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SEGUIRE LA MESSA IN TELEVISIONE SODDISFA IL PROGETTO DOMENICALE?

30/9/2014

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Se una persona anziana, pur autosufficiente ed in grado di uscire di casa, ma col timore, nella stagione invernale, di rischiare per la propria salute, segue (o vi partecipa?) la Santa Messa domenicale tramite il mezzo televisivo (Rai, Tele Padre Pio, ecc.), soddisfa il precetto domenicale?

Risponde don Gilberto Aranci, docente di Teologia pastorale


La risposta ha bisogno almeno di due premesse generali, una liturgica e l’altra morale.

Secondo la liturgia cristiana il culto reso a Dio è primariamente comunitario (liturgia=culto del popolo) e richiede la partecipazione personale. Così è sempre la celebrazione dell’Eucaristia: tutta l’assemblea partecipa (non assiste semplicemente) alla celebrazione eucaristica presieduta dal sacerdote ed insieme a lui esercita il sacerdozio comune unendo l’offerta di sé a quella di Cristo fatta una volta per sempre.


Di conseguenza, ed ecco l’aspetto morale, il precetto festivo della Messa non può essere soddisfatto altro che con la partecipazione personale all’Eucaristia domenicale. Oltre a ciò va tenuto presente l’altro principio morale che nessuno è obbligato a compiere atti "impossibili". Per questo chi per seri e gravi motivi è impedito o impossibilitato  non è tenuto al precetto: ad esempio, chi è malato o anziano, o chi è particolarmente lontano dal luogo della celebrazione domenicale, o dove per mancanza del sacerdote la Messa non viene celebrata, ecc.

Fatte queste premesse, diventa chiara la risposta alla domanda che circostanzia il caso particolare: non si soddisfa mai il precetto ascoltando e guardando la trasmissione radiofonica e televisiva della Messa; ma si può semplicemente affermare che in quel determinato caso la persona per motivi di salute e di anzianità non è tenuta al precetto.

Resta tuttavia da considerare l’aiuto e il significato spirituale che la trasmissione televisiva della Messa può dare alle persone impossibilitate a partecipare di persona alla celebrazione domenicale. Sono chiarificatrici le parole che in vari documenti i vescovi italiani hanno espresso a questo riguardo. Ne richiamo qui alcuni passaggi.

«La messa in TV è spesso vissuta con partecipazione e devozione dal malato, dall’anziano, o da chi si trovi comunque nell’impossibilità di recarsi personalmente in chiesa. E proprio a questi ultimi essa può offrire un servizio spiritualmente assai utile. Anzi, è soprattutto a queste categorie di persone che bisognerà pensare nella preparazione di quelle messe, nell’omelia, nelle intenzioni della preghiera universale.

Chi per seri motivi è impedito, non è tenuto al precetto. D’altra parte, la partecipazione alla messa alla radio o alla televisione non soddisfa mai il precetto. Tuttavia è evidente che una Messa alla televisione o alla radio, che in nessun modo sostituisce la partecipazione diretta e personale all’assemblea eucaristica, ha i suoi aspetti positivi: la parola di Dio viene proclamata e commentata «in diretta», e può suscitare la preghiera; il malato e l’anziano possono unirsi spiritualmente alla comunità che in quello stesso momento celebra il rito eucaristico; la preghiera universale può essere condivisa e partecipata. Manca certamente la presenza fisica, ma l’impossibilità di portare un’offerta all’altare non esclude quella di fare della propria vita (malattia, debolezza, memorie, speranze, timori) un’offerta da unire a quella di Cristo. E l’impossibilità di accostarsi al banchetto eucaristico può essere oggi superata, in molti casi, dal puntuale servizio dei ministri straordinari della comunione» (Il giorno del Signore, 1984).

E ancora, a venti anni di distanza: «Per la natura e le esigenze dell’atto sacramentale non è possibile equiparare la partecipazione diretta e reale [alla Messa] a quella mediata e virtuale, attraverso gli strumenti della comunicazione sociale. Pur rappresentando una forma assai valida di aiuto nella preghiera, soprattutto per chi è malato o impossibilitato a essere presente, in quanto offre «la possibilità di unirsi ad una Celebrazione eucaristica nel momento in cui essa si svolge in un luogo sacro", va evitata ogni equiparazione» (Comunicazione e Missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 2004, n. 64).
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COSA È LA CARITÀ?

17/9/2014

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Quesito
​

Qale è il pensiero di S. Tommaso sulla Carità?
Cosa è per S. Tommaso la carità?

Risposta del sacerdote

1. S. Tommaso introduce il trattato sulla carità con il seguente interrogativo: “se la carità sia amicizia” (utrum caritas sit amicitia) (Somma teologica, II-II, 23, 1).
 E, dopo essersi presentato diverse obiezioni secondo cui la carità non sarebbe amicizia, conclude: “dunque è evidente che la carità è un’amicizia dell’uomo con Dio” (Ib.).
A proposito dell’affermazione evangelica “non vi chiamo più servi, ma amici (Gv 15,15) scrive: “Ora questo fu detto solo per motivo di carità” (Ib., sed contra).

2. Poi specifica: “Non ogni amore merita il nome di amicizia, ma solo quell’amore che è accompagnato da benevolenza, cioè, quando amiamo una persona in modo da desiderarle qualche bene. Poiché, quando amiamo una cosa non per desiderarle qualche bene, ma allo scopo d’approfittare del bene che v’è in essa, non abbiamo un amore di amicizia, bensì di concupiscenza, come quando diciamo d’amare il vino, il cavallo o altre cose simili.
Ma la stessa benevolenza non basta a darci il concetto di amicizia: si richiede, in più, che, fra i due amici, vi sia una certa reciprocità o amore scambievole, giacché l’amico è amico di colui che è suo amico. Questa benevolenza reciproca si basa su una certa comunicazione di beni (Ib.).

3. L’amicizia suppone una certa affinità: o di carattere, o di idee, o di professione, o di vita, o di sentimenti, o di volontà... Se in tutto uno fosse diverso dall’altro, i motivi di divergenza e di contrasto sarebbero continui, rendendo impossibile la mutua frequentazione.
Fra gli amici vi è tale affinità da poter dire che l’uno è il prolungamento dell’altro.
Per Aristotele l’amico è un altro se stesso (Etica a Nicomaco, VIII,5.5).
Per questo tutti gli antichi, in particolare Sallustio, Seneca, Cicerone, S. Girolamo, affermavano che l’amicizia o trova uguali o rende uguali (amicitia aut similes invenit aut facit).

4. A questo punto sorge una difficoltà a prima vista insormontabile: noi per natura non siamo “pari” a Dio, né possiamo conoscere i suoi pensieri, che sono dissimili dai nostri quanto il cielo sovrasta la terra.
Ma Dio ci rende in qualche modo pari a sé mediante la grazia: “L’anima, mediante la grazia, diventa conforme a Dio” (Somma teologica, I, 43, 5, ad 2), in forza della quale diventiamo partecipi della natura divina (2 Pt 1,4).

5. Un esempio ci aiuta a comprendere questa divinizzazione: il fuoco, quando penetra il legno, lo rende partecipe della sua natura. Analogamente Dio, penetrando in noi per mezzo della grazia, ci rende conformi a sé (Ib., I-II, 62, 1, ad 1).
E così la carità, come vera amicizia, non spinge solo a vivere per il Signore, ma anche a vivere col Signore.

6. Da queste affermazioni scaturiscono due conseguenze.
La prima, che l’amicizia richiede una certa comunione di vita. Aristotele dice che “il silenzio e la lontananza hanno dissolto molto amicizie” (Etica a Nicomaco, VIII,5.5).
Allora è amico di Dio chi vive in comunione con Lui mediante la grazia.

7. La seconda, che vi sia una certa identità di volontà. Gli amici hanno un identico volere e disvolere (idem velle et idem nolle). Se uno fa tranquillamente ciò che dispiace all’altro, l’amicizia subisce un contraccolpo e si spezza.
Dice Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e renderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Per questo San Tommaso scrive: “Il vero amore si esprime e si mostra nelle opere, perché l’amore così si manifesta. Infatti, amare qualcuno, altro non è che volere a lui del bene, e desiderare quello che lui vuole; perciò non ama veramente colui che non fa la volontà dell’amato e non esegue quello che conosce come voluto da lui. Perciò chi non fa la volontà di Dio mostra di non amarlo veramente.
Ecco perché Gesù afferma: ‘Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama’, ossia ha un amore vero verso di me” (s. Tommaso, Commento al Vangelo di Giovanni 14,21 (In Joann. XIV, lect. 5).

di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
(link)
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CHI NON ACCETTA IL SACRIFICIO DI GESÙ SI SALVA UGUALMENTE? IN CHE RELAZIONE STANNO LA FEDE E LE OPERE?

4/9/2014

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Quesito

Nella Bibbia, sopratutto nei quattro vangeli e nella Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, si legge che Gesù mentre si trovava a tavola con i dodici apostoli in un primo tempo prese il pane e lo spezzò e in un secondo tempo fece uguale col vino quale segno del suo corpo e del suo sangue versato per noi in remissione dei nostri peccati, poiché ogni volta che mangiamo del suo pane e beviamo il suo sangue siamo stati salvati non tanto per merito delle nostre opere ma per la «Grazia» di Gesù, continua ancora San Paolo. Nell’epistola di San Giacomo si leggono queste parole: «la fede senza le opere è morta a se stessa». Per dire che la fede deve essere e le opere devono viaggiare alla pari. La nostra salvezza sta nell’accettare Gesù come Signore e Salvatore e successivamente arrivano le opere. La mia domanda è questa: chi non accetta il sacrificio di Gesù e non lo riconosce come Signore e Salvatore si salva oppure viene condannato esattamente come dice il Vangelo di Giovanni quando Gesù dialoga col Dottore della Legge Nicodemo (Capitolo 3, Versetti 1-31)?

Risposta

Per fortuna stabilire chi si salva e chi si danna spetta a Dio solo. Gesù lo dice espressamente: non sono venuto né a giudicare, né a condannare ma per dare la salvezza e la vita, in particolare nei confronti dei peccatori. A maggior ragione noi non possiamo fare giudizi né di condanna né di salvezza, ma solo cercar di capire quali delle azioni di una persona siano buone o cattive. L’uomo è un soggetto etico e quando agisce fa sempre o il bene o il male, che poi quell’uomo andrà all’inferno o in paradiso questo è tutto un altro discorso che rientra nel rapporto tra Dio e quella persona. Perciò dormiamo sonni tranquilli: non spetta a noi giudicare, ma solo voler bene al nostro prossimo. Sottolineo questo aspetto perché è talmente raro che uno (e in particolare proprio tra coloro che si dicono cristianoni) non giudichi il prossimo su questo punto che viene da pensare che Dio abbia delegato tanti suoi fedeli per il giudizio universale.

Tuttavia, come dice il lettore, Gesù ci ha lasciato regole e norme che ci permettono di distinguere un agire buono da un agire cattivo. E di questo ne dobbiamo con lucidità avere cognizione, perché la «condanna» prima che ci venga da Dio, ce la facciamo da soli quando da Lui ci allontaniamo. Infatti se Gesù è venuto per darci la vita e la salvezza, queste ce le dà subito, non dobbiamo aspettare a morire, e la vita che ci promette si attua subito al momento che mettiamo in atto le sue norme. Per esempio se uno riuscisse a amare il prossimo suo e Dio come se stesso: subito è nella vita eterna; così se sa perdonare, essere mite, essere povero: subito è nella vita eterna, non deve aspettare a morire, ma subito deve sentire il beneficio della «vita data in abbondanza» (Gv10,10). Altrimenti si fa di Gesù un millantatore, perché nessuno è venuto indietro dalla morte per dirci come si sta dopo. E di contrappunto vediamo, in genere, che chi fa il male non è che viva bene e sia molto contento, quasi a indicare che è entrato da se stesso nella zona della non-vita.

Che cosa significa essere salvato e in che relazione stanno la fede e le opere? M. Lutero ritiene che il Cristo o ci salva o no. Se la sua incarnazione, che noi accettiamo col battesimo, ci salva, siamo salvi e basta. Le opere, ossia il dopo, ha poco senso, perché se dopo essere stati salvati, spettasse ancora a noi, alle nostre opere, decidere la salvezza o no, allora il Cristo sarebbe servito a poco, solo a dare lo spunto. Così secondo Lutero la salvezza è totale e una volta salvati lo siamo sempre, basta rimanere fedeli a questa fede. La Chiesa Cattolica invece ritiene che il Cristo ci salvi col battesimo (come i protestanti), ma pur essendo «cristiani-salvati» l’uomo è sempre, finché vive, libero di conservarsi nella salvezza seguendo i comandi di Gesù, oppure rinunciare e allontanarsi dalla salvezza. Si pensi alla parabola del figliol prodigo. E questo per una diversa concezione antropologica dell’uomo. Perciò è vero che una volta battezzati i cristiani entrano nella casa di Dio, cioè sono immediatamente salvi, ma finché vivono sulla terra possono «uscirne» perché sono soggetti liberi di aderire o no all’opera divina. È evidente perciò il ruolo che hanno le «opere» - come dice la Lettera di S. Giacomo -, perché Dio non costringe il cristiano a rimanere nel paradiso, nella salvezza, ma una volta che lo ha sottratto al male e lo ha fatto suo figlio (battesimo), comunque l’uomo può decidere di rinunciare e di opporsi a questo atto d’amore gratuito e libero di Dio nei confronti della sua creatura. E quindi se ci sono opere che allontanano da Dio, di conseguenza ci saranno opere che mantengono la comunione con Dio, con buona pace di Lutero.

Questo è comprensibile per esempio nell’agire angelico, Dio aveva fatto gli angeli spiriti buoni, ma proprio perché l’angelo è un soggetto libero ha potuto dire no a Dio e diventare demonio. Così ogni qual volta che noi pecchiamo confermiamo che ci sono delle azioni che sono contrapposte alla salvezza, e per contrario le opere opposte a queste sono le opere che ci conservano in comunione con Dio. Giustamente S. Giacomo dice che una fede senza una compartecipazione all’opera di Dio è morta. Il paradiso, la salvezza, insomma non è un luogo «morto» dove non si fa niente come statue, ma è una centrale atomica di amore, e l’amore è sempre cura e opera amorosa verso l’altro, ora quando Dio ci salva o ci redime, ci porta a vivere nel nòcciolo o forno atomico del suo Amore. Stando lì dentro, dice S.Giacomo, se ci assentiamo e non viviamo di quell’amore è come starci dentro da morti, per questo il «salvato» non può vivere come una statua, ma deve mettere in opera questo amore che lo ha rivitalizzato e lo riempie. Da qui nascono e si definiscono le opere cristiane che devono scaturire dalla fede, e non possono non esserci, altrimenti essa è dentro di noi come in una tomba. Invece di farla vivere la tappiamo dentro la bara del nostro io, come dice Gesù nella parabola dei talenti: quello che ne ebbe uno lo nascose dentro se stesso e lo fece morire.

Riassumendo, a noi spetta far vivere la grazia, la salvezza, la redenzione che Dio, tramite l’opera di Cristo, ha attuato in noi. Chi segue gli insegnamenti di Gesù è nel cammino della vita, e queste sono le opere buone che scaturiscono da una fede viva; chi rifiuta la salvezza e vive in opposizione agli insegnamenti di Gesù è nel cammino della perdizione, perché pratica opere che vanno contro la fede. Poi quanto al giudizio dopo la morte di chi si salva e chi si danna… beh, questo lasciamolo a Dio, che ne sa più e meglio di noi.

​
di Padre Angelo Bellon
Dal sito Amici Domenicani
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