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OBBEDITE AL PAPA E' GARANTE DELLA VERITA'

19/10/2014

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«Obbedite al Papa, è il garante della verità»

A sorpresa, Papa Francesco ha concluso il Sinodo con un discorso importante e impegnativo, che è stato subito reso pubblico, e che contiene una vigorosa messa in guardia contro deviazioni dottrinali sia «tradizionaliste» sia «progressiste» e un fortissimo – non consueto per Papa Bergoglio – richiamo a riconoscere con obbedienza l’autorità del Papa nella sua direzione ordinaria e quotidiana della Chiesa e non solo nel Magistero straordinario.

Il Papa ha ricordato che aveva chiesto che al Sinodo ci si esprimesse liberamente, perché si manifestasse davvero «uno spirito di collegialità e di sinodalità». I padri, si potrebbe dire, lo hanno preso perfino troppo sul serio. «Ci sono stati – ha detto Francesco – dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore». Molti momenti belli, tra cui il Pontefice ha voluto sottolineare le testimonianze delle famiglie che «hanno condiviso con noi la bellezza e la gioia della loro vita matrimoniale».

Ma quello di Papa Francesco non è stato per nulla un discorso celebrativo inteso a nascondere le tensioni che ci sono state durante il Sinodo, «poiché – ha detto – essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni». Il Papa ha quindi proposto un elenco delle «tentazioni», di notevole importanza per capire la sua «mens» e che del resto corrisponde a quanto tante volte ha esposto nel suo Magistero.

In un famoso dialogo con il clero delle diocesi di Belluno-Feltre e Treviso del 24 luglio 2007 ad Auronzo di Cadore, Benedetto XVI – non a caso puntigliosamente e ripetutamente evocato e citato nel discorso di Papa Francesco – aveva distinto due errori che dividono la Chiesa: l’«anticonciliarismo», che rifiuta le riforme conciliari e postconciliari in nome del passato, e il «progressismo sbagliato», che rifiuta la continuità con il passato in nome delle riforme conciliari. La formula di Benedetto XVI «riforma nella continuità» – che, come precisò nell’enciclica «Caritas in veritate» vale per tutta la vita della Chiesa e non solo per l’interpretazione del Concilio – non autorizza nessuno a rifiutare la riforma in nome della continuità, né la continuità in nome della riforma. Il linguaggio di Francesco non è, ovviamente, lo stesso di Benedetto, ma i concetti di Papa Bergoglio si costruiscono su quella fondamentale indicazione di Papa Ratzinger.

Da una parte, Francesco denuncia «la tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti – oggi – “tradizionalisti”e anche degli intellettualisti». È quello che Benedetto XVI chiamava «anticonciliarismo», evitando la parola «tradizionalismo» che, come storici e sociologi rilevano, ha diversi significati, non tutti negativi (san Pio X, per esempio, la usava in un senso positivo). Ma la lingua ha una sua forza cui è difficile resistere, e «anticonciliarismo» non è entrato nel linguaggio comune, mentre la parola «tradizionalismo», nel suo senso negativo di rifiuto del Concilio Vaticano II e del Magistero postconciliare, è ormai forse più facilmente comprensibile da molti.

Ma dall’altra parte, spiega Francesco, certamente non meno grave, c’è «la tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”» (ricordiamo che all’espressione italiana «progressista» corrisponde, nel mondo di lingua inglese, «liberal»); «la tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio».

Da una parte – da quella progressista – c’è «la tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente», chiamando pane quello che in realtà è la pietra dell’errore. Dall’altra parte – quella «tradizionalista» – la tentazione è «trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati cioè di trasformarlo in “fardelli insopportabili”».

Ancora, indica il Papa, dalla parte progressista c’è «la tentazione di trascurare il “depositum fidei”, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni». Dalla parte opposta c’è « la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano “bizantinismi”, credo, queste cose...».

Qualcuno potrebbe scorgere nel discorso del Papa, con tutto il rispetto, il tentativo – che in Italia chiameremmo democristiano – di governare le contraddizioni dal centro. Questa interpretazione sarebbe però maliziosa, e non solo perché la cultura politica argentina del Papa non è quella di tradizione democristiana. Papa Francesco si pone anzitutto su un piano spirituale, vedendo nelle tentazioni il «movimento degli spiriti» di cui parla sant’Ignazio di Loyola negli «Esercizi Spirituali». «Personalmente – ha detto – mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni; questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6) se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace». In questo senso, «le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato – e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) – i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore».

Da che parte sta il Papa? Dalla parte, ha detto, che non vuole «mettere mai in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita». Certo, la Chiesa «non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37)» e «non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone». «Questa è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia».

Ma nello stesso tempo «è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina». La Chiesa «spalanca le porte» a tutti, «non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo», ma non fa finta neppure di non vedere la caduta, lo abbraccia ma si sente «obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino».

La Chiesa discute, ha ammonito il Papa, ma alla fine «non può sbagliare: è la bellezza e la forza del “sensus fidei”, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo affinché, insieme, possiamo tutti entrare nel cuore del Vangelo e imparare a seguire Gesù nella nostra vita, e questo non deve essere visto come motivo di confusione e di disagio». «Tanti commentatori, o gente che parla – ha aggiunto Papa Francesco –, hanno immaginato di vedere una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra, dubitando perfino dello Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa. Lo Spirito Santo che lungo la storia ha sempre condotto la barca, attraverso i suoi Ministri, anche quando il mare era contrario e mosso e i ministri infedeli e peccatori».

Il Pontefice ha concluso invitando, non senza severità, a considerare il ruolo del Papa e l’ubbidienza che tutti gli devono: «il Sinodo si svolge “cum Petro et sub Petro”, e la presenza del Papa è garanzia per tutti». «Parliamo un po’  – ha detto – del Papa, adesso, in rapporto con i vescovi... Dunque, il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa». Francesco ha detto di volere «citare testualmente» sul punto Benedetto XVI, il quale nell’udienza generale del 26 maggio 2010 ricordò che «la Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo ... attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente». Lo fa attraverso i vescovi, che però devono essere «in comunione con il Successore di Pietro», sia per istruire nella verità sia – sono ancora parole di Papa Ratzinger – «per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza»

Sì, ha detto Francesco, «la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore – il “servus servorum Dei”; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (Can. 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf. Cann. 331-334)».

Il richiamo al diritto canonico, non certo consueto in Papa Francesco, e alla «potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale» del Papa rappresenta un vigoroso invito all’obbedienza e alla fiducia nel Pontefice, nell’anno che ci separa dal Sinodo ordinario del 2015 che sfocerà poi nell’esortazione apostolica post-sinodale del Pontefice nel 2016. Come ha scritto nel suo ultimo libro Costanza Miriano, «obbedire è meglio».
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BEATIFICAZIONE SS.  PAOLO VI - Il Vangelo dell'amore

18/10/2014

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IL VANGELO DELL'AMORE NEL CUORE DI PAOLO VI

Grande dono è stato per me vivere 24 anni accanto a Paolo VI, dal quale ho ricevuto continue lezioni di fede, di coraggio, di sacrificio, di umiltà e di dedizione gioiosa al Signore.

Un servizio, il mio, nato per obbedienza ai miei superiori, si è rivelato poi come un privilegio spirituale altissimo, condividendo la storia quotidiana di un eccezionale uomo di Chiesa.

Nel riflettere ora sulla figura di Paolo VI cerco di riassumere le mie impres­sioni indicando le sue preferenze.

Amava i bambini:
 aveva per loro una specie di tenerezza reverenziale; se li accarezzava, se li baciava lo faceva con modo finissimo come di fronte a un mistero delicato. Per i bambini infermi aveva una preferenza dolcissima.

Amava i poveri e i sofferenti:
 a ognuno di loro avrebbe voluto dimostrare la sua stima e portare un aiuto veramente provvido.

Amava i giovani:
 non solo perché in essi vedeva l'awenire della società e della Chiesa, ma perché avrebbe voluto che ciascuno di loro valutasse le ricchezze interiori di cui sono depositari e le potesse sviluppare al massimo per la propria felicità, per il regno di Cristo e per il bene del mondo.

Amava i sacerdoti: 
aveva per loro e per i candidati al sacerdozio una parti­colare predilezione che lo muoveva alla commozione, a una venerazione profon­da e a un affetto sincero. Ogni defezione era una ferita per il suo cuore.

Amava le religiose:
 quelle di vita contemplativa cui riconosceva un posto particolare nel cuore della Chiesa e poi tutte le religiose che considerava sorelle amatissime cui la Chiesa deve particolare onore, benevolenza, gratitudine.

Amava i religiosi di tutte le comunità, antiche e moderne.
 Di ciascuna ricercava con passione la particolare spiritualità di cui riconosceva carisma e pregio per l'edificazione del Regno di Dio.

Amava i lavoratori
 ai quali voleva comunicare l'amore profondo di Cristo e della Chiesa perché fossero i protagonisti della civiltà moderna.

Amava le donne
 che venerava alla luce di Maria come le creature cui Dio ha affidato con la maternità qualità e virtù singolari.

Amava la famiglia,
 dalla quale aveva ricevuto beni inestimabili e che ritene­va il fondamento della storia umana e cristiana. Ogni ferita alla famiglia (divorzio, aborto) lo faceva soffrire immensamente.

Amava questo mondo:
 il creato e tutte le meraviglie in esso disseminate: i fiori, gli uccelli, i monti, il mare.

Amava il mondo nelle sue forme moderne
, la scienza, il progresso, l'arte, la letteratura, la poesia, la musica, la cultura.

Amava la storia umana, la storia della Chiesa, la storia di ognuno:
 ogni persona umana lo appassionava. Si interessava ad ogni persona.

Nulla mai lo lasciava indifferente:
 ogni voce era da lui accolta, ogni lettera riceveva attenzione, ogni richiesta esigeva risposta, ogni dono voleva gratitudine, ogni pena suscitava conforto, ogni dolore induceva preghiera.

La sua disponibilità non conosceva limite. La cultura acquisita in tanti anni di studio e di lettura non gli aveva tolto la semplicità del bambino. Aveva un cuore semplice che si manifestava nel suo sguardo.

Uno sguardo limpido 
che penetrava fino in fondo al cuore, e rivelava il suo animo. Non per indagare, non per condannare, non per ricercare, non per inqui­sire, ma per amare, per comprendere, per essere solidale, per confortare. Non come rimprovero, come sfida, come spada che ferisce, ma sempre come aiuto, come sostegno benefico.

Il suo animo 
era così puro e così limpido! Si aveva l'impressione che il male, di cui aveva una percezione radicale e drammatica, non riuscisse a depositarlo nel suo cuore né a intorbidire lo specchio limpido del suo essere. Tuttavia, lo feriva talmente da condurlo fino all'angoscia dell'agonia dell'orto del Getsemani; ma nel dolore del Redentore, di Cristo, riusciva sempre a ricuperare una luce luminosis­sima per sé e per gli altri.

Il Vangelo 
era la sua unica regola. Si potrebbe dire che non aveva altri regolamenti se non la parola di Gesù.

La sua meditazione 
fondamentale era il Vangelo, le lettere di s. Paolo e degli altri apostoli. Atti degli Apostoli, la Sacra Scrittura in generale. Alle parole del Vangelo si ispiravano i suoi modi di essere, di pensare, di agire, di parlare.

Qualsiasi pagina 
era motivo di gioia, di riflessione, di contemplazione, di vitale soddisfazione, da cui sapeva trarre «cose nuove e cose antiche», come qualche idea geniale, qualche intuizione meravigliosa. Il Vangelo è la fonte della sua spiritualità, la radice del suo comportamento, la motivazione decisiva delle sue scelte, la ragione dei suoi gusti.

La parola di Gesù 
è la sola soluzione ai mali del mondo, è la ragione delle sue speranze, è il fondamento definitivo del suo ottimismo, è la sola via d'uscita dalle angosce disperanti dell'uomo moderno.

Senza Cristo non c'è luce,
 non c'è speranza, non c'è amore, non c'è avvenire. La consapevolezza della presenza di Cristo gli ha permesso di far fronte a ogni difficoltà con calma, con pazienza, con serenità, con sicurezza.

Non ho mai visto Paolo VI nell'angoscia,
 nella paura, nella desolazione. Se qualche volta l'ho visto piangere, non fu mai per disperazione o per panico, ma solo per profonda commozione.

Cristo Gesù era il suo unico Maestro.
 S. Paolo, s. Agostino erano l'aiuto più valido per conoscere Cristo. Il suo interesse fondamentale era Cristo, Cristo la sua vera passione, Cristo la sua specialità.

Ha amato la Chiesa 
con amore appassionato, senza limiti, senza calcoli, senza interruzioni, anche quando la Chiesa lo ha fatto soffrire, perché la Chiesa l'ha voluta Cristo, è di Cristo, è la sua sposa, è la sua gloria.

Sempre l'ha amata, 
nella gioia e nel dolore, nello splendore e nella desola­zione, nella crescita e nella diserzione, nel trionfo e nel disprezzo, nell'accoglienza e nel rifiuto. Particolare amore ha sempre nutrito per la Chiesa perseguitata, avvilita, impedita. Anche quando alcuni uomini di Chiesa le facevano gravi torti, non ha mai perso la fiducia, anzi nei momenti più tempestosi il suo amore si faceva più intenso, perché ancorato alla parola di Cristo.

Fu disposto a ogni sacrificio per la Chiesa, 
per la sua pace, la sua unità, la sua santità, la sua bellezza interiore ed esteriore, la sua libertà, la sua fedeltà a Cristo, la universalità, la sua povertà, la sua credibilità, la sua luminosità, la onorabilità.

Amò Maria Santissima
 con un amore dolcissimo: Madre della Chiesa la volle proclamare nel Concilio. Ma con quel titolo voleva onorare soprattutto la Madre dell'uomo, dell'afflitto, del desolato, dell'angosciato, del solo, dell'abban­donato. Madre della Chiesa perché madre di chi soffre con la Chiesa, per la Chiesa, nella Chiesa con Cristo, per Cristo, in Cristo.

L'amore a Cristo, alla Chiesa e a Maria
 riassume tutta la vita di Paolo VI vissuta nella continua, umile e fiduciosa obbedienza alla volontà di Dio. Lo stesso amore risplende nella luce della Trasfigurazione, quando Paolo VI muore ripe­tendo il Padre nostro, quasi come presentazione di sé alle soglie dell'eterno e come messaggio e traccia per il cammino di ogni uomo.
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SINODO E GOSSIP

9/10/2014

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Care amiche, cari amici,
se posso permettermi un suggerimento a proposito del Sinodo straordinario dei vescovi intorno alla famiglia cominciato domenica e che si concluderà il 19 ottobre con la beatificazione del Papa dell'Humanae vitae, è quello di fare una cosa che assomiglia al digiuno eucaristico, cioè rifiutarsi di assumere il veleno che esce dalle interviste che ormai tutti, dal cardinale all'ultimo fedele, si sentono in dovere di rilasciare alla stampa, scritta, online o radiotv.

Un veleno che sta trasformando il Sinodo, che venne istituito proprio dal beato Paolo VI per aiutare il Papa a fornire una indicazione magisteriale contenuta nell'esortazione apostolica post-sinodale, in uno scontro fra opposte tifoserie, senza che peraltro la partita sia visibile perché viene giocata a porte chiuse.
 
Certo, le interviste non sono tutte uguali. Ci sono quelle che ribadiscono la dottrina di sempre sul matrimonio e quelle che lasciano immaginare cambiamenti rivoluzionari a proposito della famiglia, ci sono quelle che coniugano il buon senso che tiene conto dei cambiamenti avvenuti nella cultura e nel costume per trovare un modo efficace di fare innamorare i giovani del "fare famiglia" (che è il vero problema di oggi) e ci sono anche le interviste ambigue o comunque inutili. Però la sensazione del lettore è che quanto richiesto dal Pontefice, cioè di evitare interviste e polemiche pur esternando apertamente all'interno dei lavori sinodali la propria opinione, sia stato completamente disatteso da quanti in questi giorni hanno trasformato il Sinodo in una sorta di congresso di partito, eccitati da giornalisti alla ricerca di scoop.

Il suggerimento è dunque di stare tranquilli, di ricordare che la Chiesa è del Signore e che Lui la vuole salvare nonostante noi, di attenerci ai documenti ufficiali e di astenersi dalle interviste, dalle polemiche e dai titoli dei giornali fatti apposta per aumentare le vendite e non per servire la verità. E di ricordare che il documento del Magistero uscirà dopo il prossimo Sinodo ordinario sulla famiglia, quando il Papa pubblicherà l'esortazione apostolica postsinodale sulla famiglia. Tranquillità e pace, come ha detto Francesco concludendo il breve intervento all'inizio dei lavori, "perchè il Sinodo si svolge sempre cum Petro e sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti e custodia della fede". Infatti, come ha scritto Costanza Miriano su Avvenire, qualunque cosa il Pontefice deciderà noi saremo con lui. Sono assolutamente d'accordo.

di Marco Invernizzi
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SOTTO IL MONTE, NASCE IL SANTUARIO - 11 OTTOBRE, FESTA DI SAN GIOVANNI XXIII

9/10/2014

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Sotto il Monte, nasce il santuario
11 ottobre, è festa di S. Giovanni XXIII


Il complesso parrocchiale di Sotto il Monte viene elevato a santuario. Attraverso un decreto del vescovo, si erige a santuario quello che è il luogo della devozione e della preghiera a San Giovanni XXIII. Il complesso che comprende la chiesa parrocchiale, la cappella di Nostra Signora della pace, il giardino della pace e la cripta oboedentia et pax saranno quindi compresi nella definizione di santuario di Sotto il Monte.

Ai luoghi in cui i pellegrini si fermano a pregare è stata riconosciuta l’identità di santuario, perché luoghi di particolare devozione, profonda fede e intensa preghiera. «Questo riconoscimento – dice il parroco monsignor Claudio Dolcini – avviene in concomitanza con la prima festa celebrata di San Giovanni XXIII (11 ottobre) e proprio qui a Sotto il Monte, monsignor Maurizio Malvestiti presiederà domenica 12 la sua prima Messa di Episcopato. Sono tutti segni di questo particolare anno di grazia per questa comunità e per la Chiesa bergamasca».

Durante la novena di preparazione alla festa sono previsti appuntamenti di preghiera e eventi di carattere culturale e artistico. Nel pomeriggio di domenica 12, prima della solenne celebrazione, presieduta da monsignor Malvestiti (neo vescovo di Lodi) e concelebrata dal vescovo monsignor Francesco Beschi, nel Giardino della pace sarà messo a dimora un albero d’ulivo secolare, proveniente dalla Puglia che era in San Pietro durante l’ultima Liturgia della Domenica delle Palme presieduta da San Giovanni Paolo II.

Nell’occasione della festa liturgica di San Giovanni XXIII e dell’elevazione a santuario del complesso parrocchiale la Fondazione Bernareggi, in collaborazione con l’Associazione Giovanni XXIII, espone negli spazi della Casa del Pellegrino due opere di artisti bergamaschi. Si tratta di un’installazione di arte contemporanea realizzata da Arianna Tinulla e un ritratto del Pontefice a opera dell’artista Luigi Scarpanti. 
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