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È POSSIBILE ANCORA PREGARE DOPO AUSCHWITZ?

27/1/2015

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È possibile ancora pregare dopo Auschwitz?
Di fronte al male devastante della sofferenza dei piccoli e degli innocenti, si reagisce spesso con una forma di rigetto nei confronti di Dio 

Nel 1967, il filosofo ceco Milan Machovec chiese al teologo cattolico tedesco Johann Baptist Metz se i cristiani potessero ancora pregare dopo Auschwitz. Metz rispose: “Possiamo pregare dopo Auschwitz perché la gente ha pregato ad Auschwitz" . Quindi, sì è possibile pregare perché ebrei e cristiani sono morti recitando lo Shema' Jisra'el ed invocando il Padre nostro.
 
È possibile pregare soprattutto per il cristiano che fonda la possibilità della sua preghiera nella situazione di silenzio e di abbandono da parte di Dio, sull'invocazione che Gesù ha fatto sulla croce: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt 27, 46).

È possibile, perché nell’inferno dei lager è proseguita la storia della santità, da Edith Stein a Dietrich Bonhoeffer, a san Massimiliano Maria Kolbe, ai tanti ebrei e cristiani che sono stati modelli luminosi di vita e spiritualità come Etty Hillesum, senza nome e senza senza volto.

Di fronte al degenerare della violenza umana, in ogni sua forma, c’è da chiedersi allora se è ancora vivo il senso di umanità nell’uomo, se è ancora vivo il desiderio di rapporto con la realtà di Dio. Allora la domanda da fare non è “dov’era Dio ad Auschwitz?” ma “dov’era l’uomo?”.

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NON PROFANIAMO LA PAROLA ''MARTIRE''

16/1/2015

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Il 21 dicembre scorso l’agenzia di informazione religiosa Zent annunciava che la Pontificia Congregazione  per le Cause dei Santi, nella sua prossima riunione ordinaria del 3 febbraio 2015 prenderà in esame per la decisione definitiva la Causa riguardante la Beatificazione di due frati minori di nazionalità polacca e del nostro bergamasco Don Sandro Dordi, della comunità del Paradiso, trucidati dai terroristi di Sendero Luminoso in Perù nell’agosto del 1991.

La stessa agenzia pochi giorni dopo informava che I teologi della stessa Congregazione, hanno riconosciuto all’unanimità che monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di El Salvador, assassinato dagli squadroni della morte durante la Messa il 24 marzo 1980, per punirlo della sua concreta adesione alla “scelta preferenziale dei poveri” decisa dalla Conferenza Episcopale dell’America Latina a MedellÍn, è stato ucciso inodium fidei , cioè per odio alla fede. (Questo riconoscimento è un passo decisivo per portare avanti l’iter della Beatificazione del vescovo latinoamericano).

Non facciamo confusione!

Nel tragico contesto della strage perpetrata a Parigi a motivo (ma sarebbe meglio dire a pretesto) religioso, viene all’evidenza una sostanziale differenza fra i martiri cristiani e certi cosiddetti martiri islamici (che, secondo me, non hanno niente a che fare nemmeno con l’Islamismo). I martiri cristiani non sono mai portatori di morte; sono persone che accettano la morte piuttosto che rinunciare alla loro fede in Dio o venir meno alla loro dedizione al prossimo a motivo di Dio, a differenza di terroristi islamici che si fanno esplodere disintegrando se stessi e seminando volutamente strage di innocenti intorno a sé.

Testimonianza su Don Sandro Dordi

A questo proposito, ho una mia personale testimonianza da rendere al discreto eroismo del nostro Don Sandro Dordi. Con lui ho condiviso sette anni di ministero tra gli emigranti italiani in Svizzera tra il 1971 e il 1978. Io poi per motivi di salute tornai in Italia nel 1978; egli, per seguire la sua vocazione ad un servizio più generoso ai poveri, nel 1980 andò missionario a Santa in Perù come sacerdote “fidei donum” (dono della fede della Diocesi di Bergamo alla Diocesi di Chimbote).

Quando don Sandro venne in Italia per l’ultima volta, mi venne a trovare insieme con mons. Lino Belotti. Sapevo già del suo zelo e del suo impegno nella nuova missione, come anche dei grossi rischi che correva a causa dell’ostilità dei terroristi di Sendero Luminoso, i quali ritenevano che i sacerdoti con il loro “assistenzialismo” e con il “buonismo” della loro predicazione, spegnevano… le aspirazioni rivoluzionarie del popolo oppresso.

Durante quella nostra conversazione, Mons. Belotti mi informò che Don Sandro era stato trovato ammalato di polmoni. Allora, mi rivolsi a lui e gli dissi: «Ma, Don Sandro, ora hai un buon motivo per tornare in Italia a curarti come ho fatto io dalla Svizzera. Poi, se ti rimetti, potrai sempre tornare alla tua missione». Vedo ancora Don Sandro: mi guardò con un accenno di sorriso  e mi disse con la sua asciuttezza nel parlare che conoscevo bene: «Don Giacomo, in questo momento, se li abbandono anch’io, non hanno proprio più nessuno».

I martiri cristiani, coscientemente disposti al sacrificio di sé

E sapeva bene a che cosa andava incontro. Continuarono le minacce dei terroristi, finché, tempo dopo, sui muri del mercato di Santa apparve la terribile scritta: “Yankees, el Perù sarà la tu tomba”. Le minacce cominciarono a diventare tragica realtà, il 9 agosto del 1991. A Pariacoto , nelle vicinanze di Santa, furono processati in piazza e “giustiziati” due giovani sacerdoti francescani polacchi, che stavano facendo un lavoro simile al suo, Padre Michel  Tomaszek di 32 anni e Padre Zbignew Stralkowiscki di 35. Dopo quell’esecuzione, sui muri di Santa apparve la scritta minacciosa “Il prossimo sarai tu”. Non si indicava il nome, ma non fu difficile capire a chi si riferivano.

Don Sandro fu ucciso in un’imboscata, mentre tornava dalla celebrazione della Messa in un villaggio, il pomeriggio del 25 agosto, quindici giorni dopo l’uccisione del Francescani, che ora sono associati a lui nel processo di Beatificazione che sta per concludersi.

Martiri per amore della vita

Torno ad insistere sulla necessità che tutti, e specialmente i media, in questo contesto di violenza con il pretesto della religione, imparino a cogliere e anche a mettere in risalto che i martiri cristiani non tolgono la vita a nessuno, ma la donano come Gesù, perché i fratelli, soprattutto i più poveri, “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

In un cartello, portato bene in vista alla partenza della salma dall’aeroporto di Lima (che poi l’ha accompagnata fino a Bergamo) c’era scritto: “Sandro, contigo decìmos sì a la vida, no a la muetrte” (Sandro, con te diciamo sì alla vita, no alla morte).

Bella differenza con i terroristi di Parigi e di tante altre parti del mondo.

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CINQUE GESÙ: I QUATTRO CHE INVENTIAMO E QUELLO CHE INCONTRIAMO - COME EVITARE DI FRAINTENDERLO

6/1/2015

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Cinque Gesù: i quattro che inventiamo e quello che incontriamo
Come evitare di fraintenderlo

“Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori”, ha detto papa Francesco il 1° gennaio.

È senz'altro vero. Lo riscriviamo (come ne Il codice da Vinci), lo ripensiamo senza fede (come nelle opere scettiche di Bart Ehrman) o reimmaginiamo la fede senza la religione (come hanno cercato di fare i libri recenti di James Carroll e Bill O'Reilly).

Nella nostra testa vagano vari Gesù, e ho pensato che fosse utile dire quali sono. Non fraintendetemi. Non intendo elencare tutte le risposte sbagliate della gente alla domanda “Chi è Gesù?” e poi dare la risposta giusta. La verità è che io cado regolarmente in ciascuna di queste risposte sbagliate, e sospetto che accada anche ad altri.

Il primo Gesù: un amico immaginario particolarmente vivido e amorevole

Mia moglie e io siamo catechisti per la preparazione alla Cresima nella nostra parrocchia di Atchison (Kansas, Stati Uniti), e ho sempre iniziato il primo incontro dicendo: “Alzate la mano se questa affermazione è vera: Gesù è un amico immaginaro che vi abbraccerà ogni volta che ne avete bisogno”.

In genere almeno la metà delle mani si alza, e a volte quasi tutte. Sono orgoglioso dei miei studenti di quest'anno: nessuno ha alzato la mano, e anzi hanno protestato dicendo: “Signor Hoopes, non è immaginario”.

Ma anche la classe di quest'anno ha avuto un po' di problemi a capire che Gesù non ci abbraccia sempre: a volte è arrabbiato con noi, e a volte trattiene il suo amore per far sì che il nostro desiderio di lui sia più intenso.

La verità è che tutti noi a volte rendiamo Gesù una “coperta emotiva”, ma farlo è molto pericoloso. Gesù ha detto “Chi mi ama osserverà i miei comandamenti”, ma se il nostro Gesù è un amico immaginario da abbracciare questo non avrà senso e non avrà alcuna influenza su di noi. E il mondo accantonerà rapidamente questo Gesù come una nostra debolezza psicologica che non si condivide.

Il secondo Gesù: il sostegno morale alla mia ideologia

Viviamo in una società politicizzata, in cui le domande sul chi siamo per noi non sono più “Qual è la tua religione?” o “Da quale famiglia provieni”, ma “Qual è il tuo partito politico?”

In una società di questo tipo, ci troviamo nel pericolo costante di politicizzare Cristo. Una parte si convince che Gesù sia la base dei repubblicani, perché sono pro-vita (o almeno contro la diffusione dell'aborto) e contro la ridefinizione del matrimonio (almeno nell'ultima riunione di partito), un'altra è convinta che Gesù sia la base dei democratici perché sono contro la guerra (tranne quando sono loro a iniziarla) e a favore dei più piccoli (a patto che i più piccoli siano già nati, non troppo anziani e non lavorino in una fabbrica in Cina).

In questo fraintendimento riduciamo Gesù a uno dei tanti fattori che formano ciò che è più importante per noi: le nostre opinioni politiche. A questo Gesù non è permesso di sfidare queste opinioni, ma siamo tutti dalla sua parte quando le sostiene.

Il terzo Gesù è un talismano magico

Questo errore è compiuto sia da quanti vogliono evocare Gesù insieme alla religione che da quanti temono di opporsi a lui, ma altrimenti non ci fanno caso.

Per i religiosi, Gesù può diventare un genio della lampada che ha proposto di realizzare i nostri desideri all'unica condizione che li ripetiamo in continuazione con sentimento. Per quelli che non sono più praticanti, diventa una sorta di spauracchio: non ne teniamo grande conto, ma evitiamo di mancargli di rispetto per paura di cattiva sorte o rappresaglie misteriose.

In entrambi i casi, questo atteggiamento rende un terribile “disservizio” a Gesù, e alla fin fine distrugge la fede in lui. Se Dio per noi è “un fattorino per soddisfare i nostri desideri erranti”, per usare le parole memorabili di Bob Dylan, scopriamo rapidamente che è un fattorino davvero inefficiente. Se è una forza karmica alla quale non dobbiamo opporci, scopriamo presto che è una forza decisamente debole.

Il quarto è il Gesù apologetico

Un'altra trappola nella quale i cattolici attivi, che leggono i blog e difendono la Chiesa possono cadere facilmente è ridurre Gesù al passe-partout dell'apologetica: la figura che fa sì che le nostre argomentazioni abbiano un senso.

Scopriamo l'apologetica, realizziamo che la nostra fede non è assurda e questo rafforza la nostra vita e ci riporta per un po' in un rapporto con Dio. Il problema si verifica quando ci fermiamo a questo. Il nostro rapporto deve progredire dal “Finalmente 'colgo' Gesù. Egli mostra come la Chiesa abbia ragione e il mondo torto!” a “Gesù è vero, e bellissimo, e misterioso, e sia io che il mondo dobbiamo lottare per comprenderlo meglio”.

Alla fin fine, il Gesù apologetico non è diverso dal “Gesù storico” su cui gli scettici amano speculare: è un oggetto di studio umano, una figura affascinante ma remota del nostro intelletto.

Il quinto Gesù è il figlio di Maria – e la seconda Persona della Trinità

Come evitare i fraintendimenti? Purtroppo non riuscirò a riassumere il vero Gesù in poche frasi, ma nell'omelia del 1° gennaio papa Francesco ha fornito una chiave: “La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo”, il vero Dio che ha davvero condiviso la nostra umanità ed è davvero con noi nei sacramenti.

La verità è che i miei fraintendimenti su Gesù non sono tanto diversi da quelli su altre persone nella mia vita. Tendo a diffamare, idealizzare o accantonare anche mia moglie in vari punti della nostra relazione prima di ricordare che è fatta di carne e sangue. Il modo migliore di correggere la mia comprensione di mia moglie è trascorrere più tempo con lei – parlandole e ascoltandola. E succede lo stesso con Gesù.

Il problema con tutti questi fraintendimenti è che rendono Gesù un mezzo per raggiungere un fine piuttosto che un fine in sé. Non capiremo mai il vero Gesù fino a che non lo incontreremo laddove può essere trovato: nelle Scritture, nel tabernacolo, nel confessionale, nella comunità di credenti e negli insegnamenti della Chiesa.

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SETTE GRANDI REGIONI PER CONFESSARSI DOMANI-E SPESSO-

4/1/2015

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Sette grandi ragioni per confessarsi domani (e spesso)
La confessione è un dono che dona a sua volta. Andate presto, andate spesso e portate i bambini


All'Istituto Gregoriano presso il Benedictine College crediamo sia il momento che i cattolici promuovano con creatività e vigore la confessione.

“Il nostro rinnovamento dipende dal rinnovamento della prassi della penitenza”, ha detto papa Benedetto al Nationals Stadium a Washington.

Papa Giovanni Paolo II ha trascorso i suoi ultimi anni sulla terra pregando i cattolici di tornare alla confessione, includendo questa supplica in un urgente motu proprio sulla confessione e in un'enciclica sull'Eucaristia.

Il pontefice ha definito la crisi nella Chiesa la crisi della confessione, e ha scritto ai sacerdoti:

“Sento il desiderio di invitarvi caldamente, come ho già fatto lo scorso anno, a riscoprire personalmente e a far riscoprire la bellezza del sacramento della Riconciliazione”.

Perché tutta questa ansia nei confronti della confessione? Perché quando saltiamo la confessione perdiamo il senso del peccato. La perdita del senso del peccato è alla base di tanti mali nella nostra epoca, dagli abusi di bambini alla disonestà finanziaria, dall'aborto all'ateismo.

Come promuovere allora la confessione? Ecco qualche spunto di riflessione. Sette ragioni per tornare alla confessione, a livello sia naturale che soprannaturale.

1. Il peccato è un peso

Un terapista ha raccontato la storia di una paziente che aveva attraversato un terribile ciclo di depressione e disprezzo di sé fin dalle scuole superiori. Nulla sembrava essere d'aiuto. Un giorno, il terapista ha incontrato la paziente davanti a una chiesa cattolica. Si sono riparati lì dentro mentre iniziava a piovere e hanno visto le persone che andavano a confessarsi.

“Dovrei andare anch'io?”, ha chiesto la paziente, che aveva ricevuto il sacramento da bambina. “No!”, ha detto il terapista. La paziente è andata comunque, ed è uscita dal confessionale con il primo sorriso che faceva da anni, e nelle settimane successive ha iniziato a migliorare. Il terapista ha studiato di più la confessione, alla fine è diventato cattolico e ora consiglia la confessione regolare a tutti i suoi pazienti cattolici.

Il peccato porta alla depressione perché non è solo una violazione arbitraria delle regole: è una violazione dell'obiettivo inscritto nel nostro essere da Dio. La confessione solleva la colpa e l'ansia provocate dal peccato e ti guarisce.

2. Il peccato fa peggiorare


Nel film “3:10 to Yuma”, il cattivo Ben Wade dice “Non perdo tempo a fare niente di buono, Dan. Se fai una cosa buona per qualcuno, immagino che diventi un'abitudine”. Ha ragione. Come diceva Aristotele, “Siamo quello che facciamo ripetutamente”. Come sottolinea il Catechismo, il peccato provoca un'inclinazione al peccato. La gente non mente, diventa bugiarda. Noi non rubiamo, diventiamo ladri. Fare una pausa decisa dal peccato ridefinisce, permette di iniziare nuove abitudini di virtù.

“Dio è determinato a liberare i suoi figli dalla schiavitù per condurli alla libertà”, ha detto papa Benedetto XVI. “E la schiavitù più grave e più profonda è proprio quella del peccato”.

3. Abbiamo bisogno di dirlo

Se rompi un oggetto che appartiene a un amico e che gli piaceva molto, non ti basterà mai limitarti a dispiacerti. Ti sentirai costretto a spiegare quello che hai fatto, a esprimere il tuo dolore e a fare qualsiasi cosa sia necessaria per rimettere a posto le cose.

Accade lo stesso quando rompiamo qualcosa nel nostro rapporto con Dio. Abbiamo bisogno di dire che ci dispiace e di cercare di sistemare le cose.

Papa Benedetto XVI sottolinea che dovremmo provare la necessità di confessarci anche se non abbiamo commesso un peccato grave. “Facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima”.

4. Confessarsi aiuta a conoscersi

Ci sbagliamo molto su noi stessi. La nostra opinione di noi stessi è come una serie di specchi deformanti. A volte vediamo una versione forte e splendida di noi, che ispira rispetto, altre volte una visione grottesca e odiosa.

La confessione ci costringe a guardare alla nostra vita con obiettività, a separare i peccati reali dai sentimenti negativi e a vederci come siamo realmente.

Come indica Benedetto XVI, la confessione “ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana”. 

5. La confessione aiuta i bambini


Anche i bambini devono accostarsi alla confessione. Alcuni scrittori hanno sottolineato gli aspetti negativi della confessione infantile - essere messi in fila nelle scuole cattoliche ed essere “costretti” a pensare alle cose delle quali sentirsi colpevoli.

Non dovrebbe essere così.

L'editrice del Catholic Digest Danielle Bean ha spiegato una volta come i suoi fratelli e le sue sorelle strappavano la lista dei peccati dopo la confessione e la gettavano nel canale di scolo della chiesa. “Che liberazione!”, ha scritto. “Rimandare i miei peccati nel mondo oscuro da dove erano venuti sembrava del tutto appropriato. 'Ho picchiato mia sorella sei volte' e 'ho parlato dietro mia madre quattro volte' non erano più pesi che dovevo portare”.

La confessione può dare ai bambini un posto per sfogarsi senza paura, e un luogo in cui ottenere gentilmente il consiglio di un adulto quando temono di parlare con i propri genitori. Un buon esame di coscienza può guidare i bambini alle cose da confessare. Molte famiglie rendono la confessione un “outing”, seguito da un gelato.

6. Confessare i peccati mortali è necessario


Come sottolinea il Catechismo, il peccato mortale inconfessato “provoca l'esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili”.

Nel XXI secolo, la Chiesa ci ha ricordato più volte che i cattolici che hanno commesso un peccato mortale non possono accostarsi alla Comunione senza essersi confessati.

“Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”, afferma il Catechismo.

I vescovi statunitensi hanno ricordato ai cattolici i peccati comuni che costituiscono materia grave nel documento del 2006 “Beati gli invitati alla sua cena”. Questi peccati includono mancare alla Messa la domenica o una festa di precetto, aborto ed eutanasia, qualsiasi attività sessuale extramatrimoniale, furto, pornografia, maldicenza, odio e invidia.

7. La confessione è un incontro personale con Cristo

Nella confessione, è Cristo che guarisce e ci perdona, attraverso il ministero del sacerdote. Abbiamo un incontro personale con Cristo nel confessionale. Come i pastori e i magi alla mangiatoia, proviamo stupore e umiltà. E come i santi alla crocifissione, proviamo gratitudine, pentimento e pace.

Non c'è maggior risultato nella vita che aiutare un'altra persona a tornare alla confessione.

Dovremmo voler parlare della confessione come parliamo di qualsiasi altro evento significativo nella nostra vita. Il commento “Riuscirò a farlo solo dopo, perché devo andare a confessarmi” può essere più convincente di un discorso teologico. E visto che la confessione è un evento significativo nella nostra vita, è una risposta appropriata alla domanda “Cosa fai questo weekend?”. Molti di noi hanno anche storie di confessione interessanti o divertenti, che vanno raccontate.

Fate sì che la confessione torni ad essere un evento normale. Fate sì che più gente possibile scopra la bellezza di questo sacramento liberatorio.


Tom Hoopes è vicepresidente di College Relations e scrittore presso il Benedictine College di Atchison, Kansas (Stati Uniti). I suoi scritti sono apparsi su First Things’ First Thoughts, National Review Online, Crisis, Our Sunday Visitor, Inside Catholic e Columbia. Prima di entrare al Benedictine College, era direttore esecutivo del National Catholic Register. È stato segretario stampa per il presidente dello U.S. House Ways & Means Committee. Insieme alla moglie April è stato codirettore editoriale della rivista Faith & Family per 5 anni. Hanno nove figli. I loro punti di vista espressi in questo blog non riflettono necessariamente quelli del Benedictine College o dell'Istituto Gregoriano.

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Quando la "prima volta" non è stata di Bergoglio

2/1/2015

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L'esaltazione mediatica del pontificato di Papa Francesco a volte è tracimata in una sponsorship del pontefice argentino poco riflessiva. Bergoglio in diverse occasioni è stato bollato come «rivoluzionario» e «innovativo» anche su argomenti o vicende che invece erano stati già all'attenzione dei suoi predecessori. 

EVOLUZIONISMO
Sull'evoluzionismo, si è gridato alla "rivoluzione bergogliana" nel corso di un'intervento del Pontefice alla Pontificia Accademia delle Scienze. «Il Big-Bang, che oggi si pone all'origine del mondo, non contraddice l'intervento creatore divino ma lo esige. L'evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perchè l'evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono», affermava Papa Francesco (Avvenire, 27 ottobre 2014).
 
Ma il primo ad "aprire" all'evoluzionismo non è stato Bergoglio, ma Pio XII nell'Enciclica Humani Generis, 22 agosto 1950. «Pio XII - scrive La Perfetta Letizia - definisce l'evoluzionismo una ipotesi, ammettendo dentro precisi punti, il confronto tra le due opinioni: il fissismo e l'evoluzionismo teista. In modo particolare l'angolo dell'Enciclica si restringe al confronto tra l'ipotesi della derivazione dell'uomo da materia organica preesistente (evoluzionismo teista) e la tesi tradizionale che l'uomo sia stato creato direttamente dalla terra, secondo la narrazione biblica; tale tesi tradizionale è presentata nel libero confronto con l'ipotesi dell'evoluzionismo teistico, come ipotesi, e quindi il testo biblico della creazione dell'uomo dalla terra viene considerato suscettibile di essere esaminato alla luce di un genere letterario popolare, contenente tuttavia la verità».

Indubbiamente, prosegue La Perfetta Letizia, «Pio XII pensava, circa l'ipotesi evoluzionista, ad una progressiva evoluzione della forma umana per giungere all'uomo, nell'ambito di uno stretto finalismo pilotato direttamente da Dio; se questo non fosse stato documentato nei reperti fossili, sarebbe automaticamente prevalsa l'altra ipotesi in gioco, cioè della creazione dell'uomo non da “materia organica preesistente”, ma direttamente dal suolo». 

Ma anche il Catechismo della Chiesa Cattolica n 283 fa trapelare spiragli evoluzionistici: «La questione delle origini del mondo e dell'uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull'età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull'apparizione dell'uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l'intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: "Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi [...]; perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose" (Sap 7,17-21)».

DIVORZIATI RISPOSATI
Francesco è diventato anche un'icone modernista e rivoluzionaria rispetto allo spinoso tema dei divorziati risposati. In più occasioni ha parlato di «misericordia» nei loro confronti (La Repubblica, 29 luglio 2013) riaccendendo il confronto, in particolare, sulla questione della comunione che non possono ricevere secondo il Magistero attuale. 

Nel viaggio di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile, ad un giornalista che lo aveva sollecitato sull'argomento, papa Francesco rispose: «Con riferimento al problema della Comunione alle persone in seconda unione, perché i divorziati possono fare la Comunione, non c'è problema, ma quando sono in seconda unione, non possono. Io credo che questo sia necessario guardarlo nella totalità della pastorale matrimonio. E per questo è un problema. Ma anche - una parentesi - gli ortodossi hanno una prassi differente, loro seguono la teologia dell'economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità, lo permettono. Ma credo che questo problema - chiudo la parentesi - si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale». 

Francesco aveva rilanciato all'attenzione del Sinodo della Famiglia la questione del sacramento per i divorziati-risposati, incassando tuttavia il "niet" dell'assemblea. Ma non è stato il primo papa a tendere loro la mano, parlando di «misericordia». Lo aveva fatto, pur però precludendo la comunione, Giovanni Paolo II. Wojtyla per loro ritagliò uno spazio in una sua esortazione apostolica, la Familiaris Consortio, documento del 1981, incentrata sul «far sentire loro effettivamente l'amore della Chiesa» (La Repubblica, 7 dicembre 2012).

«Esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli - scriveva Giovanni Paolo II - affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la 

La Chiesa, insisteva il papa, «preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza. La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio».

CUBA
Il pontefice ha guadagnato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo per aver intelaiato la  mediazione diplomatica tra Cuba e Usa. Anche in questo caso sono abbondati gli aggettivi «rivoluzionario» e «storico», nel descrivere l'azione del papa. 

«Subito dopo i discorsi dei presidenti Obama e Castro - evidenziava Il Messaggero, 17 dicembre - Bergoglio ha fatto diffondere un comunicato per esprimere “vivo compiacimento per la storica decisione dei Governi degli Stati Uniti d’America e di Cuba di stabilire relazioni diplomatiche, al fine di superare, nell’interesse dei rispettivi cittadini, le difficoltà che hanno segnato la loro storia recente”. Un passaggio assai atteso, al quale stavano lavorando da mesi i vescovi cubani e quelli americani, il segretario di Stato, Parolin, il Sostituto Becciu sotto la regia di Papa Bergoglio che ha preparato con cura, tappa dopo tappa, il sentiero, facendo leva sulla sua conoscenza del continente latino americano». 

Nel corso degli ultimi mesi, racconta il quotidiano romano, «Francesco ha preso carta e penna per scrivere direttamente a Raúl Castro, ed al Presidente Obama, invitando entrambi a risolvere “questioni umanitarie d’interesse comune, tra le quali la situazione di alcuni detenuti, al fine di avviare una nuova fase nei rapporti tra le parti"».

Eppure c'è un papa che prima di Francesco aveva addirittura frenato una guerra imminente tra Cuba e gli Usa. Ed è Giovanni Paolo I. Nell'ottobre del 1962, si legge su stpauls.it, «la Russia stava installando dei missili a pochi chilometri dagli Stati Uniti, e il presidente Kennedy aveva imposto ai sovietici di ritirarli, decidendo anche di ispezionare le navi sovietiche che facevano rotta verso Cuba per impedire il passaggio dei missili o delle rampe di lancio. Proprio quando sembrava imminente uno scontro, i vari contatti diplomatici portavano a quell'intervento pontificio, accolto con favore dalle due parti, che si impegnavano a ritirare le rampe da parte dei sovietici, e a non invadere Cuba da parte degli statunitensi».

Il 25 ottobre 1962, alle ore 12, e quindi pochi giorni dopo l'apertura del Concilio, la Radio Vaticana diffondeva al mondo, e sarebbe poi stato presentato in varie lingue, il messaggio con il quale papa Giovanni XXIII interveniva, al termine di una sottile operazione diplomatica, e di fatto poneva termine, alla crisi che, causa l'installazione a Cuba di missili sovietici. Diceva tra l'altro il sommo pontefice: «Noi ricordiamo i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Con la mano sulla coscienza, ascoltino il grido angosciato che da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti ai vecchi, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: pace! Pace! Noi rinnoviamo oggi questa solenne invocazione. Noi supplichiamo tutti i governanti di non restare sordi a questo invito dell'umanità. Che essi facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace».

PARLAMENTO EUROPEO
L' "innovazione bergogliana" è stata vista dai media persino nella sua visita a Strasburgo del pontefice. Martedì 25 novembre 2014, infatti, Papa Francesco ha visitato il Parlamento europeo invitando a mantenere in vita la democrazia per i cittadini europei. Ma non è stato il primo ad accedervi. Perché è per la seconda volta nella storia un Papa si è rivolto ufficialmente ai deputati. La prima volta fu Papa Giovanni Paolo II nel 1988 (europarl.europa.eu, 26 novembre). 
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