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LA RESURREZIONE DI GESU' E' STORICAMENTE ATTENDIBILE, NON E' UN MITO

24/3/2016

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LA RESURREZIONE DI GESU' E' STORICAMENTE ATTENDIBILE, NON E' UN MITO

Dalle biografie liberali su Gesù Cristo di Ernest Renan e Rudolf Bultmann, lo studio sulla storicità dei Vangeli ha fatto enormi passi in avanti. Anche gli studiosi critici più razionalisti hanno dovuto riadattare i loro convincimenti: dal Gesù storico mai esistito siamo finalmente giunti ad avere, anche da parte loro, il riconoscimento della sua esistenza certa, fino addirittura all’ammissione della storicità degli avvenimenti accaduti nei suoi ultimi giorni, dal processo alla sepoltura.

Ne abbiamo già parlato, rilevando un quasi unanime accordo tra gli studiosi, credenti e non credenti, ragionevoli o razionalisti. Le posizioni si discostano dal ritrovamento del sepolcro vuoto e, sopratutto, dalla resurrezione di Gesù. A pochi giorni dalla Pasqua, approfondiamo ancora di più le cose, dopo aver però chiarito che soltanto chi ha ricevuto il dono della fede può “accedere” al Gesù risorto, la storia non ha alcuna capacità di determinare le verità di fede. Può dare il suo importante contributo, ma è sbagliato confondere i piani ed aspettarsi dall’indagine storica certe conferme o certe smentite che non è e non sarà mai in grado di dare.

1) Innanzitutto, i Vangeli mostrano che quella di Gesù è una resurrezione completamente diversa da quella degli altri racconti di resurrezione descritti dagli evangelisti (la figlia di Giairo, la vedova di Nain e Lazzaro). Per questi, si tratta di un ritorno alla vita temporale, soggetta nuovamente a morte. Nel caso di Gesù, invece, gli evangelisti usano un altro linguaggio: egli non è più soggetto a morte, appare come visione eppure mantiene una corporalità. «La morte e la resurrezione di Gesù sono considerate un evento unico» nella storia, ha riconosciuto lo studioso agnostico B.D. Ehrman(Did Jesus Exist?, HarperCollins Publisher 2013, p.228), ed effettivamente non esiste nulla di simile nella tradizione ebraica, la quale insegnava semmai una sorta di rapimento corporale in cielo (per esempio nei casi di Enoc, Elia, Esdra e Baruc). Se fosse un’invenzione degli apostoli, perché discostarsi così pesantemente dalla tradizione ebraica? Se volevano affermare che Gesù era il Messia, Colui che compiva le profezie ebraiche, perché inventare una resurrezione tanto distante e inedita dalla tradizione religiosa dell’Antico Testamento?

2) Un secondo aspetto poco ricordato è che per ogni fedele ebreo, il giudizio del sinedrio, il supremo tribunale ebraico, rappresentava nientemeno che il giudizio di Dio, e il sinedrio stabilì che Gesù era un bestemmiatore, un miscredente, un maledetto da Dio. Eppure, un pugno di giudei (pescatori, per lo più) improvvisamente fronteggia tale giudizio, iniziando a predicare che tale condannato è il Salvatore che il mondo attende. Cosa può essere accaduto per motivare questi devoti ebrei a sfidare il supremo (e divino) giudizio del sinedrio, addirittura sostenendo che Dio, risuscitando Gesù, si sarebbe pronunciato in maniera categorica contro tale sentenza? Non erano teologi o membri dello stesso sinedrio, ma un gruppo di pescatori e qualche donna, oltretutto gli stessi che poco prima scappavano impauriti, rinnegavano Gesù, si disperdevano delusi e amareggiati. L’unica risposta ragionevole, anche in questo caso, è quella che loro stessi offrono: furono testimoni di un evento eccezionale, la resurrezione di Gesù, l’unico motivo valido per decidere di lasciare tutto e cambiare vita, sfidando persecuzioni, vessazioni da parte della loro comunità di origine e di appartenenza, da parte dei loro familiari e amici. Fino al martirio.

3) Senza la resurrezione rimarrebbe inspiegabile anche la celebrazione della domenica fin dagli albori del cristianesimo (At 20,7; 1Cor 16,2; Ap 1,10), mentre per gli ebrei il giorno sacro è il sabato, come stabilito dalla legge mosaica. Questi uomini, dunque, non solo osano sfidare la concezione biblica della resurrezione, affermando un concetto totalmente inedito e nuovo, non solo osano sfidare il giudizio del sinedrio (il giudizio di Dio, per gli ebrei), ma correggono anche la legge mosaica per affermare che il giorno sacro è quello in cui è risorto Gesù. Senza considerare, ne abbiamo già parlato in altri contesti, che osano -ancora una volta- raccontare che le prime testimoni di tale resurrezione sono delle donne. Un’altra controproducente follia. «Nel mondo patriarcale in cui vivevano quei cristiani», ha commentato Ben Witherington III, docente di Nuovo Testamento presso l’Asbury Theological Seminary di Wilmore, «non è credibile che un gruppo con una tale mentalità potesse inventarsi una storia simile. Analogamente, non vi sono motivi validi per pensare che questi racconti sulle apparizioni avessero la propria origine nell’Antico Testamento, che a stento menziona il concetto della resurrezione dai morti» (B. Witherington III, Una reposiciòn de la resurrecciòn, in P. Copan, Un sepulcro vacto. Debate en torno a la resurecciòn de Jesùs, Voz de Papel 2005, p.183,184) Per José Miguel Garcia, noto esegeta del Nuovo Testamento presso l’Università Complutense di Madrid, «l’analisi delle testimonianze e degli avvenimenti può portare a concludere che senza il fatto reale della resurrezione, molte cose rimarrebbero senza spiegazione» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia, BUR 2008, p.274). Come ha precisato anche Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, «nessuna spiegazione naturalistica è in grado di spiegare tutti i fatti. Questo è anche il motivo per cui vi è una spiegazione naturalistica diversa per ogni scettico che cerca di spiegare le origini del cristianesimo».

4) Abbiamo già accennato al sepolcro vuoto come elemento di discussione tra gli studiosi, eppure gli argomenti a favore sono schiaccianti. Tra i principali sicuramente il comportamento delle autorità ebraiche: se il corpo di Gesù fosse stato nel sepolcro, senza dubbio lo avrebbero detto, sarebbe stato infatti il miglior modo per screditare l’annuncio della resurrezione. Se non lo hanno fatto è perché non hanno potuto: per tutto il tempo in cui hanno cercato di impedire la diffusione del cristianesimo, i membri del sinedrio non hanno mai negato il dato del sepolcro vuoto, semplicemente lo hanno spiegato appellandosi alle dicerie del furto del corpo di Gesù da parte degli apostoli. Ebbene, anche se lo avessero rubato, rimane la domanda già fatta in precedenza: perché inventare dal nulla un concetto, difficile e totalmente inedito, di resurrezione come quella descritta per Gesù? Avrebbero potuto semplicemente avvalersi dei contenuti della tradizione ebraica.

Vi sono altri argomenti decisivi a favore del sepolcro vuoto, ben sintetizzati dal filosofo W.L. Craig, docente presso la Houston Baptist University: «Diverse ragioni hanno portato la maggior parte degli studiosi a questa conclusione: a) Il racconto del sepolcro vuoto fa parte del materiale più antico utilizzato da Marco. b) L’antica tradizione citata da Paolo 1 Corinzi 15,3-5 implica il sepolcro vuoto. c) Il racconto è semplice e non mostra i segni di abbellimento tipici delle leggende. d) Il fatto che la testimonianza femminile non avesse molto peso nella Palestina del I secolo gioca a favore della storicità di tale informazione. e) L’iniziale accusa, da parte degli ebrei, che i discepoli avevano trafugato il corpo di Gesù presuppone che il corpo, di fatto, non si trovava nel sepolcro» (W.L. Craig, Intervenciones iniciales, in P. Copan, Un sepulcro vacto. Debate en torno a la resurecciòn de Jesùs, Voz de Papel 2005, p.30). Tanto che uno dei principali biblisti del secolo scorso, Jacob Kremer, ha concluso: «Decisamente, la maggior parte degli eruditi rimane salda sull’affidabilità di quanto è scritto nella Bibbia a proposito del sepolcro vuoto» (“Die Osterevangelien–Geschichten um Geschichte”, Katholisches Bibelwerk, 1977, pp. 49-50).

La Resurrezione di Gesù, dunque, è l’elemento centrale che illumina diversi fatti ed eventi storici che altrimenti rimarrebbero senza alcuna ragionevole spiegazione. Per questo, in mancanza di argomenti alternativi degni di plausibilità, è possibile definirlo come fatto storico, descritto nei Vangeli che sono indubbiamente libri di fede, ma anche «fonti storiche importanti», come ammette lo studioso agnostico B.D. Ehrman (Did Jesus Exist?, HarperCollins Publisher 2013, p.75). Alcuni di questi fatti storici, che trovano ragionevole spiegazione soltanto se si considera un evento realmente accaduto anche la Resurrezione, sono stati elencati da Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary: «La tomba vuota, le apparizioni a Pietro e Paolo (che sappiamo anche essere andati incontro alla morte per questa convinzione), la conversione improvvisa del persecutore dei cristiani Paolo di Tarso, l’esplosione incredibile di questa setta ebraica che adorava come Dio un uomo crocifisso e risorto di nome Gesù, la trasformazione di secolari usanze ebraiche, come la circoncisione e la Pasqua, e così via. Come si spiega questo esplosivo movimento a Gerusalemme nel primo secolo, basato su queste inedite convinzioni in un falegname crocifisso e risorto di nome Gesù? La sua resurrezione è l’unica spiegazione che rappresenta tutti i dati e ogni spiegazione naturale alternativa naturale è morta un migliaio di volte nel corso degli ultimi 200 anni». Gli ha fatto eco Craig A. Evans, docente di Nuovo Testamento e direttore del programma di specializzazione presso l’Acadia Divinity College: «L’argomentazione storica non può da sola forzare a credere che Gesù sia risorto dai morti; essa è tuttavia utilissima a spazzar via la sterpaglia sotto la quale vari tipi di scetticismo sono andati a nascondersi. La proposta che Gesù è risorto corporalmente dai morti possiede un’ineguagliabile capacità di spiegare i dati che sono al cuore stesso del primo cristianesimo» (C.A. Evans, Gli ultimi giorni di Gesù, San Paolo 2010, p.114).

Si è liberi di essere scettici ed agnostici sulla questione, ovviamente, ma se si segue la ragionevolezza e ci si avvale dei criteri storici, si finirà inevitabilmente come Tommaso ai piedi del Gesù risorto. Dicendo: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28).

da Unione Cristiani Cattolici Razionali
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QUANDO BISOGNA INTERPRETARE LA BIBBIA IN MODO SIMBOLICO E QUANDO LETTERALMENTE?

22/3/2016

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Criteri per scoprire quello che Dio trasmette attraverso le Sacre Scritture
di PADRE HENRY VARGAS HOLGUÍN

 
“La verità viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione”
Costituzione Dogmatica Dei Verbum sulla Divina Rivelazione, n. 12

La Bibbia è una “biblioteca” di 73 libri, scritti in vari stili letterari. In parte si tratta di fatti storici (Esodo, Cronache, Re, Atti degli Apostoli…), in parte di profezia (la maggior parte dell’Antico Testamento), in parte ancora di parabole, in parte di poesia (Cantico dei Cantici, Salmi…), in parte di lettere, in parte di proverbi…

Nella Bibbia qualcosa o tutto dev’essere preso alla lettera?

Nella comunicazione orale o scritta a volte si utilizzano numerose forme di espressione figurativa, come l’antitesi, la metafora, la similitudine e la personificazione.

In ogni caso, con o senza figure di pensiero, per comprendere bene c’è un modo di interpretare le cose – non è che ciascuno interpreti a proprio modo quanto detto o letto.

Con la Bibbia accade qualcosa di simile. Bisogna leggere la Bibbia in modo testuale per interpretarla alla lettera? No, anche se nella Bibbia possono esserci fatti che vengono raccontati per come sono avvenuti.

E dico “testuale” per non confondere con “letterale”, perché il senso letterale di un testo non è interpretarlo testualmente o alla lettera, ma quello che ho voluto intendere.

Bisogna tener conto del fatto che leggere testualmente non equivale a interpretare in senso letterale; una cosa è quello che si dice, un’altra è quello che si è voluto dire (questo è il senso letterale).

Possiamo o dobbiamo quindi interpretare la Bibbia letteralmente? Non solo possiamo, ma dobbiamo farlo.

Un’interpretazione letterale (o vero nel suo sensis literalis, interpretare o leggere in base a com’è stato scritto) è l’unico modo per determinare quello che Dio sta cercando di comunicarci.

La Bibbia si legge quindi LETTERALMENTE, ma bisogna saper capire questa espressione, che approfondiremo più avanti.

Non possiamo accontentarci del testo in sé, bisogna andare oltre; in questo senso, e in un secondo momento, bisognerà approfondire la questione ricorrendo all’ermeneutica e all’esegesi.

L’ermeneutica si utilizza per descrivere l’interpretazione di un determinato testo, nel nostro caso biblico, l’esegesi per trarre il significato dal testo.

Le funzioni delle due scienze, quindi, sono complementari, ma tenendo conto del fatto che l’esegesi è il complemento indispensabile dell’ermeneutica.

—> Cos’è l’ermeneutica? <---

L’ermeneutica è la conoscenza e l’arte dell’interpretazione dei testi per determinare il significato esatto di una frase o di un testo.

L’ermeneutica serve a interpretare correttamente un testo biblico, usando il metodo grammatico-storico senza trascurare l’influenza del contesto in cui è stato scritto o pronunciato.

In fondo l’ermeneutica risponde, ad esempio, alle domande: “Qual è il significato del testo?” “È giusto o meno quello che si dice in questo testo?”

—> Cos’è l’esegesi? <---

L’esegesi, con i suoi metodi, è un processo che consiste nel comprendere un testo antico e nello spiegarlo in termini attuali.

L’esegesi aiuta a conoscere e/o a capire le circostanze temporali e spaziali del testo, da chi e per chi è stato scritto e i motivi che ha avuto l’autore per scrivere quel testo.

È necessario fare attenzione a quello che gli autori hanno voluto affermare o a ciò che Dio ha voluto manifestare attraverso le loro parole. Ciò significa che l’esegesi è la spiegazione attualizzata della Sacra Scrittura.

L’esegeta, quindi, tende un ponte tra un testo molto antico e la persona.
Per conoscere “l’intenzione” dell’agiografo (autore sacro), bisogna tener conto della sua cultura e delle circostanze del momento storico, del modo di narrare e di parlare di quell’epoca, il tutto concretizzato attraverso i generi letterari (DV, 12).

L’esegesi, in fondo, risponde alla domanda: “Qual è il messaggio che il testo ci vuole rivelare?” Ovviamente nel corso della storia il messaggio non può mai essere contraddittorio.

Con le sue indagini storiche e culturali, l’esegesi farà sì che l’ermeneutica sia completa e affidabile.

Una buona ermeneutica e una buona esegesi non vanno mai contro l’interpretazione corretta, che dev’essere in linea con la storia della salvezza.

Ciò vuol dire che bisogna innanzitutto ricordare che la Sacra Scrittura è ispirata dallo Spirito Santo; il principio primo, unico e principale di cui tener conto per la retta interpretazione è quindi il fatto di sapere che “la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta” (DV 12).

A questo scopo, ci sono tre criteri segnalati dal Concilio Vaticano II e che ci ricorda il Catechismo:

1. “Prestare grande attenzione al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura”. Per quanto possano essere diversi i libri che la compongono, infatti, “la Scrittura è una in forza dell’unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore aperto dopo la sua pasqua” (Catechismo, n. 112).

2. “Leggere la Scrittura nella Tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto dei Padri, ‘Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta – la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali’. Infatti, la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale” (Catechismo, n. 113).

3. “Essere attenti all’analogia della fede. Per ‘analogia della fede’ intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione” (Catechismo, n. 114).

Ci sono altri principi di cui tener conto, e che sono impliciti in quelli già menzionati in precedenza. Tali principi sono delle “piste” per cogliere il messaggio di Dio nella Bibbia:

a) Avere obiettività di giudizio: essere obiettivi nell’interpretare un testo mettendo da parte l’influenza dei nostri atteggiamenti personali, positivi o negativi, sulla lettura del testo. Un altro atteggiamento importante al momento di leggere la Bibbia è avere umiltà, apertura di cuore e docilità all’insegnamento del Magistero della Chiesa, unica garanzia del fatto che non faremo dire alla Bibbia quello che ci conviene.

b) Conoscere il senso di certe parole. Ci sono parole che cambiano di significato, superando le frontiere spaziali e temporali.

c) Conoscere lo stile del libro, ovvero il genere letterario o le forme di espressione.

d) Considerare il contesto del passo: bisogna tener conto del contesto per interpretare correttamente un testo biblico. Per conoscere il contesto, si deve tener conto di quattro aspetti:

1. Collegare i versetti precedenti e successivi al testo.
2. Tener conto del contenuto globale e dell’obiettivo del libro in cui si trova il testo.
3. Conoscere altri scritti dello stesso autore.
4. Considerare il contenuto globale e l’obiettivo di tutta la Bibbia.

e) Dev’esserci armonia tra il senso letterale e il senso spirituale.

—> Il senso letterale <---

“Letterale” è un aggettivo impiegato per riferirsi a quella interpretazione che si fa di un testo e che si adatta o è fedele al senso originale delle parole.

È importante tener conto del momento e del luogo in cui è stato scritto.

Il senso letterale, come si diceva in precedenza, non va confuso con la lettura letteralista o testuale, che è l’errore dei fondamentalisti.

“Il senso letterale è quello significato dalle parole della Scrittura e trovato
attraverso l’esegesi che segue le regole della retta interpretazione. Omnes
[Sacrae Sripturae] sensus fundentur super unum, scilicet litteralem – Tutti i sen-
si della Sacra Scrittura si basano su quello letterale” (Catechismo, n. 116).

“Significato” vuol dire capire che l’agiografo non ha inserito qualcosa di diverso da quello che aveva in mente; dobbiamo sapere cosa significano quelle parole.

“Trovato” fa riferimento al senso del testo. Leggere un testo biblico non è come leggere il giornale, perché c’è un senso che va scoperto con l’esegesi e le sue regole tenendo conto dell’intenzione dell’autore, dei destinatari, della situazione dell’epoca e del genere letterario impiegato. Non si può quindi leggere un testo biblico come se fosse stato scritto oggi.

Il senso letterale è importante perché leggere la Bibbia non è scorrerla di corsa in modo testuale; se fosse così, papa Pio XII nella sua enciclica Divino Afflante Spiritu (del 1943) non avrebbe esortato, al numero 15, a conoscere le lingue e il testo (a trasferirsi nell’epoca in cui è stato scritto il testo) e a paragonare passi paralleli.

Ciò vuol dire che se il senso letterale fosse semplicemente prendere alla lettera un testo non si potrebbe approfondire né vedere il filo conduttore che lega tutti i libri della Bibbia.

Per questo la Chiesa esorta ad approfondire il senso letterale avvalendosi dell’ermeneutica e dell’esegesi.

Questo senso letterale richiede l’uso di due tipi di critica: quella storica e quella letteraria. La critica storica scopre la storia letteraria del testo biblico, indicando l’epoca e la cultura in cui è stato scritto e facendo così conoscere l’intenzione
teologica dell’agiografo. La critica letteraria analizza il genere letterario.

—> Il senso spirituale <---

È quello che trascende il senso letterale. Il senso spirituale si divide in tre sensi, come ci dice il Catechismo al numero 117.

“Il senso allegorico. Possiamo giungere ad una comprensione più profonda degli avvenimenti se riconosciamo il loro significato in Cristo; così, la traversata del Mar Rosso è un segno della vittoria di Cristo, e quindi del Battesimo.
Il senso morale. Gli avvenimenti narrati nella Scrittura possono condurci ad agire rettamente. Sono stati scritti ‘per ammonimento nostro’.
Il senso anagogico. Possiamo vedere certe realtà e certi avvenimenti nel loro significato eterno, che ci conduce verso la nostra
Patria. Così la Chiesa sulla terra è segno della Gerusalemme celeste”.

Per leggere la Sacra Scrittura è necessaria innanzitutto e soprattutto la fede. La fede è credere che Dio sia l’autore della Sacra Scrittura; credere che lo Spirito Santo assista il Magistero per la sua autentica interpretazione; credere che la Tradizione contribuisca alla retta interpretazione della Scrittura. Senza fede, non si capirà né si accetterà mai la Bibbia come Parola di Dio.
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L'ETICA LAICA MESSA IN DIFFICOLTA' DA UN SEMPLICE ESPERIMENTO MENTALE

6/3/2016

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Secondo Richard Dawkins, il più famoso militante ateo del mondo (anche se poi si è definito agnostico, ed infine cristiano culturale), «l’universo che osserviamo ha precisamente le caratteristiche che dovremmo aspettarci se non vi è, in fondo, nessun disegno, nessuno scopo, nessun male e nessun bene, nient’altro che una cieca e impietosa indifferenza» (R. Dawkins, River out of Eden, p. 131,132).

L’ex zoologo inglese ha ragione: senza Dio non può esistere alcuno scopo all’incidente evolutivo della vita umana, così come non possono esistere i valori oggettivi e assoluti, nessun “giusto” (comportamento retto) o “ingiusto” (comportamento non retto), nessun bene e male assoluti. Joel Marks, professore emerito di filosofia presso l’University of New Haven, ha spiegato: «poiché sono un ateo devo abbracciare l’amoralità. Senza Dio, non c’è moralità, niente è letteralmente giusto o sbagliato». Il bioeticista Peter Singer ha esemplificato meglio: «Se a te piacciono le conseguenze allora è etico, se a te non piacciono le conseguenze allora è immorale. Così, se ti piace la pornografia infantile e fare sesso con i bambini, allora questo è etico, se non ti piace la pornografia infantile e fare sesso con i bambini, allora è immorale».

Senza un Bene e un Male preesistenti all’uomo dire, per esempio, che la pedofilia è un male diventa una mera opinione, con lo stesso valore dell’opinione contraria. Chi decide, infatti, chi ha ragione? In base a quale assoluto? Tutto è relativo a cosa pensa la maggioranza per cui, in una società a maggioranza pedofila anche la pedofilia diventa un bene. Certo, un non credente può senz’altro affermare che abusare i bambini è sbagliato e si tratta di un male assoluto, che rimane tale anche se tutto il mondo pensasse il contrario. Ma la sua posizione è irrazionale perché non riesce a giustificare il fondamento assoluto della sua dichiarazione. Come spiegato dal filosofo Emanuele Severino, «in chi è convinto dell’inesistenza della verità, e in buona fede rifiuta la violenza, questo rifiuto è, appunto, una semplice fede, e come tale gli appare. E, non esistendo la verità, quel rifiuto della violenza rimane una fede che, appunto, non può avere più verità della fede (più o meno buona) che invece crede di dover perseguire la violenza e la devastazione dell’uomo» (C.M. Martini, “In cosa crede chi non crede?”, Liberal 1996, p.26).

E’ stato proposto recentemente un esperimento mentale per capire meglio tutto questo. Immagina di essere un atleta sano di 20 anni sulla riva di un grosso fiume in piena. All’improvviso noti qualcosa nell’acqua e ti rendi conto che è una persona che sta annegando, è una donna anziana in preda al panico, senza fiato. Vagamente la riconosci come una povera vedova del villaggio vicino, ti guardi attorno ma non c’è nessuno, sei da solo. Hai pochi secondi per decidere se restare fermo oppure tuffarti e salvarla, consapevole che così facendo metterai la tua vita in serio pericolo. E’ razionale rischiare la vita per salvare questa straniera? E’ moralmente buono farlo?

Il cristiano, ad entrambe le domande, può rispondere un deciso “sì”. Non c’è vita che non abbia un valore assoluto, perché voluta da Dio e non dal caso evolutivo. Siamo chiamati ad emulare l’esempio di Gesù che, non solo ha rischiato ma addirittura sacrificato la sua vita per il bene degli altri. La coscienza non è un’illusione, un epifenomeno del cervello che si può tranquillamente trascurare, e ci spinge a tuffarci nell’acqua. Per l’umanista secolare, invece, nascono grossi problemi e dilemmi. Tutto è soggettivo, biologicamente ed evolutivamente parlando il giovane del nostro scenario non ha nulla da guadagnare nel tuffarsi per salvare la donna, lei è povera ed anziana e non otterrà alcun vantaggio finanziario o riproduttivo. L’umanista secolare potrebbe riconoscere, intuitivamente, che il mettere a disposizione la propria vita per salvare l’anziana è una buona azione, un’azione morale. Ma non ha alcuna base razionale per dirlo e farlo, la decisione è tra l’empatia verso un estraneo (da una parte) e l’utilitaristico interesse personale dall’altro. Se il giovane deciderà di sedersi e guardare annegare la donna, l’umanista secolare non può criticarlo. Ha semplicemente agito in modo razionale. «Niente è letteralmente giusto o sbagliato», ci spiegano i filosofi atei.

Questo è effettivamente un esempio calzante che abbatte l’esistenza di una presunta etica o morale laica. Ovviamente, non significa che l’ateo non può prendere decisioni etiche, tutti abbiamo amici non religiosi che vivono vite estremamente morali e ammirevoli. Il problema è che queste loro decisioni non possono essere giustificate se non su mere ed effimere opinioni e gusti personali, non ci sono imperativi morali vincolanti. Che sia bene sedersi ad osservare un bambino indifeso che viene torturato è un’opinione, valida quanto il suo opposto. Per lo stesso motivo, come abbiamo già scritto, chi non crede in Dio non può nemmeno credere davvero nei diritti umani.

L'”argomento morale” aiuta quindi a comprendere come chi esclude Dio dall’esistenza è poi costretto, per coerenza, ad abbracciare l’amoralità e il relativismo, a parlare solo di opinioni e sentimenti/sensazioni personali. Non di “bene” e non di “male”, non di “coscienza”, non di “giusto” e non di “sbagliato”. L’ateo che si sente a disagio in questa condizione dovrebbe comprendere che allora esiste una legge morale dentro di noi che ci indica cosa è davvero bene (non torturare i bambini) e cosa è davvero male (torturare i bambini), e ci convince che non si tratta di una mera opinione personale ma di un assoluto che rimarrà tale per sempre, indipendentemente da tutto perché è una legge preesistente all’uomo stesso. Una coscienza che non è un’illusione, quindi, ma la firma che il Creatore ha lasciato dentro di noi.
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“NON TI E’ LECITO” 

2/3/2016

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Un caro amico sacerdote che stimo molto dice - scherzosamente, ma non troppo - che Giovanni il Battista si è letteralmente giocato la testa per quattro parole: "Non ti è lecito". È quanto Giovanni ricordava a Erode, turbando la sua coscienza resa sorda dal peccato. "Non ti è lecito" è pure il senso delle parole rivolte da Dio ad Adamo ed Eva - e all'uomo di ogni tempo e luogo - che chiedevano  di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Il dramma dell'umanità sta tutto e sempre nel superamento di questo limite. "Non ti è lecito": esiste cioè una legge morale oggettiva, un limite invalicabile che custodisce l'umanità e la indirizza al suo più genuino  compimento. Ma questo grande, autentico sì a Dio, alla verità, a se stessi, agli altri, al mondo, all'amore vero passa per alcuni no: "Non ti è lecito". Non si tratta di un limite di ordine tecnico, inerente cioè alla possibilità e capacità concreta di fare una cosa. È un “limite” che inerisce l’uomo nel suo dover essere, nella sua natura, nella buona realizzazione della propria umanità.

Ben venga allora se i cristiani sono odiati, disprezzati, insultati se si diventano per l'uomo di oggi voce di Dio, della verità, della ragione, della natura, nel proclamare -proprio per quell'amore di salvezza al e dal quale siamo chiamati- che non tutto è lecito:“beati voi –recita il Vangelo di Matteo-, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Ebbene come i profeti, i quali tante volte nel predicare la parola di Dio, hanno pagato un prezzo altissimo, i discepoli di Gesù, memori di quanto Lui ci ha insegnato: "nessun profeta è bene accetto nella sua patria" -a costo di essere crocifissi con Lui sui nuovi palcoscenici della condanna-, non possono addolcire o modificare la Verità; dunque è necessario ribadire che i rapporti tra persone dello stesso sesso non sono moralmente leciti; (anche se da una prospettiva laicista che non tiene conto della legge naturale, ognuno nella sua intimità può decidere chi amare), che l'unione tra persone dello stesso sesso non è iscritta nel dna della creazione, che tali legami non potranno mai costituire una famiglia né di arrogarsene i diritti; che non è lecito "fabbricare" e commerciare in nome di una presunta libertà, la vita dei bambini come fosse merce da barattare; che non è umano abortire la vita nel grembo materno; che la vita è sempre sacra fino al suo ultimo istante. Certamente, è indispensabile il dialogo con tutti, perchè il Vangelo insegna senza ambiguità la "cultura dell'incontro" -alla quale invita con insistenza Papa Francesco-, come via privilegiata per condividere con gli uomini "gioie e dolori; fatiche e speranze". Ma su certi principi legati ai valori fondanti, non si può cedere per assecondare le voglie dei singoli, che tante volte come i bambini capricciosi vogliono trasformare in leggi, per soddisfare i personali desideri.

Ma chiediamo in particolare a voi, amici cristiani: siete pronti a ricordare all'uomo odierno, lontano da Dio, che non tutto è lecito? Siete pronti come il Battista a perdere la testa per amore di una Verità che è più grande della propria stessa vita? Siete pronti a rimetterci almeno la faccia, a perdere il rispetto, la considerazione, la stima degli uomini? Volete amare dell'Amore più vero l'umanità o fingervi moderni filantropi, assecondandone i capricci falsi e mortiferi? O riassumendo tutto ciò in altre parole: per voi conta più Cristo o il mondo? Nella società progredita e moderna è più importante essere servi fedeli del Signore, o figli del principe di questo mondo?
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