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FALSO DIRE CHE GESÙ NON HA CONDANNATO L’OMOSESSUALITÀ. I VANGELI DIMOSTRANO IL CONTRARIO

25/9/2015

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L’assordante propaganda omosessualista e omofila, sostenuta da tutti i grandi mezzi d’informazione, in crescendo nell'imminenza del Sinodo sulla Famiglia del 5 ottobre p.v., continua a ripetere a beneficio dei cattolici un vieto ritornello e cioè che Gesù Cristo non avrebbe mai parlato dell’omosessualità, ragion per cui la sua condanna non si potrebbe reperire nei Vangeli ma solo nelle Lettere apostoliche, segnatamente in quelle di san Paolo. Come se questo, annoto, facesse la differenza! Le Epistole paoline non vengono lette durante la Messa come “Parola di Dio”, allo stesso modo dei Vangeli? Ma prescindiamo da questa scorretta separazione tra le varie parti del corpo neotestamentario, del tutto inaccettabile, spiegabile solo alla luce della miscredenza attuale, che vuole escludere di fatto l’insegnamento di san Paolo dalla Rivelazione con l’argomento singolare che egli dettava norme e concetti validi solo per il proprio tempo!

Ciò che la propaganda omofila vuole insinuare a proposito dei Vangeli, è parimenti assurdo: non avendovi il Cristo mai nominato esplicitamente l’omosessualità, non la si dov­rebbe ritener da Lui condannata! La fornicazione e l’adulterio li ha con­dannati apertamente mentre la sodomia e affini (che sono fornicazione contro natura) li avrebbe invece assolti con il suo (supposto) silenzio? Ma ci rendiamo conto delle castronerie che vengono oggi propinate alle masse, peraltro ben felici di esser ingannate, a quanto pare?

Dove si trova, nei Vangeli, la condanna dell’omosessualità da parte di Nostro Signore? In maniera diretta tutte le volte che Egli porta ad esempio il destino toccato a Sodoma come condanna esemplare del peccato; in maniera indiretta in un passo nel quale elenca i vizi e peccati che ci mandano in perdizione.

1. La distruzione di Sodoma e Gomorra citata tre volte da Gesù come esempio di punizione esemplare di chi si ostina nel peccato: Mt 10, 15; 11, 24; Lc 10, 12; 17, 29.

Vangelo di san Matteo

Nel dare le istruzioni ai Dodici Apostoli mandati per la prima volta a predi­care e convertire i peccatori, il Verbo incarnato disse, a proposito di coloro che si fossero rifiutati di riceverli o ascoltarli:

“In verità vi dico: nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma e Gomorra sarà trattato meno severamente di quella città” (Mt 10, 15).

Il concetto fu da Lui ribadito poco dopo. Di fronte ai discepoli di Giovanni Bat­tista, Egli fece l’elogio del Battista per passare poi a rampognare l’incredulità di “questa generazione”, concludendo con un durissimo rimprovero alle città im­penitenti, che non avevano voluto pentirsi, nonostante i miracoli che Egli vi aveva fatto.

“Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perchè se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti in mezzo a voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza cinti di cilicio e ricoperti di cenere. Perciò vi dico: nel giorno del Giudizio Tiro e Sidone sarano trattate meno severamente di voi. E tu Cafarnao, sarai esaltata sino al cielo? Tu discenderai all’inferno: perchè se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli operati in te, oggi ancora sussisterebbe. E però vi dico, che nel giorno del giudizio il paese di Sodoma sarà trattato meno dura­mente di te” (Mt 11, 21-24).

Il parallelo con le antiche città pagane ha lo scopo di mettere nel massimo rilievo la gravità del peccato delle città ebraiche, che avevano rifiutato la “conversione” pur avendo visto i miracoli operati da Nostro Signore. Avevano peccato nella fede, contro lo Spirito Santo, possiamo dire. Tiro, Sidone, Sodoma, Gomorra erano diventate per gli Ebrei simboli della corruzione del mondo pagano, privo del vero Dio e nell’ignoranza della Salvezza. Ma questo non si poteva dire de­gli Ebrei, ragion per cui il loro peccato era più grave: più grave degli abomini carnali dei pagani era la loro incredi­bile mancanza di fede. 

Per quanto riguarda Sodoma e il suo particolare peccato: nel giorno del Giudizio essa sarà trattata “meno duramente” delle città ebraiche impenitenti ma non sarà certamente assolta. Anzi, proprio la condanna di Sodoma serve da punto di riferimento, da metro di giudizio per determinare la gravità di un peccato e quindi per affermare che l’incredulità degli Ebrei è addirittura più grave di un peccato così grave come quello di Sodoma e Gomorra, di “Tiro e Sidone” in quanto ad esso assimilabile: la corruzione dei costumi spinta sino alla ribellione contro la legge naturale stabilita da Dio, in odio a Dio.

Il carattere esemplare del peccato e della condanna di Sodoma erano già ben presenti nella tradizione profetica. Li ritroviamo nel libro di Ezechiele.

Dio ammonisce Israele per i suoi tradimenti e le sue “abominazioni idolatriche”, tramite la voce dei Profeti. Nel libro di Ezechiele già compare il parallelo tra le colpe di Ge­rusalemme e quelle dei pagani, utilizzato anche da Nostro Si­gnore: le colpe di Gerusalemme verso Dio sono più gravi di quelle dei pagani, pur di per sé gravissime. Gerusalemme ha, infatti, avuto la Rivelazione, al contrario dei pagani.

“Com’è vero che io vivo, dice il Signore Dio, tua sorella Sodoma e le sue figlie [le città dipendenti] non furono sì perverse come te e le figlie tue. Ecco, questa fu la colpa di Sodoma, tua sorella e delle sue figlie: superbia, sovrabbondanza di cibo e pigrizia: non aiutavano il povero e l’indigente; ma insuperbirono e fe­cero ciò ch’è abominevole davanti a me: per questo io le distrussi non appena vidi la loro condotta” (Ez 16, 48-50).

Sodoma è rappresentata qui dal profeta come “sorella” nella colpa di Ge­rusalemme, “adultera” nella fede. La punizione di Sodoma sarà anche quella di Gerusalemme colpevole, ed anzi ancor più colpevole; sarà la punizione inferta alle “adultere e omicide” (ivi, 38). Il profeta, ispirato da Dio, descrive la colpa di Sodoma: la superbia innanzitutto, nutrita dal benessere materiale, che comportava pigrizia e disprezzo per “il povero e l’indigente”. L’ozio prodotto dal benessere è il padre dei vizi, come si suol dire. E alla base della ribellione contro la legge divina e naturale nei rapporti sessuali c’è la superbia e la mancanza di giustizia: “insuper­birono e fecero ciò ch’è abominevole davanti a me”. Un gran benessere materiale, il narcisismo e la superbia all’origine dell’omosessualità. Dal narcisismo e dalla superbia la ribellione contro Dio e le sue leggi. Tutto ciò lo vediamo riprodursi oggi, nelle nostre sventurate società, e in molti casi con la complicità dello Stato.

Vangelo di san Luca

Luca riporta l’invettiva di cui a Mt 11, 21-24, in modo quasi identico, aggiungendovi un illuminante commento del Signore stesso.

“Io vi dico che, nel gran giorno [del Giudizio], Sodoma sarà trattata meno rigorosamente di quella città [dove non vi avranno accolti]. Guai a te , Corazin!, guai a te, Betsaida! […] E tu Cafarnao, sarai forse elevata fino al cielo? Tu sarai precipitata sino all’inferno! Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me. Chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10, 12-15).

Ma Nostro Signore nominò di nuovo Sodoma nelle profezie sugli ultimi tempi, che avrebbero visto il ritorno del Figlio dell’uomo, predetto quale avvenimento improvviso e fulminante, che non avrebbe lasciato scampo a nessuno.

“E come avvenne al tempo di Noè, così avverrà al tempo del Figlio dell’uomo: mangiavano e bevevano, si sposavano e facevano sposare i propri figliuoli, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca; ma venne il diluvio e li fece tutti perire. Altrettanto avvenne al tempo di Lot: mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, piantavano e costruivano; ma il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”. (Lc 17, 26-29).

Continuando nella profezia, Nostro Signore aggiunse:

“Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo dovrà apparire”. In quel giorno nessuno dovrà voltarsi indietro, non gli sarà consentito: “Ricordatevi della moglie di Lot! Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; e chi la perderà, la conserverà” (ivi, 30-32).

Il Diluvio e la fine di Sodoma sono dunque proposti più volte da Nostro Signore quali esem­pi della giustizia divina, esempi classici, si potrebbe dire, nella cultura e nella mentalità ebraiche. Ciò significa che Egli approvava quelle condanne e quei castighi; riteneva giusto che l’umanità fosse punita per i suoi peccati nel modo che Dio ritenesse opportuno, a seconda della loro gravità. Riteneva quindi giusto che il peccato contro natura dei sodomiti fosse stato punito col fuoco e lo zolfo caduti subitaneamente dal cielo. Si noti la sfumatura: ricorda che al tempo di Noè gli uomini, tra le altre cose, “si sposavano e facevano sposare i propri figli”; al tempo di Lot invece, cioè a Sodoma e Gomorra, tra le loro molteplici attività (“piantavano e costruivano”) mancava ovviamente il costruir famiglie, lo sposarsi e far figli secondo natura, realtà dalle quali i sodomiti (omosessuali e lesbiche) si escludono a priori, perché da loro detestate.

Riscontrato tutto ciò sui Sacri Testi, come si fa a dire che Gesù non ha mai parlato dell’omosessualità e quindi non l’ha (per ciò stesso) mai condannata? Nella più perfetta tradizione ebraica, ha portato o no più volte a monito, approvan­dola, la condanna di Sodoma quale esempio di condanna divina esemplare dei peccati gravi e ostinati di un’intera comunità? E ciò non basta a dimostrare che Egli ha condannato l’omosessualità e la conseguente falsità radicale della tesi degli omofili? Che altro doveva dire? Aveva forse bisogno di fare tanti discorsi per condannare il peccato e un peccato come quello? Invece di cercare di falsare il senso autentico delle Sacre Scritture, i propagandisti e sostenitori a vario livello della presente, terrificante deriva omosessualista (attivi purtroppo anche nella Gerarchia!), non farebbero meglio a meditare le parole stesse di Nostro Signore sul giusto castigo di Sodoma sventurata? Sembrava ai depravati che tutto dovesse continuare in eterno come prima, immersi nel benessere, nelle loro intense attività e nei loro vizi, ma improvvisamente un giorno, “il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”. Senza preavviso fece perire tutti di una morte orribile, tutti inceneriti in un batter d’occhio, come i poveri giapponesi a Hiroshima e Nagasaki, peraltro vittime innocenti della crudeltà della guerra. Anzi, peggio, perché in Giappone ci furono dei superstiti e la vita è tornata nelle città ricostruite. A Sodoma e Gomorra, invece, non si è salvato nessuno e il luogo, inizialmente fertilissimo, è da allora un tetro e spettrale deserto di sale, acqua salmastra e bitume. Se si continuerà ad offendere gravemente Dio, come a Sodoma, andrà a finire anche per noi come a Sodoma, quale che sia la forma specifica del castigo, se l’acqua o il fuoco o la terra, che si spalancherà sotto di noi.

2. L’omosessualità deve ritenersi inclusa da Gesù nella condanna di tutte le “fornicazioni” .

Polemizzando contro il legalismo dei Farisei e la loro ossessione con le purificazioni rituali, Gesù dissse ai discepoli, che ancora non avevano afferrato adeguatamente il concetto:

“Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nella latrina? Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è questo che contamina l’uomo; poiché dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie: queste cose contaminano l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo” (Mt 15, 17-20).

Egli distingue nettamente tra “adulteri” (adulteria, moichetai) e “fornicazioni” (fornicationes, porneiai).

L’adulterio è l’infedeltà coniugale. E le fornicazioni? Evidentemente, tutti i rapporti sessuali di persone non sposate. E quindi tutte le violazioni del Sesto Comandamento, secondo natura e contro natura che siano. Anche l’adulterio è “fornicazione”, però con aggiunto il peccato della violazione della fede coniugale. Nell’adulterio ci sono due peccati in un unico atto.

Potrebbero le “fornicazioni” qui menzionate dal Signore escludere quelle contro natura? Non potrebbero, evidentemente: per la natura stessa del concetto, tale da impedire di per sé simile eccezione. Inoltre, il termine porneia (scortatio, fornicatio), che risale a Demostene ed è usato dai LXX, anche nel Nuovo Testamento indica “ogni uso illegittimo della venere, compreso l’adulterio e l’incesto. In Mt 15, 19 si distingue dalla moicheia ossia dall’adulterio. Vedi anche Mc 7, 21, [passo parallelo]”. E a riprova di tale impossibilità abbiamo l’evidente approvazione manifestata (tre volte) da Gesù per la condanna di Sodoma e Gomorra, rappresentate addirittura come esempio di grave peccato che merita di esser colpito anche in questo mondo dall’ira divina, con tutta la sua terribile potenza, quando un intero popolo vi si induri.

Lo scopo di quest’articolo è solo quello di ricordare la condanna evidente e manifesta del peccato di omosessualità da parte di Cristo, per sbarazzare il campo dalle falsità pullulanti sulla nostra religione e ristabilire il vero. Per completezza di documentazione, voglio ricordare che Sodoma e Gomorra sono rammentate anche nella Seconda Lettera di san Pietro, allo stesso modo di Nostro Signore e con ulteriori precisazioni, relative alla sopravvivenza e comunque alla salvezza dell’anima dei giusti che siano costretti a vivere in una società dominata dall’empietà.

“[…] se Dio condannò alla distruzione e ridusse in cenere le città di Sodoma e Gomorra, perché fossero di esempio a tutti gli empi futuri, e se liberò il giusto Lot, rattristato dalla condotta di quegli uomini senza freno nella loro disso­lutezza – poiché quest’uomo, pur abitando in mezzo a loro, si manteneva giu­sto di fronte a tutto quello che vedeva ed ascoltava, nonostante che tormen­tassero ogni giorno la sua anima retta con opere nefande – il Signore sa liberare dalla prova gli uomini pii e riserbare gli empi per esser puniti nel giorno del Giudizio, specialmente quelli che seguono la carne nei suoi desideri immondi e disprezzano l’autorità. Audaci e arroganti, essi non temono d’insultare le glorie dei cieli, mentre gli stessi angeli ribelli, pur essendo supe­riori a costoro per forza e potenza, tuttavia non osano portare contro di esse un giudizio ingiurioso davanti al Signore” (2 Pt 2, 6-11). 

​di Paolo Pasqualucci
Dal sito il Timone
(link)

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L’ASTINENZA DALLE CARNI VA OSSERVATA TUTTI I VENERDI DELL'ANNO

25/9/2015

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L’ASTINENZA DALLE CARNI VA OSSERVATA TUTTI I VENERDI DELL'ANNO


Può, al limite, essere sostituita da altra opera penitenziale, ma penitenza deve sempre esserci per ricordare la morte di Gesù
Il Papa Paolo VI con la Costituzione apostolica Paenitemini riformò la disciplina della Chiesa. Da poco più di due mesi si era concluso il Concilio.
In questa Costituzione il Papa ricorda che ''la vera penitenza non può prescindere in nessun tempo da una ascesi anche fisica: tutto il nostro essere, anima e corpo, deve partecipare attivamente a questo atto religioso con cui la creatura riconosce la santità e maestà divina.
La necessità poi della mortificazione del corpo appare chiaramente se si considera la fragilità della nostra natura, nella quale, dopo il peccato di Adamo, la carne e lo spirito hanno desideri contrari tra loro. (...)

L'ASTINENZA SI OSSERVERÀ IN TUTTI I VENERDÌ DELL'ANNO


Nel Nuovo Testamento e nella storia della Chiesa - nonostante il dovere di fare penitenza sia motivato soprattutto dalla partecipazione alle sofferenze di Cristo - tuttavia la necessità dell'ascesi che castiga il corpo e o riduce in schiavitù, è affermata con particolare insistenza dall'esempio di Cristo medesimo''. In tale Costituzione si legge anche: ''l'astinenza si osserverà in tutti i venerdì dell'anno che non cadono nelle feste di precetto'' (II,3). Tuttavia si concede ai Vescovi di ''sostituire del tutto o in parte, l'astinenza con altre forme di penitenza, specialmente con opere di carità ed esercizi di pietà'' (VI, 1). ["anche il parroco, per giusto motivo e in conformità alle prescrizioni degli Ordinari, può concedere, sia ai singoli fedeli, sia alle singole famiglie, la dispensa o la commutazione della astinenza e del digiuno in altre pie opere", N.d.BB]

LE NORME VALIDE IN ITALIA


La Conferenza episcopale italiana (CEI), in data 4 ottobre 1994, ha emesso le seguenti «disposizioni normative»:
- La legge dell'astinenza proibisce l'uso delle carni, come pure dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.
- Il digiuno e l'astinenza, nel senso ora precisate, devono essere osservati il mercoledì delle ceneri (e il primo venerdì di quaresima per il rito ambrosiano) e il venerdì della passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo; sono consigliati il sabato santo sino alla veglia pasquale.
- L'astinenza deve essere osservata in tutti e singoli i venerdì di quaresima, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come il 19 e il 25 marzo).
In tutti gli altri venerdì dell'anno, a meno che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità, si deve osservare l'astinenza nel senso detto oppure si deve compiere qualche altra opera di penitenza, di preghiera, di carità.
- Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i maggiorenni sino al 60° anno iniziato; alla legge dell'astinenza coloro che hanno compiuto il 14° anno di età.

IN CONCLUSIONE: IL VENERDÌ È RIMASTO COME GIORNO PENITENZIALE.

Tuttavia è data facoltà di sostituire all'astinenza delle carni un'altra opera penitenziale.
Inoltre la mancata osservanza dell'astinenza nei venerdì dell'anno (ad eccezione dei venerdì di quaresima e soprattutto del mercoledì delle ceneri e del venerdì santo) non viene considerata come colpa grave.
Ma di qui a dire che è stato tolto l'obbligo di non mangiar carne il venerdì ce ne corre.
La pratica dell'astinenza e del digiuno è remotissima nella Chiesa e nei tempi antichi comprendeva anche l'astinenza dall'olio e dal vino. L'astinenza da alcune carni era praticata anche nelle religioni pagane, sebbene per altri motivi. Nel cristianesimo ricevette fin dall'inizio una connotazione cristologica, secondo quanto dice San Paolo: ''completo nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo'' (Col 1,24)
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7 PUNTI CHIAVE DELLA RIFORMA SULLA NULLITA' DEL MATRIMONIO (Il matrimonio è indissolubile non cambia una virgola)

9/9/2015

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7 punti chiave della riforma sulla nullità matrimoniale
Parlano gli esperti della commissione vaticana: ora le cause dureranno al massimo un anno


Papa Francesco ha firmato una storica riforma per semplificare e accelerare il processo di nullità matrimoniale, che dovrebbe durare al massimo un anno. L’innovazione è stata presentata l’8 settembre in Vaticano da un gruppo di quattro esperti di Diritto Canonico e uno di Teologia.

Solo due papi nella storia recente della Chiesa avevano realizzato una riforma delle cause di dichiarazione di nullità del matrimonio: Benedetto XIV (1741) e Pio X (1908), a cui ora si unisce Francesco, ha reso noto il decano della Rota Romana e presidente della commissione incaricata, monsignor Pio Vito Pinto.

21 regole sono state modificate, rispettivamente nel Codice di Diritto Canonico e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.

Un altro aspetto importante, ha sottolineato monsignor Pinto, è che la riforma è rivolta ai poveri. È una riforma profonda, che obbedisce a una doppia centralità: i poveri e la vicinanza della Chiesa a chi soffre.

La novità dell’intervento del pontefice, secondo monsignor Pinto, è il segno che traccia in continuità con il Concilio Vaticano II. È tutto un processo, ha sottolineato, ricordando che Bergoglio è l’unico pontefice ad aver convocato due Sinodi (il prossimo straordinario a ottobre) per rispondere alle necessità della famiglia e della coppia.

Ecco alcuni punti chiave delle due Lettere Motu proprio di papa Francesco Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus, spiegati considerando anche la voce degli esperti a cui il vescovo di Roma ha affidato l’incarico di redigere i nuovi precetti.

1. Il giudizio della Chiesa è gratuito… 

In primo luogo, la rivoluzione di Francesco nel processo di nullità del matrimonio riguarda la gratuità richiesta “per quanto possibile” nelle Conferenze Episcopali, “salva la giusta e dignitosa retribuzione degli operatori dei tribunali”.

Per questo, il papa ha chiesto che “venga assicurata la gratuità delle procedure, perché la Chiesa, mostrandosi ai fedeli madre generosa, in una materia così strettamente legata alla salvezza delle anime manifesti l’amore gratuito di Cristo dal quale tutti siamo stati salvati”.

2. Il vescovo ha nuovi poteri

Il vescovo ha una responsabilità maggiore e deve garantire che i processi si svolgano rispettando l’ordine morale. Il vescovo diocesano, nel segno della collegialità, si unisce alla forza dei tribunali regionali, interdiocesani e sinodali, ha spiegato monsignor Alejandro W. Bunge, uditore della Rota Romana e segretario della Commissione Speciale.

Nuovi tribunali diocesani. Per il bene di una vicinanza della Chiesa ai “fedeli feriti”, ora i vescovi diocesani hanno la potestà di avere i propri tribunali diocesani, e se fosse il caso anche a decidere che in quel tribunale, di fronte all’impossibilità di contare su un tribunale collegiale presieduto sempre da un chierico, ci sia un unico giudice, sempre un chierico.

Il vescovo ha aiuto. Se si fa la riforma è perché ci sono molti casi, e allora il vescovo avrà anche l’aiuto dei tribunali regionali o interdiocesani, ma sarà aiutato anche dal personale del suo tribunale.

3. Il matrimonio è indissolubile, non cambia una virgola…

Il cardinale Francesco Coccopalmerio, esperto canonista, ha precisato che la riforma riguarda la dichiarazione di nullità del matrimonio, che porta “in primo luogo a vedere se un matrimonio è nullo e poi, in caso positivo, a dichiararne la nullità”.

Ciò vuol dire che non si tratta di un processo “che conduca all’annullamento del matrimonio. Nullità è diversa da annullamento, dichiarare la nullità di un matrimonio è assolutamente diverso dal decretare l’annullamento del matrimonio”.

4. Il matrimonio è valido quando…

L’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, l’unico teologo del gruppo, ha ricordato che il matrimonio è valido in “assenza d’impedimenti”, rimarcando soprattutto l’importanza del “libero consenso dei nubendi”.

La dottrina, ha sottolineato, non cambia. “Il matrimonio è uno, si possono unire in matrimonio soltanto un uomo e una donna ed è impossibile una nuova unione matrimoniale durante la vita dei due coniugi”.

“Il matrimonio è anche indissolubile”, ha aggiunto. “Così è stato insegnato da Gesù e abbiamo nei Vangeli numerose testimonianze di questo insegnamento. La lettera agli Efesini ci ha spiegato che il matrimonio sacramentale non si può sciogliere perché è immagine ed espressione dell’amore di Cristo per la sua Chiesa… Il matrimonio deve essere anche aperto alla trasmissione della vita”.

5. Il matrimonio è nullo quando…

L’esperto teologo membro della Commissione ha spiegato che senza i requisiti precedenti “il matrimonio sarebbe nullo, cioè, non esisterebbe affatto”, e proprio perché c’è questo dubbio in molte persone c’era il desiderio di “offrire un mezzo rapido ma affidabile per risolverli e contribuire a pacificare le coscienze di molti cattolici”.

6. Rapidità nei tempi del processo… (massimo un anno)

Monsignor Alejandro W. Bunge, segretario della Commissione, ha rivelato che il processo per la nullità sarà breve, in una chiara apertura “alle ‘masse’”. 

“Qui il Giudice è il Vescovo, il quale si serve per la conoscenza dei fatti, di 2 Assessori, con i quali discute previamente sulla certezza morale dei fatti addotti per la nullità matrimoniale. Se il Vescovo raggiunge la certezza morale, egli pronunzia la decisione; altrimenti invia la causa al processo ordinario”.

7. La sentenza…

Non c’è doppia sentenza (conformità), ha confermato monsignor Bunge. Ciò significa che la sentenza affermativa contro la quale non viene presentato ricorso è esecutiva ipso facto. Se poi si propone un ricorso dopo una sentenza affermativa, questo può essere respinto a limine per l’evidente mancanza di argomentazioni.

Ciò può accadere in caso di appello strumentale, per pregiudicare l’altra parte; spesso la parte ricorrente non cattolica si è già risposata civilmente.

“Raro l’appello, perché vi e l’accordo delle parti e vi sono evidenti fatti circa la nullità; in presenza di elementi che inducono a ritenere l’appello meramente dilatorio e strumentale, l’appello potrà essere rigettato a limine”, ha infatti dichiarato monsignor Bunge.

Dettagli sul lavoro della Commissione e sulla volontà del papa

Monsignor Pinto, presidente della Commissione, ha detto che nel processo di realizzazione della riforma il papa ha voluto essere informato dall’inizio alla fine. 

Francesco “ha inteso solo perseguire quella che per lui è la massima legge: la salvezza delle anime”, e la riforma è stata votata quasi all’unanimità. Il presule ha poi confermato che il Successore di Pietro ha ascoltato alcuni esperti internazionali esterni alla Commissione, rimasti nell’anonimato.

Si tratta di soccorrere i fedeli che si allontanano dalla Chiesa sotto la seduzione della cosiddetta mondanità dei nostri tempi, ha spiegato monsignor Pinto.
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