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UNA PROPOSTA RADICALE PER LA RINASCITA EUCARISTICA

21/1/2023

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Inquietante. È l’unica parola che può descrivere adeguatamente lo studio Pew Research 2020. Lo studio ha intervistato i cattolici sulla loro fede nella Presenza Reale di Cristo nella Santa Eucaristia. Quasi il 70% degli intervistati ha risposto di no. Agghiacciante, ma non sorprendente. Anche uno sguardo casuale ai parrocchiani che ricevono la Santa Comunione nella maggior parte delle parrocchie cattoliche rivela una disinvoltura che è eloquente.

Non è necessario essere un fenomenologo esperto per apprezzare l’importanza degli atti simbolici nella rivelazione di sé da parte dell’uomo. L’insensibilità di fronte alla Santa Eucaristia è un segno dannoso, non solo della totale assenza di una pietà rudimentale, ma anche di una fede appassita nella dottrina stessa. L’una deriva dall’altra con la stessa certezza con cui il giorno segue la notte. Se un cattolico mostra tanta attenzione per la Santa Eucaristia quanto per la raccolta delle ordinazioni da Starbucks (è una catena di caffè statunitense, ndr), c’è qualcosa che non va.

I vescovi americani sembrano aver notato questa allarmante anomalia nell’ultimo anno. È strano che abbiano individuato questo crollo dottrinale così di recente, dato che è evidente da oltre mezzo secolo. È un po’ come se un uomo venisse morso da uno squalo e gridasse solo un’ora dopo.
Chiaramente, questo sgretolamento del dogma centrale della Chiesa cattolica ha avuto i suoi cospicui antecedenti – antecedenti sostenuti da strategie accuratamente pianificate; tutte giacenti tra i grandi della teologia per decenni. Molti, ora dimenticati, hanno gettato le fondamenta della Fede cattolica svilita, oggi così diffusa. Per citarne solo alcuni:
  • Edward Schillebeeckx, OP, e la sua attenuazione della grazia attraverso i sacramenti
  • Karl Rahner, e il suo “esistenziale soprannaturale”; per non parlare del suo articolo iconoclasta “Come ricevere un sacramento e intenderlo”
  • Tutta l’ opera di Concilium (rivista di teologia, ndr)
  • La teologia sacramentale della Theological Society of America, dal 1965 ad oggi

Anche se questo elenco non è certo esaustivo (anzi, è piuttosto scheletrico), suggerisce il formidabile slancio che ha fatto cadere i pilastri su cui poggia l’attuale crisi.

Tutto questo lavoro teologico cerebrale può essere definito solo il manico della lancia. La punta della lancia era a due punte: la liturgia e la catechesi. Senza di esse, la rivoluzione per minare la Santa Eucaristia sarebbe nata morta. Questi due vasi sono quelli che portano la Fede ai fedeli comuni. La liturgia e la catechesi infondono non solo la dottrina, ma anche la pietà e l’intera identità e lo slancio cattolico.

Le riflessioni esoteriche dei finti studiosi cattolici avrebbero preso polvere sugli scaffali delle università/seminari se non fossero state tradotte in pratica dagli strumenti della liturgia e della catechesi. Questo è esattamente ciò che è stato fatto con risultati impressionanti e di ampio respiro. Nel caso della catechesi, il vecchio Catechismo di Baltimora ha ancorato saldamente la Fede nelle menti dei giovani; il suo successore lascia i giovani cattolici alla deriva in un mare di flaccidità passatista degli anni Sessanta. E tutto questo è avvenuto negli ultimi sessant’anni sotto gli occhi poco attenti di pastori e vescovi. O, forse, dovremmo dire, occhio vigile?

Questa trasformazione della teologia eucaristica è stata così profonda che oggi i cattolici benpensanti chiamano con sicurezza la Messa “un pasto” e la Santa Eucaristia “pane di comunione”. Secondo questa logica, è abbastanza offensivo, per non dire perseguibile, rifiutare a qualsiasi uomo o donna l’accesso alla Santa Eucaristia. Non sono pochi i vescovi che ringhiano contro un sacerdote che ripete pubblicamente i requisiti tradizionali per ricevere la Santa Comunione. Quindi molto “poco accogliente”, vedete. Questa allarmante rottura dottrinale si è radicata così profondamente da dettare persino nuove forme architettoniche per le chiese, confermando il principio di Marshall McLuhan: il mezzo è il messaggio.

Questo utile scenario ci riporta ai vescovi. Il sondaggio Pew è stato un po’ di acqua fredda spruzzata in faccia, o in faccia ad alcuni. Bisogna fare qualcosa. Purtroppo, lanciare una rinascita eucaristica di tre anni che culmini in un Congresso eucaristico nel 2024. Ogni cattolico preghi perché abbia successo.

Ma, a tal fine, è necessario avanzare alcune proposte. A prima vista, possono sembrare radicali. In effetti, lo sono, ma solo perché si contrappongono in modo così netto al panorama malconcio dell’attuale pratica eucaristica. Alcune di queste proposte possono persino sembrare così antidiluviane da risultare ridicole. Ma questo dimostra ulteriormente che la dottrina eucaristica è diventata così svilita che queste cose sembrano quasi tabù, come parole di quattro lettere.

Prima proposta: I tabernacoli tornino al centro di ogni chiesa. È interessante notare come i “liturgisti” si siano fatti carico di questo spostamento del tabernacolo dal centro di ogni chiesa ai lati, se non addirittura fuori dalla chiesa stessa. Si sono appellati al Vaticano II, lo strumento preferito per imporre alla Chiesa novità che riconfigurano la fede. In realtà, il relativo canone del 1983 (derivato dalla Sacrosanctum Concilium) lo contraddiceva:

  • Il tabernacolo in cui viene regolarmente riservata l’Eucaristia deve essere collocato in una parte della Chiesa che sia ben visibile, distinta, ben decorata e adatta alla preghiera.” (Canone 938:2)

Solo chi ha un’agenda maldisposta potrebbe interpretare questa direttiva come qualcosa di più di un mantenimento dello status quo delle chiese prima del Concilio. Punto. Qualsiasi messa in disparte del tabernacolo trasmette l’indiscutibile messaggio di mettere in disparte Cristo stesso. Nessuna dissimulazione teologico-liturgica può nasconderlo. I liturgisti possono non rispettare le leggi ineludibili del simbolo naturale, ma la gente comune sì.

Seconda proposta: Abolire la comunione in mano. Questa pratica, contrabbandata all’inizio degli anni Sessanta, era una rottura non celata con una tradizione millenaria che radicava profondamente una comprensione riflessiva della Santa Eucaristia. Con disinvoltura, la pratica tradizionale trasmetteva sia agli illetterati che ai dotati l’ineffabile sacralità del sacramento dell’altare. Non sono necessarie parole, né lunghe spiegazioni. Così l’immediatezza dell’atto simbolico: informare, elevare e appassionare.

La Chiesa è l’unica a sondare il potere del simbolo con il suo repertorio di atti rituali, tutti realizzati senza teatralità o kitsch, ma incarnando ogni elemento di autentica drammaticità. Ne emerge un connubio unico tra la più alta capacità poetica dell’uomo e le pennellate divine della Terza Persona.

I primi anni Sessanta, quell’epoca miserabile che giustamente merita l’epiteto di W.H. Auden sugli anni Trenta, “quel decennio basso e disonesto”, hanno inaugurato la fine della Comunione riverenziale e critica sulla lingua, che può essere fatta risalire a un’elite teologica europea in rivolta, decisa a riorganizzare la Fede della Chiesa. Hanno fatto fatui appelli alla “sacralità dell’intero corpo” e all’innovazione come “pratica antica”. Queste argomentazioni erano mendaci alla loro prima apparizione, ma, a questo punto, hanno talmente superato la loro durata che la loro semplice menzione dovrebbe causare imbarazzo.

La sua diffusione mortale allarmò a tal punto Papa Paolo VI che promulgò il Memoriale Domini nel 1969. Qui affrontò la dannosa pratica introdotta illecitamente e ne decretò la cessazione:

  • … con l’approfondirsi della comprensione della verità del mistero eucaristico, della sua potenza e della presenza di Cristo in esso, nacque un maggiore sentimento di riverenza verso questo sacramento e si sentì che era richiesta una più profonda umiltà nel riceverlo. Si stabilì così l’usanza che il ministro ponesse una particella di pane consacrato sulla lingua del comunicante.

Questo metodo di distribuzione della Santa Comunione deve essere mantenuto, tenendo conto della situazione attuale della Chiesa nel mondo intero, non solo perché ha alle spalle molti secoli di tradizione, ma soprattutto perché esprime la riverenza dei fedeli per l’Eucaristia.

Terza proposta: Eliminare i ministri straordinari della Santa Eucaristia. Ancora una volta, per la mentalità cattolica comune di oggi, un suggerimento come questo suona come l’abolizione dei Dieci Comandamenti, dimostrando solo quanto sia pervasiva la comprensione distorta della Santa Eucaristia. Il fatto che pochi cattolici facciano riferimento ai ministri straordinari è un’ulteriore prova della stretta morsa dell’incomprensione dottrinale. Nel documento del 1997 promulgato dalla Sacra Congregazione per la Liturgia e la Disciplina dei Sacramenti (insieme ad altri sette dicasteri) si chiarisce la natura straordinaria del permettere ai laici di distribuire la Santa Comunione, consapevoli del facile scivolamento nel caos dottrinale:

  • Il Santo Padre osserva che “in alcune situazioni locali si sono cercate soluzioni generose e intelligenti (alla carenza di sacerdoti). La stessa legislazione del Codice di Diritto Canonico ha fornito nuove possibilità, che però devono essere applicate correttamente, per non cadere nell’ambiguità di considerare ordinarie e normali soluzioni che erano destinate a situazioni straordinarie in cui i sacerdoti mancavano o scarseggiavano.

Questi dicasteri si attenevano chiaramente a San Tommaso d’Aquino in ST III, q.82, a.3, “Se la dispensazione di questo sacramento appartenga solo al sacerdote”:

  • La dispensazione del corpo di Cristo spetta solo al sacerdote, per tre motivi. In primo luogo, perché egli consacra come nella persona di Cristo; ma come Cristo consacrò il suo corpo nella cena, lo diede anche agli altri perché ne prendessero parte. Di conseguenza, come la consacrazione del corpo di Cristo appartiene al sacerdote, così gli appartiene anche la dispensazione. In secondo luogo, perché il sacerdote è l’intermediario designato tra Dio e il popolo; quindi, come gli appartiene offrire i doni del popolo a Dio, così gli appartiene consegnare i doni consacrati al popolo. In terzo luogo, poiché per riverenza verso questo sacramento, nulla lo tocca se non ciò che è consacrato; perciò il corporale e il calice sono consacrati, così come le mani del sacerdote, per toccare questo sacramento. Perciò non è lecito a nessun altro toccarlo se non per necessità, ad esempio se dovesse cadere a terra o in qualche altro caso di urgenza.

Quarta proposta: La ricezione della Santa Comunione deve avvenire sempre in ginocchio. Negli ultimi anni si è scatenata una guerra contro i pochi cattolici che seguono la cristallina logica interiore della dottrina cattolica ortodossa, inginocchiandosi per ricevere la Santa Comunione. Nella loro furia di abolire l’inginocchiatoio, gli Innovatori invocano la vuota scusa dell’uniformità e della “consuetudine locale”. Anche il più ingenuo dei cattolici vede in questa scusa la nuda dissimulazione che è. Si sta in piedi per prendere un pranzo gratis, non per ricevere il Pane degli Angeli (perdonatemi, questo tipo di linguaggio sacrale fa accapponare la pelle alla Vecchia Guardia). È sconcertante che gli stessi pastori che hanno perpetrato questa non tanto velata diminuzione della dottrina eucaristica desiderino ora promuovere la dottrina eucaristica.

Tentare ancora di nascondere le cause del degrado della credenza eucaristica è monumentalmente falso, alla pari del “Mago” di Oz che ordina a Dorothy: “Non fare caso a quell’uomo dietro la tenda!”.

I nostri bravi vescovi non hanno avuto paura di compiere gesti radicali in passato, anche quando hanno fatto sobbalzare i fedeli. Perché non un altro? O altri quattro?

Eccellenze, scuotete lo status quo. Non abbiate paura di scioccare. Salite sulla terza rotaia.

Siate pionieri. Intraprendete un sorprendente revival eucaristico.

Uno tradizionale. L’unica cosa che dovete perdere è una crisi.

dal blog di Sabino Paciolla 
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C'E' SEMPRE STATO UN SOLO PAPA: FRANCESCO

2/1/2023

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Cari amici, ci sembra interessante offrire alla vostra attenzione questa anticipazione di un’intervista che andrà in onda su Rai Tre giovedì sera, all’arcivescovo Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI. Interessante da un punto di vista umano, ma che non chiarisce molto sulle ragioni che hanno spinto Benedetto XVI alla rinuncia. Gaenswein comunque sostiene che in seguito alla rinuncia il papa era ed è Francesco.

Monsignor Georg Gänswein, lei ha 66 anni, da 38 è al servizio della Chiesa, oggi è Prefetto della Casa Pontificia ma soprattutto è stato segretario privato del Papa emerito Benedetto XVI, gli è stato accanto fino al momento della morte, e prima nel giorno dell’elezione e in quello della rinuncia che ha stupito il mondo. C’è un’immagine quasi simbolica dell’abdicazione, ed è l’elicottero che porta via il Papa dal Vaticano verso Castel Gandolfo per rientrare nel secolo. Lei c’era, su quell’elicottero. Che cosa ricorda di quell’ultimo atto?
«La prima cosa che ricordo è il congedo del Palazzo apostolico. Io sono stato l’ultimo che ha lasciato l’appartamento, ho spento le luci, questo era per me un atto già molto commovente, ma anche molto triste. Ho chiuso la porta. E poi siamo usciti».
 
Ma chi c’era mi ha detto che lei piangeva: è così?
«Questo è vero, mi sono commosso e quando ho visto… mi perdoni… il cardinale Comastri, quando ho visto lui piangere si è rotto qualcosa in me e ho pianto, sì. Ho cercato di trattenermi, ma la pressione era troppo grande, una specie di tsunami sopra, sotto, accanto. Non sapevo più dov’ero».
 
E il Papa si è commosso?
«Papa Benedetto era in uno stato di tranquillità incredibile, come già nei giorni precedenti».
 
Lei quando ha saputo della scelta del Papa?
«Il Papa me lo ha detto a Castel Gandolfo. Era fine settembre del 2012».
 
Come ha reagito?
«La mia reazione immediata è stata questa: Santo Padre è impossibile, questo proprio non è possibile».
Gli ha detto che non poteva farlo?
«Sì, sì, l’ho detto direttamente, così come parlo con lei adesso. Santo Padre, no. Si deve e si può pensare a ridurre gli impegni, questo sì. Ma lasciare, rinunciare è impossibile. Papa Benedetto mi ha lasciato parlare. E poi ha detto: lei può immaginare che ho pensato bene a questa scelta, ho riflettuto, ho pregato, ho lottato. E ora le comunico una decisione presa, non una tesi da discutere. Non è una quaestio disputanda, è decisa. La dico a lei, e lei adesso non deve dirla a nessuno».
 
C’era già stato tutto il travaglio dentro di lui, dunque, prima della scelta: lei se n’era accorto?
«Io mi ero accorto all’inizio di luglio che il Papa era molto chiuso, molto pensieroso. E pensavo che fosse concentrato sul terzo volume su Gesù, che stava finendo. Quando poi a fine settembre mi ha rivelato la sua scelta ho capito che stavo sbagliando: non era il libro che lo preoccupava, ma era la lotta interna di questa decisione, una sfida».
 
Lei ha tenuto questo segreto per mesi, fino alla notte prima dell’annuncio. Quella sera, salutandovi, cosa vi siete detti?
«Lui prima di ritirarsi è andato in cappella per pregare, come tutti i sacerdoti nella compieta. Lì ha fatto le sue preghiere, ma io non ho chiesto per cosa ha pregato quella sera».
 
E lei ha dormito quella notte?
«Io non ho dormito perché sapevo che il giorno dopo sarebbe stato il giorno della rinuncia. Non sono riuscito a trovare il sonno».
 
Aveva conosciuto il Papa sui libri di scuola, in seminario. Quando lo ha incontrato personalmente?
«Gli ho parlato per la prima volta nel 1995, il 10 gennaio, ventisette anni fa, qui in Vaticano nel Collegio Teutonico. Gli ho spiegato da dove venivo, cosa avevo fatto e quando ha sentito che ero stato sette anni all’Università di Monaco, il ghiaccio si è rotto. La mia prima impressione è indimenticabile: una personalità forte ma molto naturale. Mite ma molto, molto decisa».
 
Tutto cambia il 19 Aprile 2005, alle 17 e 56, quando la fumata bianca trasforma Joseph Ratzinger in Benedetto XVI, 265esimo successore di Pietro. Lei dov’era quel giorno?
«Nell’aula che collega la Cappella Sistina e la Cappella Paolina, la Sala Regia. Dopo un’ora, scoppia un applauso forte. Si poteva sentire da fuori, dov’ero io. Ma i cardinali non applaudono, il conclave non è un concerto. Allora l’unica spiegazione è che hanno scelto, e che il prescelto ha accettato. Poco dopo ricordo “Bum, Bum, Bum”, la grande porta che si apre di colpo e il più giovane cardinale che esce di fretta, dicendo “Abbiamo deciso, c’è il nuovo Papa”. Nient’altro».
 
E lei non sapeva chi era?
«No, non lo sapevo. Finché sporgendomi a guardare per capire, l’ho visto, giù in fondo».
 
Già vestito di bianco?
«Era tutto bianco, anche la faccia. Già i capelli erano bianchi. Poi lo zucchetto candido e il vestito bianco. Ma era pallido, molto pallido. E lì, in quel momento, mi ha guardato. “Santo Padre, ho mormorato, non so cosa dire, auguri, preghiere”. Poi ho detto una cosa importante per me: “Io le prometto il mio servizio, se vuole, in vita e in morte. Durante tutta la mia vita, fino alla morte o anche nella morte».
 
Ma immediatamente prima del Conclave c’era stata quella frase di Ratzinger sulla pedofilia tra i sacerdoti, quando dice “quanta sporcizia nella Chiesa”. Questa denuncia davanti ai cardinali era una specie di programma di governo?
«Non deve dimenticare che da Prefetto era stato il primo, o uno dei primi, a venire a contatto con questa brutta piaga degli abusi. È ovvio che una tale esperienza non può non essere presente nella Via Crucis 2005».
 
Poi c’è la prima omelia all’inizio del pontificato, quando il nuovo Papa dice pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi. Di quali lupi parlava?
«Qualcuno mi ha chiesto se potevo fare qualche nome. Chiedete al Papa stesso, ho risposto, io non so se ha pensato a qualcuno, ma non lo credo. Certamente quell’immagine vuol dire non è facile anche essere coerente, controcorrente, e mantenere questa direzione se molti sono di un’altra opinione».
 
Però si capisce da queste parole che lui aveva la percezione che non sarebbe stato un papato di tranquillità, ma di lotta: se lo aspettava?
«Chi crede che ci possa essere un papato di tranquillità credo che abbia sbagliato la professione».
 
Però forse non immaginavate che questa lotta sarebbe nata proprio all’interno del Vaticano, con scandali sessuali, morali, economici. Una crisi più pesante del previsto?
«La parola scandalo certamente è un po’ forte, ma vero è che durante il pontificato ci sono stati molti problemi, Vatileaks, poi lo Ior. Ma è ovvio che, come direbbe Papa Francesco, il cattivo, il maligno, il diavolo non dorme. È chiaro, cerca sempre di toccare, di colpire dove i nervi sono scoperti, e fa più male».
 
Sta dicendo che ha sentito la presenza del diavolo in quegli anni?
«L’ho sentito in realtà molto contrarie, contro Papa Benedetto».
 
Vatileaks è uno scandalo enorme, fa il giro del mondo. D’altra parte, pensiamo, documenti riservati rubati direttamente dalla scrivania del Papa, dal suo maggiordomo. Com’è stato possibile?
«Qui devo fare una piccola correzione. I documenti non sono stati rubati dalla scrivania di Papa Benedetto, ma dalla mia. Purtroppo me ne sono accorto molto, molto più tardi, troppo tardi. Io ho parlato con Benedetto, chiaramente, gli ho detto Santo Padre, la responsabilità è mia, me la assumo. Le chiedo di destinarmi a un altro lavoro, io mi dimetto. No, no, mi ha risposto: vede, c’era uno che ha tradito persino nei 12, si chiama Giuda. Noi siamo un piccolo gruppo, qui, e rimaniamo insieme».
 
Lei sa che c’è chi pensa che il Papa abbia abdicato sotto una specie di ricatto dopo il furto dei documenti. D’altra parte noi conosciamo le carte che sono state rese pubbliche, ma non sappiamo quali altre carte sono state lette, carpite, quali magari sono state esibite come una minaccia davanti a Benedetto. Cosa risponde a un’ipotesi del genere?
«Lo escludo totalmente. Non c’era nient’altro di peso».
 
Papa Benedetto recentemente è stato chiamato in causa per una vicenda di abusi sessuali del 1980, quando era arcivescovo di Monaco. Lui un anno fa ha scritto una lettera per scusarsi del suo comportamento, dicendo che forse doveva investigare di più, farsi più domande, però al tempo stesso respinge categoricamente l’accusa di aver detto delle bugie. È il sentimento della colpa?
«C’è stato un errore da parte uno dei nostri collaboratori, perché abbiamo dovuto leggere 8.000 pagine della documentazione, e la persona che ha letto le carte ha detto che in quella famosa riunione del 15 gennaio 1980, il Cardinal Ratzinger non era presente».
 
Perché questa bugia?
«Il nostro collaboratore ha sbagliato le date, una cosa brutta. Quando io ho detto Santo Padre, qui abbiamo sbagliato, Benedetto ha deciso di scrivere una lettera personale, così nessuno può dire che non abbia risposto in prima persona».
 
Naturalmente la questione è se questi scandali hanno influito sulla rinuncia di Ratzinger. Lei dice di no, cito le sue parole: non è fuggito dai lupi, ha semplicemente e umilmente ammesso di non avere più la forza per reggere la chiesa di Cristo. Di nuovo i lupi. Le domando, quei lupi il Papa li ha incontrati?
«Io ho parlato una volta di questo con Papa Benedetto, ma tutti questi scandali, come vengono chiamati, non erano anche un motivo per lasciare? No, ha risposto, la questione non ha influito sulla mia rinuncia. L’11 febbraio 2013 ho detto i motivi: mi mancavano le forze e per governare. Per guidare la Chiesa, oggi, servono le forze, altrimenti non funziona».
 
Però Benedetto veniva dopo un Papa come Giovanni Paolo II, che ha vissuto in pubblico la sua malattia e quasi ha offerto la sofferenza del corpo come testimonianza della sua fede, anche in coerenza col suo motto papale: Totus tuus. Come si è confrontato Benedetto con la scelta del suo predecessore?
«Lui mi ha detto una volta: non posso e non voglio copiare il modello di Giovanni Paolo II nella malattia, perché io devo confrontarmi con la mia vita, con le mie scelte, con le mie forze. Ecco perché il Papa si è permesso di fare questa scelta. Che secondo me richiede non soltanto molto coraggio, ma anche moltissima umiltà».
 
Questa scelta pone anche una domanda al teologo Ratzinger, e cioè la tentazione dell’umano di deviare il disegno divino che l’ha portato sulla cattedra di Pietro: l’uomo può farlo?
«L’uomo deve prendere la decisione che in quel momento secondo lui è giusta».
 
Lei era accanto al Papa nel 2009 all’Aquila, davanti alla teca dov’è custodito il corpo di Celestino V, l’unico pontefice che, come Ratzinger, fece liberamente la rinuncia nel 1294; e lei aiuta Benedetto che si è sfilato il pallio a deporlo sulla teca di Celestino V. Perché quel gesto che sembra un’autoprofezia?
«Mettere sulla tomba della Chiesa distrutta di Collemaggio il pallio papale era un gesto di grande onore a Celestino. Ma non c’entra niente con un atto di rinuncia che diventerà realtà alcuni anni più tardi. Escludo un collegamento».
 
Mi racconta il mattino dell’11, il giorno della scelta?
«L’11 febbraio, la Madonna di Lourdes. Abbiamo celebrato la Santa Messa, recitato il breviario, fatto la prima colazione, il Papa si è preparato per il Concistoro. L’ho aiutato a indossare la mozzetta con la stola, poi l’ho accompagnato con un piccolo ascensore dall’appartamento alla seconda loggia. Non abbiamo parlato, niente. Cioè il silenzio era assoluto, perché non era il momento delle parole. Alla fine del Concistoro il Papa dice: Signori cardinali, rimanete qui, devo ancora dirvi una cosa importante per la vita della Chiesa».
 
Ha un foglietto in mano, lo ha scritto lui?
«Sì, direttamente in latino. Io ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che un annuncio così si deve fare nella lingua della Chiesa, la lingua madre. Così ha letto quelle parole sono diventate la dichiarazione della rinuncia».
 
Sono le 11:30, l’ora della scelta.
«Si sente dalla voce che il Papa era commosso e affaticato: tutt’e due».
 
Alle 11:46 la notizia fa il giro del mondo. E in qualche modo è l’assoluto che deve fare il conto con il relativo, l’universale che si scontra con la debolezza umana denunciata in pubblico. In questo senso è anche l’irruzione della modernità di un’istituzione che ha 2 mila anni di vita con il Pontefice, rappresentante di Cristo in terra, che rivela la sua fragilità di fronte al peso di reggere la Chiesa universale e anche la responsabilità che ne consegue. È d’accordo con questa lettura?
«Non è una spiegazione completa, ma sono totalmente d’accordo».
 
Il cardinal Ruini mi ha detto di essere rimasto attonito, stupefatto, perché non se l’aspettava minimamente. Lei cosa ricorda delle reazioni di quel momento?
«Quando Papa Benedetto ha cominciato a leggere in latino ho visto un po’ di… come dire… di movimenti, sforzi per intendere meglio, poi poco per volta mi sono accorto che i cardinali stavano percependo che c’era qualcosa di strano. Credo che alcuni abbiano capito subito, mentre altri chiedevano aiuto al vicino. Poi quando il cardinal Sodano ha fatto un breve saluto al Papa in italiano, parlando di fulmine a ciel sereno, tutti si sono resi conto di cosa stava succedendo».
  
Perché Benedetto ha scelto per sé la formula di Papa Emerito, sollevando discussioni?
«Ha deciso così lui, personalmente. Penso che davanti a una decisione così eccezionale tornare cardinale sarebbe stato poco naturale. Ma non c’è nessun dubbio che c’è stato sempre un solo Papa, e si chiama Francesco».
 
Lei ha conosciuto personalmente tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Se io le dico che Wojtyla rappresenta l’anima, Ratzinger la ragione e Francesco il cuore, lei che cosa mi risponde?
«Che tutte e tre le parole sono giuste, ma sono anche troppo semplici».
 
Come è cambiata la vostra vita dopo la rinuncia di Benedetto al trono Pontificio?
«Si cambia da così a così, radicalmente, da un giorno all’altro».
 
Non crede che dopo la rinuncia di Ratzinger il sacro sia diventato più umano?
«Il sacro è il sacro, e ha anche aspetti umani. Io credo che con la sua rinuncia Papa Benedetto abbia anche dimostrato che il Papa, se è sempre il successore di Pietro, rimane una persona umana con tutte le sue forze, ma anche con le sue debolezze».
 
C’è una formula che può definire tutto quello che abbiamo detto, non è la forza che cambia il disegno divino, ma la fragilità dell’uomo: è d’accordo?
«Tutte e due. cioè, ci vuole l’una, ma si deve vivere anche l’altra. Perché ci vuole forza per accettare la propria debolezza».

Dal sito di Stilum curiae
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