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LA FEDE E' VITA QUOTIDIANA

9/2/2026

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Questa frase di Papa Leone XIV ci ricorda che la fede non è solo un sentimento interiore o un insieme di parole, ma una scelta concreta di vita. È autentica quando diventa criterio delle nostre decisioni quotidiane e si esprime nell’obbedienza alle leggi di Dio, orientando il modo in cui amiamo, perdoniamo, serviamo e ci doniamo agli altri.
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Rischiare nell’amore, come ha fatto Gesù, significa uscire dalla logica della sicurezza e dell’interesse personale per entrare in quella del dono totale. Cristo ha amato fino alla croce, senza calcoli, mostrando che l’amore vero comporta vulnerabilità, sacrificio e fiducia in Dio. Una fede così vissuta trasforma la persona e rende il Vangelo visibile nel mondo, perché si traduce in gesti concreti di misericordia, giustizia e speranza.

Paulus Minor
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FARE LA VERITA'

7/2/2026

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«Chi cade in peccato è un uomo;
chi se ne duole è un santo;
chi se ne vanta è un diavolo.»
(Thomas Fuller)

Dare il giusto nome alle cose, cioè distinguere ciò che è peccato da ciò che è bene, è il primo passo della vita cristiana. Solo partendo da questa chiarezza il cristiano può vivere nella Verità, senza confondere il bene con il male né adattare la fede alle proprie giustificazioni.

Non è l’assenza di peccato a distinguere il cristiano, ma la sincerità con cui riconosce il male e lo rifiuta. La caduta può appartenere alla fragilità umana; ciò che conta è non accettare il peccato come normale o inevitabile, ma riconoscerlo per ciò che è.

Da questo atteggiamento nasce la conversione: il desiderio di cambiare, di orientare la propria vita al bene e di affidarsi alla Grazia di Dio, che perdona e sostiene nel cammino.

Quando invece il peccato viene giustificato o minimizzato, si perde progressivamente il senso del bene e ci si allontana dalla Verità.

La vita cristiana è quindi un cammino serio e concreto, fatto di verità del cuore, responsabilità personale e fiducia nella Grazia di Dio.
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DIO CON NOI O NOI CON DIO?

31/1/2026

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Spesso ci chiediamo: «Dio è con noi?»
Ma la Scrittura ribalta la domanda e la rende più vera: «Noi siamo con Dio?»

Perché Dio non si allontana mai:
è Lui che dice «Io sono con te» (Gen 26,24),
è Lui che cammina con il suo popolo nel deserto,
è Lui che in Gesù diventa Emmanuele, Dio-con-noi.

La Bibbia non mette in dubbio la fedeltà di Dio,
ma interroga il cuore dell’uomo.
«Scegli oggi chi vuoi servire» (Gs 24,15).
«Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19,17).
La comunione con Dio non è automatica: è una scelta quotidiana.

Professiamo allora che Dio è sempre presente,
ma siamo noi a dover decidere se restare con Lui.
Stare con Dio significa ascoltare la sua Parola,
camminare nelle sue vie,
fidarsi anche quando non comprendiamo.

Non è Dio a dover dimostrare di esserci.
È l’uomo che è chiamato a rispondere.
E la fede nasce proprio lì:
non nel chiedere dov’è Dio,
ma nel dire, ogni giorno, «Eccomi, Signore».

Paulus Minor
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IO NON SO... MA...

20/1/2026

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Io non so... ma...
Io non so giustificare il male, ancor meno quello innocente.
Mi scandalizza, mi inquieta, mette in crisi la mia fede.
Non so perché Il Signore non ce ne liberi una volta per tutte.
Io non so il perchè, ma vedo alcuni percorrere con coraggio la strada del come e far nascere la vita dove sembra non poter esistere.
E assomigliano così tanto al Cristo.
Colui che ha abitato il deserto della morte, facendovi germinare il seme della vita senza fine.
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Don Mauri
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IL BATTESIMO DI GESU' NON ERA PER LUI MA E' PER NOI

11/1/2026

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Carissimi fratelli e sorelle, celebriamo la festa del Battesimo del Signore.

Con questa festa si chiude il tempo di Natale e si apre il tempo della missione, della missione pubblica di Gesù.

Ecco che, dopo aver contemplato il Bambino nella mangiatoia, oggi lo vediamo già adulto sulle rive del Giordano, mentre compie un gesto sorprendente.

Gesù chiede di essere battezzato da Giovanni, un battesimo di conversione e di penitenza.

Eppure egli non ha peccato, non ha nulla di cui convertirsi.

E ci domandiamo: perché allora scende nelle acque del Giordano?

La risposta a questa domanda è certamente nel cuore di Dio, perché Gesù entra nel Giordano non per sé, ma per noi.

Non scende nelle acque per essere purificato, ma per purificare.

Non si mette davanti all’umanità, ma accanto all’umanità.

Infatti è il Dio che sceglie di condividere fino in fondo la nostra condizione, che si lascia contare anche tra i peccatori per sollevarli, salvarli e ridare loro la dignità.

Ecco, sant’Antonio, meditando su questo mistero, afferma che Cristo volle essere battezzato affinché, toccate dalla sua santità, le acque ricevessero la forza di rigenerare l’uomo nuovo.

Il fiume Giordano, attraversato dal Figlio di Dio, diventa così il segno di tutte le acque battesimali.

Da quel momento, continua sant’Antonio, l’acqua non è più solo simbolo di morte o di purificazione esteriore, ma grembo di vita nuova.

E poi, come abbiamo sentito nel racconto del Vangelo, accade qualcosa di straordinario al Giordano: i cieli si aprono.

È un dettaglio molto particolare e decisivo.

I cieli che sembravano chiusi dal peccato ora si spalancano.

Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che non c’è più distanza tra Dio e l’uomo.

Lo Spirito Santo scende come una colomba, segno di una creazione nuova e di una pace ritrovata.

E infine risuona la voce del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.

Carissimi, queste parole, questa voce, non sono solo per Gesù: sono una parola che attraversa il Giordano e raggiunge ogni battezzato.

Nel nostro battesimo anche su di noi si sono aperti i cieli.

Anche noi abbiamo ricevuto lo Spirito Santo.

Anche su ciascuno di noi, nel battesimo, il Padre ha pronunciato una parola di amore.

Prima ancora di ogni nostro merito, prima ancora delle nostre cadute, Dio ci ha chiamati figli amati.

Sant’Antonio insiste molto su questo aspetto: il battesimo non è solo la remissione dei peccati, ma l’inizio di una vita nuova nello Spirito.

Il cristiano, dice sant’Antonio, è colui che porta in sé il sigillo di Cristo e deve renderlo visibile con una vita trasformata.

Quindi non basta essere battezzati nell’acqua; occorre lasciarsi battezzare ogni giorno dallo Spirito Santo.

E qui, penso, nasce una domanda molto importante per ciascuno di noi: noi, uomini del terzo millennio, viviamo davvero da battezzati oppure abbiamo ridotto il battesimo a un ricordo, a un rito lontano, a una data scritta su un registro, a una tradizione di famiglia?

Carissimi fratelli e sorelle, il battesimo è una vocazione, è una chiamata a vivere da figli, non da schiavi; cioè da persone libere, non da prigionieri del peccato, della paura, dell’egoismo.

Gesù, uscendo dalle acque del Giordano, inizia la sua missione pubblica.

Anche per noi il battesimo è l’inizio di una missione.

Sant’Antonio ricorda che chi ha ricevuto lo Spirito è chiamato a diffondere il profumo di Cristo nel mondo, a diffondere questo profumo con le parole ma, soprattutto, insiste sant’Antonio, con la vita.

Se pensiamo bene, carissimi fratelli e sorelle, il mondo di oggi ha bisogno di cristiani che testimonino con semplicità, coerenza e costanza alcune verità fondamentali della nostra fede: che Dio è Padre, che Dio ci ama veramente, ci perdona e ci aiuta a rialzarci e a camminare.

Carissimi, in questa festa siamo invitati a rinnovare interiormente le promesse del nostro battesimo.

E che cosa abbiamo promesso? Abbiamo promesso di rinunciare al male e al diavolo, di scegliere sempre il bene e di credere in Dio, nell’amore di Dio, nel perdono e nella misericordia di Dio.

Siamo quindi tutti invitati a ricordare chi siamo davvero: figli amati, abitati dallo Spirito Santo, tutti chiamati alla santità.

Chiediamo allora al Signore la grazia di riscoprire la bellezza del nostro battesimo.

Chiediamo di ascoltare di nuovo, nel silenzio del cuore, quella voce che dice: “Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia”.

E, come Gesù docile allo Spirito, impariamo a vivere ogni giorno per compiere la volontà del Padre, portando nel mondo la luce e la speranza del Vangelo.

Amen.
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IL VERO DISCERNIMENTO NASCE DALLA FEDELTA' A GESU'

9/1/2026

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''... Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. ...''
(1 Gv 4,1–3)

Giovanni non invita a sospettare di tutto, bensì a non essere ingenui, a non accogliere ogni voce, ogni messaggio, ogni proposta senza verificarne la sorgente.

“Non prestate fede ad ogni spirito”: oggi potremmo tradurlo così: non tutto ciò che si presenta come buono, moderno, spirituale o persino religioso viene davvero da Dio. Viviamo immersi in parole, opinioni, ideologie, messaggi che promettono felicità, successo, libertà. Ma il cristiano non può limitarsi a “sentire” o a “provare emozioni”: è chiamato a mettere alla prova, a discernere.

Il criterio che Giovanni ci consegna è sorprendentemente semplice e radicale: Gesù Cristo venuto nella carne. Non un’idea vaga di Dio, non una spiritualità disincarnata, ma Gesù reale, concreto, fatto uomo, che ha condiviso la nostra storia, la nostra fatica, la nostra sofferenza. Ogni spirito che riconosce questo Gesù – e quindi accoglie la sua logica di amore, di croce, di dono di sé – viene da Dio.

Al contrario, ciò che rifiuta Gesù, o lo riduce a un maestro tra tanti, o lo svuota della sua umanità e della sua croce, non viene da Dio. Giovanni lo chiama con parole forti: “spirito dell’anticristo”. Non è solo una figura futura e lontana; è una mentalità già presente nel mondo, ogni volta che si propone una salvezza senza Cristo, o un Cristo senza conversione, senza amore concreto, senza responsabilità verso gli altri.
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TUTTO E' GRAZIA

29/12/2025

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TUTTO E' GRAZIA

Dicembre sta finendo e un anno se ne va,
sto diventando troppo grande, e come non si sa...

Lo canto sorridendo,
ma il grato cuore, in silenzio, medita.

Ti ringrazio, Signore, per tutto il bene vissuto,
per le gioie che hanno illuminato i giorni trascorsi
e per quelli più tristi, che in silenzio hanno insegnato.
Ti ringrazio, Signore, per ciò che nella vita intera,
mi ha aiutato a riconoscere il dono

A Te offro ogni cosa:
ciò che è stato bello, perché diventi fecondo;
ciò che è stato fragile, perché sia perdonato
o reso utile alla mia povertà.

Conserva Tu ciò che è stato,
e illumina ciò che ancora mi manca.

Sia benedetto l’anno che nasce,
e Tu che mi concedi i giorni che vorrai.

Signore del tempo che passa restando,
benedici i passi che ancora non conosco,
resta con me nei giorni chiari e in quelli stanchi,
perché ogni passo non sia solo
e il tempo, alla fine, porti a Te.

Amen.

(Paolo Moretti)
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INCONTRO AL NATALE: ANTIFONE MAGGIORE

17/12/2025

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Dal 17 al 23 dicembre, vengono cantate nei Vespri alcune antifone particolari. Cominciano tutte con l’esclamazione di ammirazione: “O” (da qui il loro nome popolare di “grandi antifone O”). Si tratta di invocazioni ardenti rivolte dalla Chiesa al suo Salvatore. Dom Geranger diceva che queste antifone contengono tutto il midollo della liturgia dell’Avvento. Queste grandi antifone cantano di volta in volta i diversi aspetti messianici del Salvatore Gesù. Oggi, prepariamoci ad accogliere il Messia come Sapienza dell’Altissimo. Lasciamo che ci guidi sulla via della saggezza.

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Con la liturgia odierna ci imbattiamo in quelle che comunemente chiamiamo "Antifone O", ovvero le "Antifone maggiori". Sono denominate "Antifone O" proprio perché sono delle esclamazioni, esprimono il grido della Chiesa che invoca la venuta del Signore, evidenzia lo stupore che anima l'attesa. Ogni giorno il Messia è invocato con un "titolo" diverso che la Sacra Scrittura gli attribuisce.

La Chiesa esclama, grida la sua fervente attesa, manifesta il suo stupore. Per questo ci chiediamo: come stiamo vivendo questo ultimo tratto del percorso di Avvento? Il nostro cuore frema per l'attesa del Signore Gesù? Quanto e come attendo? Da quali sentimenti sono animato in questo tempo di attesa?
Sette sono le Antifone, cioè fino al giorno 23. E il 24? Quel giorno avremo una risposta certa e consolante. E sarà meraviglioso scoprire quella risposta! Lo vedremo insieme proprio il giorno 23.

Mentre ci poniamo le domande di cui sopra, quasi fossero un esame di coscienza per una riflessione nell'imminenza del Natale, vediamo quale "titolo" attribuisce oggi la liturgia al Messia.

Gesù è invocato come "Sapienza dell'Altissimo". Gesù è il "sapore" di Dio. La parola "sapienza" ha origine da "sapio-is", ovvero "che ha sapore" e "che da origine", e quindi dolcezza, che da senso a tutto l'universo ("che tutto disponi con forza e dolcezza"). Gesù è il sale, ma è anche la dolcezza che da gusto al mondo, che lo orienta verso la giusta direzione, da ordine, lo rinnova con il suo sacrificio d'amore, lo rigenera con la sua misericordia, lo inonda di speranza nuova.
Sei tu il mondo di Dio! E' dentro di te che Gesù viene a stabilire la sua tenda per abitarti e dare un senso vero e nuovo alla tua vita. Accoglilo, invocalo, attendilo!


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Gesù oggi è chiamato "Signore". E' un "titolo" che gli vien attribuito con l'evento della Risurrezione. Ma qui stiamo prima di quell'evento straordinario. Ciò mette in evidenza il suo essere Figlio di Dio, e quindi, della stessa sostanza del Padre.

Come Dio liberò il popolo d'Israele nel suo cammino esodale, così Gesù, che è Signore e ha "ogni potere in cielo e in terra", noi lo invochiamo perché ci liberi in questo nostro esodo, in questo nostro cammino dalla miseria umana, dalla fragilità, dal peccato.
Come un tempo il Padre ha liberato e ha sostenuto nel suo cammino il popolo di Israele, così oggi Gesù lo attendiamo continuamente perché liberi il nuovo popolo, sostenga il popolo della Chiesa, che è l'Israele di oggi.

Gesù è il Signore perché è la guida della Chiesa ("guida della casa di Israele"), è il "capo del corpo", come direbbe san Paolo in una sua lettera.
La Chiesa è si umana, ma ha un "capo", che è Cristo Signore. E' lui il pastore che la guida, che la sorregge, e quando l'uomo, o "gli uomini di Chiesa", cercano di impadronirsi del nuovo popolo, non fanno altro che distruggerla, che condurla nell'arido deserto, disperderla, confonderla. E' Gesù l'unico riferimento per la Chiesa, perché lui l'ha fondato. E non gli uomini.

Invochiamo oggi il Signore della Chiesa, colui che l'ha generato a prezzo del suo impegno d'amore, perché le dia nuovo vigore e nuova linfa vitale per essere nel mondo faro di speranza e stella che brilla nel buio della storia.


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Il testo originale diceva "O Radix Iesse", cioè "Radice di Iesse". Gesù oggi è invocato e atteso come "Radice", ossia come origine da cui scaturisce la vita.

Ma c'è un nome che compare, cioè "Iesse", che sarebbe il padre di Davide, il più grande tra i cantori di Dio, ma anche il più grande tra i peccatori redenti da Dio. Gesù è ancora più "grande", cioè sta alla radice di ogni grandezza di questa terra, è all'origine di ogni dinastia di questo mondo, fosse pure la più grande, la più riconosciuta, la più antica. E' lui l'origine di ogni grandezza, è lui che sostiene ogni cosa in questo mondo, fosse pure la più grande. Gesù, dunque, è la radice di tutto e di tutti. Ma è anche il "Germoglio" che spunta dal più grande peccato. Nonostante la miseria umana, Gesù fa scaturire il germoglio della sua misericordia, del suo amore, della sua tenerezza.

Il suo amore misericordioso si erge al di sopra di tutto e di tutti ("che ti innalzi come segno per i popoli"), è il vessillo dell'universo bisognoso di redenzione.
Invochiamo la nostra Fonte, la nostra Origine, la Chiave di volta della nostra esistenza, la Radice della nostra vita, della vita del mondo, perché ridia vigore alla nostra stanchezza, al nostro corpo stanco, alla nostra anima ferita dal peccato.


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L'immagine biblico-liturgico che l'Antifona ci presenta oggi è quella della "chiave". Dunque, Gesù è la Chiave. E' un'immagine suggestiva che, tratta sempre dalle pagine profondissime dell'Antico Testamento, ci presenta Gesù liberatore. Egli è colui che viene a liberare gli schiavi del peccato, quelli che sono incatenati dai legacci della miseria umana, quelli che gridano a lui perché oppressi nelle buie stanze di un'anima immersa nelle tenebre della paura e dello sconforto, come della disperazione e della malinconia ("Libera l'uomo prigioniero che giace nelle tenebre del peccato e nell'ombra di morte").

La chiave nella Bibbia assume un significato del tutto particolare: esso è, infatti, segno di potere. Comprendiamo perché tra le pagine dei Vangeli, troviamo un'icona, una tra le più solenni della vita di Gesù e degli apostoli, quella cioè, della consegna delle chiedi da parte del Cristo a Pietro. L'apostolo viene investito di un'autorità divina. E' l'autorità dell'amore. Egli, e dopo di lui tutti i suoi successori, il Papa e i vescovi, ha il potere di liberare l'umanità dal peccato; di aprire le porte di quelle coscienze sigillate dal marchio tremendo della miseria umana; di aprire i lucchetti che chiudono i catenacci avvolti intorno ai cuori che son caduti nella trappola della disperazione; di schiudere quei portoni che oscurano la vita degli uomini imprigionati nelle anguste celle di un fatalismo impressionante.

Pietro ha avuto il potere di potare la Chiave, di donare cioè, Cristo, di annunciarlo, di testimoniarlo. E questo è il compito della Chiesa oggi. La Chiesa possiede la Chiave giusta per rendere la vita dell'uomo "diversa": è Cristo la Chiave.


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Astro proviene dal latino "orior-oreris" e vuol dire "sorgere", "nascere", "venire fuori". Per cui, più che "Astro" è esattamente "Oriente", da dove nasce appunto, il sole. Gesù, che sta per venire, è l'Oriente dei credenti, è l'Astro che sorge, che viene fuori, che da vita, che illumina. 

Il Bambino Gesù che nasce nella notte, viene a portare la luce, ad illuminare il buio, a rischiarare le tenebre. Per questo, l'evangelista Giovanni, nel suo straordinario Prologo, dirà di Gesù: "La luce splende nelle tenebre". Gesù è l'Astro, il Sole, la Luce che illumina le tenebre del mondo, l'oscurità della nostra coscienza intaccata dal peccato.  Significativo risulta essere il fatto che oggi, giorno 21, segna il solstizio d'inverso, in cui la luce è di breve durata, risplende meno rispetto al resto dei giorni dell'anno. Ma a partire da questo giorno, la luce del sole comincia a splendere di più.

Questo evento astronomico si protrae generalmente per due-tre giorni, dunque fino al 25 dicembre, quando c'è praticamente una "rinascita" del sole, che raggiunge la sua "pienezza" con il solstizio d'estate a giugno. 

Dal 25 dicembre un "nuovo" ciclo solare comincia a diramare più luce , e la luce sempre più prende forma, accorciando il tempo della notte. Per questo, il giorno 25 dicembre fu scelto dai cristiani per celebrare la festa del Natale di Gesù. Gesù è il Sole che sorge dall'Oriente, colui che viene ad illuminare i giorni in cui la luce dentro di noi è più fioca ed è maggiormente adombrata dall'oscurità della notte. 

Noi, dunque, oggi invochiamo questa Luce che accorci il tempo dell'oscurità in noi, rischiari le tenebre che spesso ci avvolgono e ci incupiscono, irradi nuovi raggi che riscaldano il gelido del peccato che molte volte ci avvolge.


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In questa penultima "Antifona O", giungiamo a riconoscere Gesù nostro Re, nostra Guida. Chi è il re, se non colui che guida? La sua potestà sta nella capacità di guidare il popolo, di impegnarsi per la sua prosperità e il suo benessere, di adoperarsi per la sua incolumità. Gesù è il nostro Re, il nostro Re di pace e di giustizia, viene a mettere insieme tutti i popoli sotto la tenda del mondo, che lo guida verso la terra promessa dell'amore, garantisce la sua incolumità con il dono di sé.


La regalità di Gesù sta proprio nell'offerta della sua vita per il bene dell'umanità. In Gesù, Dio si fa carne, si fa uomo, si abbassa per redimere l'umanità. Il Natale ci fa contemplare l'abbassamento di Dio per portarci a contemplare in pari tempo l'innalzamento nostro. Tanto più Dio si abbassa, tanto più l'uomo si innalza. E' la logica sovversiva di Dio. La Scrittura ci parla spesso dell'abbassamento di Dio per il bene dell'umanità, fino a quel momento estremo della lavanda dei piedi e della morte in croce del Figlio.

Paradosso dei paradossi è lo stesso mistero del Natale. E' il mistero della "kenosi", dell'abbassamento divino, della spoliazione regale del Padreterno.
Dunque, parliamo di una regalità paradossale, eversiva e sovversiva allo stesso tempo. Solo Dio può pensare e fare "cose strane" come queste per dichiarare il suo amore all'umanità, a ciascuno di noi. Continuamente ci scrive "Ti amo" con l'inchiostro del suo sangue, della sua vita.
Oggi invochiamo il Gesù Re, ma un Re abbassato: lo invochiamo come Re che si chini sulle nostre ferite, sulle stigmate provocate dalla sofferenza che spesso dobbiamo sopportare, sul dolore che, piacente o meno, ci ritroviamo ad accettare.


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Non più un "titolo", ma un nome proprio: Gesù è chiamato con un nome specifico e programmatico: Emmanuele. Dall'ebraico, il nome "Emmanuele" significa "Dio con noi". E' il Dio che viene a stabilire la sua abitazione con noi, con la nostra povera umanità, che fa una scelta preferenziale per l'uomo, che sceglie liberamente di sporcarsi della polvere alzata dai passi della nostra fragilità.

Oggi, dunque, invochiamo e contempliamo il Dio che vorremmo sempre accanto, desideriamo abitasse sempre con noi, ci sostenesse nei momenti di maggiore bisogno, alimentasse la speranza di una vita più felice, ci salvasse dalla morsa del freddo del peccato. In una parola: L'Emmanuele.

Dio lo vogliamo sempre con noi, in ogni momento della nostra vita; desideriamo sentirlo sempre accanto, che ci sostiene nei momenti di difficoltà; speriamo di averlo sempre dalla nostra parte, perché possiamo sentirci maggiormente protetti in certe situazioni di disagio e di oscurità, quando facciamo fatica a vedere. E' il Dio con noi che invochiamo.

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FACCIAMO SPAZIO

7/12/2025

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In questo periodo, nelle case degli italiani si respira l’attesa del Natale: gli oggetti di sempre si spostano per dare spazio all’albero e al presepe.

E così, con la stessa cura, dobbiamo fare spazio nella nostra anima, spostando le cose futili, superflue o addirittura inutili che ci distraggono, per accogliere la Parola di Dio e meditarla.
In questo modo il Signore troverà in noi un’accoglienza calda e preparata.

Signore,
aiutami a liberare un po’ di spazio nel mio cuore,
a mettere da parte tutto ciò che non conta davvero,
così da creare un angolino caldo, ospitale,
dove poterti accogliere con tutto l’amore che meriti.
Solo così sarà davvero Natale.
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SIAMO TUTTI DEI PAZIENTI... IN ATTESA DELLA CURA

23/10/2025

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La Speranza, da cui nasce la pazienza, è quel dono che ci permette di guardare oltre le difficoltà.

Non a caso, chi è malato e attende la cura si chiama paziente, proprio perché pratica la pazienza.

I pazienti, cioé coloro che soffrono, incarnano questa virtù: attendono con fiducia la guarigione, e in questa attesa riflessa c'è l’umanità che aspetta il Medico divino, Gesù Cristo.

È proprio in questa attesa, spesso dolorosa, che la Speranza si rafforza, perché c’è una promessa che ci attende.

La pazienza, nata dalla Speranza, diventa un terreno fertile in cui la fiducia in Dio cresce giorno per il giorno.

​E così, mentre aspettiamo, ci prepariamo ad accogliere la Grazia promessa.


Questa attesa fiduciosa ci trasforma, ci fa sentire parte di qualcosa di più grande e ci assicura che il Medico divino, Gesù, saprà guarire ogni paziente che si affida a Lui.

Ciò che oggi per noi oggiè Speranza diventerà un domani certezza che ci farà risplendere.
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