suddetto, che solo l’uomo è assoluto e che ogni religione è strumento dell’uomo, a mio avviso, questo principio è salvaguardato solo nella religione cristiana. Infatti è l’unica religione, in cui Dio salva, libera l’uomo emancipando la sua umanità grazie proprio all’uomo stesso, e non in forza di pratiche esterne che umiliano l’uomo e lo pongono di secondo livello, come se Dio ritenesse più valido dell’uomo un animale o una legge o un culto o una prassi, ecc. Giustamente come dice S. Paolo se Dio per salvare un uomo gradisse il sacrificio di un toro… abbandoniamo pure quel Dio, non ci serve: un toro non può valere più di un uomo. Dio invece si relaziona con chi lo ama, direttamente, in «spirito e verità».

Dunque la legge: "ama Dio e il prossimo" data da Gesù è la più grande e la unica vera, perché non è una legge, ma il richiamo per l’uomo ad essere pienamente umano. Questa è la vera salvezza. Poi a me convince l’idea che per favorire ciò, Dio s’incarni, dimostrando quello che si diceva: per Dio l’uomo è talmente prezioso e lo considera quale valore supremo, lo sente talmente suo figlio e uguale a se stesso, che non disdegna di entrare nella sua storia, nella sua casa, nella sua corporeità. Questo è un "vero" Dio. Se, come abbiamo detto, il valore di una religione è quello di unire l’uomo a Dio, non c’è religione più grande di quella che adora un Dio misericordioso verso i suoi figli, che Lui stesso va alla ricerca della pecorella smarrita. Per contrario, un Dio che se ne stesse tranquillo nel suo spazio sacro a guardare da lì il dibattersi dei suoi figli in mezzo ai flutti del male, senza fare nulla, se non lanciare avvertimenti e regole o chiedere in un momento così difficile di sacrificare qualcosa… a me personalmente mi deprimerebbe.

Col Dio cristiano, insomma, abbiamo una religione «al contrario»: è Dio che è religioso verso l’uomo. Il Dio cristiano è l’unico che ha a cuore la salvezza dell’uomo (più dell’uomo stesso), ed è l’unico che solidarizza e si compromette con gli uomini dimostrando che è l’unico Dio capace di morire pur di salvare il bene più prezioso che possiede: i suoi figli uomini; e si noti "tutti" i suoi figli, e non solo quelli che sono circoncisi, o solo quelli non mangiano maiale, o solo quelli che immolano un capro, ecc. Salva "tutti" coloro che lo amano e anche i suoi stessi nemici: fa sorgere il suo sole su buoni e cattivi. Questo sì che è un "Dio" e "vero", altro che quelli che stanno solo a guardare, a giudicare ed ad aspettare il fumo del bue ucciso.

La mia risposta dunque segue il principio iniziale. Se invece si ritiene che la prassi religiosa sia più importante dell’uomo, allora non saprei rispondere, perché sarebbe una religione che non m’interessa. Questa è la mia «opinione», caro lettore. 
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PERCHE' NON LASCIARE QUELLI CHE VIVONO NEL PECCATO NEL LORO STATO DI INCOSCIENZA CHE...

7/4/2016

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Perché non lasciare quelli che vivono nel peccato nel loro stato di incoscienza che, a motivo della mancata avvertenza, darebbe loro una salvezza sicura?

Quesito

Il peccato mortale allontana l'uomo da Dio, profana il nostro tempio dello Spirito Santo, rendendoci indegni di farLo vivere in noi e potere quindi operare attraverso noi, rendendoci strumenti vivi di Carità.
Detto questo il peccato mortale presume nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso.
Se consideriamo la stragrande maggioranza dei ragazzi essi (ed io non mi escludo da tale condotta di vita passata, spero passata per sempre) vivono nella "normalità" peccando di lussuria, ira, accidia, non santificazione delle feste , ecc... ma questo accade probabilmente perché non sono interessati a Cristo e alla dottrina cattolica, probabilmente perché l'insegnamento a loro dato è stato molto debole in tale senso e così crescendo se ne sono un po' "fregati" e hanno continuato a vivere come il mondo di cui satana è il principe porta a vivere. 
Questo peccare così ripetutamente senza pentimento né conversione tuttavia, avvenendo con mancanza di deliberato consenso e di piena avvertenza, non porterà ad aver commesso peccati mortali e dunque essi saranno tutti destinati alla salvezza eterna, dopo ovviamente più o meno lunghi tempi di Purgatorio......ma allora perché cercare di convertirli alla parola di Dio se mancando in loro la piena coscienza sarebbero esuli dal commettere peccati gravi? Perché non lasciarli nel loro stato di "incoscienza" che tuttavia li porterebbe alla salvezza sicura? Perché rischiare di metterli a conoscenza del fatto che ciò che compiono è grave, contro Dio, contro l'uomo, sapendo che se nonostante quanto gli venga detto essi continueranno a farlo a quel punto commetteranno peccato grave e si danneranno?
Mi potrebbe spiegare se e in cosa tale ragionamento non ha valore? Se così fosse, l'avere avuto forti insegnamenti cristiani, il sentire spinta interiore  nel cercare di capire e volere Cristo nella propria vita, le fatiche per santificarsi giorno dopo giorno a cosa servono se poi ogni peccato che purtroppo si commette in questo tortuoso ed arduo cammino è infinitamente più grave di chi ne commette a centinaia senza deliberato consenso e senza farsi problemi per quel che compie?
Spero di essere stato chiaro nel mio ragionamento che spero non giudicherà in qualche modo blasfemo o ridicolo. Non le ho scritto queste cose per disperazione o disprezzo  verso quanto mi è stato insegnato, anzi ringrazio Dio per la mia famiglia e per il dono della se pur ancora debole Fede in Lui. 
Volevo solo capire meglio alcuni miei dubbi. 

Risposta del sacerdote

1. in tanti giovani che vivono lontani da Dio forse sul momento di commettere diversi peccati manca, come tu stesso dici, la piena avvertenza della mente e il deliberato consenso della volontà.
Ma questo non significa che non vi possa essere una responsabilità di fondo molto grave.
Sul momento questi giovani (quelli cui fai riferimento) non hanno nessuna intenzione di compiere del male. Sono nell’ignoranza invincibile.

2. Tuttavia si deve distinguere tra coscienza invincibilmente e incolpevolmente erronea e coscienza invincibilmente ma colpevolmente erronea.
Il Concilio Vaticano II ricorda che l’ignoranza invincibile può essere è colpevole come“quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (GS 16).

3. Non possiamo dimenticare o far finta che Gesù, il Maestro interiore, non sussurri continuamente alla coscienza di tutti di fare il bene e di fuggire il male.
Il cuore dei bambini e dei ragazzi è sensibile a questi richiami. Ma poi a motivo dei peccati personali il cuore poco per volta si indurisce come un sasso e alla fine si giunge a non avvertire più il senso del bene e del male.
E questo è tragico.
Ed è per questo che il Concilio sottolinea che certa ignoranza invincibile è colpevole  perché“poco si cura di cercare la verità e il bene” e perché “la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (GS 16).

4. Inoltre siamo certi che Cristo come buon pastore incessantemente è alla ricerca di chi si è smarrito.
Lo cerca attraverso gli impulsi della coscienza che spingono alla conversione.
Questi impulsi non li fa mai mancare a nessuno.

5. Ma c’è un'altra cosa che dimentichi nelle tue osservazioni ed è particolarmente grave. Sembra quasi che la condizione di chi è in peccato sia più felice di chi vive nell’amicizia con Dio.
Ebbene, vivere in grazia non significa semplicemente non commettere peccati mortali e avere un rapporto giuridico onesto col Signore.
Si legge nella lettera agli ebrei: “Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro” (Eb 6,4-5).
Ti pare poca cosa diventare partecipi dello Spirito Santo, godere di una sazietà interiore a motivo della presenza personale di Dio nel cuore? 
E ti pare poca cosa gustare “la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro”?
È un’esperienza impagabile questa, caro Paolo.
È un’esperienza di ordine soprannaturale che riempie l’anima di luce, di grazia e gioia.
Quale luce c’è in chi vive e si deteriora progressivamente nel peccato?
Senza dire dell’insoddisfazione intrinsecamente legata al peccato.
Il peccato è realtà mancante. 
Proprio per questo non sazia e non può saziare mai, se non in maniera momentanea e illusoria.

6. La conclusione pertanto va nella direzione diametralmente contraria a quanto tu ipotizzi: “Perché non lasciarli nel loro stato di "incoscienza" che tuttavia li porterebbe alla salvezza sicura?”.
Gesù non ha detto così. Ma ha detto di andare nel mondo intero e di evangelizzare ogni creatura.
Ha anche soggiunto che “chi non crederà sarà condannato” (Mt 16.16).
Non ha detto che chi non crederà si salverà più facilmente di chi crede
.

Desidero anche ricordare che credere non significa soltanto sapere che Dio c’è, perché questo lo sanno anche i demoni.
Significa piuttosto obbedire ai suoi insegnamenti e prendere il vangelo come base per la propria vita.

Ti saluto, ti auguro di essere un buon apostolo tra i tuoi coetanei perché anch’essi  diventino “partecipi dello Spirito Santo” e gustino “la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro” (Eb 6,4-5).
Intanto prega per loro e rafforza la tua preghiera unendovi qualche sacrificio per la loro salvezza.

​
di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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