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INCONTRO AL NATALE: ANTIFONE MAGGIORE

17/12/2025

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Dal 17 al 23 dicembre, vengono cantate nei Vespri alcune antifone particolari. Cominciano tutte con l’esclamazione di ammirazione: “O” (da qui il loro nome popolare di “grandi antifone O”). Si tratta di invocazioni ardenti rivolte dalla Chiesa al suo Salvatore. Dom Geranger diceva che queste antifone contengono tutto il midollo della liturgia dell’Avvento. Queste grandi antifone cantano di volta in volta i diversi aspetti messianici del Salvatore Gesù. Oggi, prepariamoci ad accogliere il Messia come Sapienza dell’Altissimo. Lasciamo che ci guidi sulla via della saggezza.

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Con la liturgia odierna ci imbattiamo in quelle che comunemente chiamiamo "Antifone O", ovvero le "Antifone maggiori". Sono denominate "Antifone O" proprio perché sono delle esclamazioni, esprimono il grido della Chiesa che invoca la venuta del Signore, evidenzia lo stupore che anima l'attesa. Ogni giorno il Messia è invocato con un "titolo" diverso che la Sacra Scrittura gli attribuisce.

La Chiesa esclama, grida la sua fervente attesa, manifesta il suo stupore. Per questo ci chiediamo: come stiamo vivendo questo ultimo tratto del percorso di Avvento? Il nostro cuore frema per l'attesa del Signore Gesù? Quanto e come attendo? Da quali sentimenti sono animato in questo tempo di attesa?
Sette sono le Antifone, cioè fino al giorno 23. E il 24? Quel giorno avremo una risposta certa e consolante. E sarà meraviglioso scoprire quella risposta! Lo vedremo insieme proprio il giorno 23.

Mentre ci poniamo le domande di cui sopra, quasi fossero un esame di coscienza per una riflessione nell'imminenza del Natale, vediamo quale "titolo" attribuisce oggi la liturgia al Messia.

Gesù è invocato come "Sapienza dell'Altissimo". Gesù è il "sapore" di Dio. La parola "sapienza" ha origine da "sapio-is", ovvero "che ha sapore" e "che da origine", e quindi dolcezza, che da senso a tutto l'universo ("che tutto disponi con forza e dolcezza"). Gesù è il sale, ma è anche la dolcezza che da gusto al mondo, che lo orienta verso la giusta direzione, da ordine, lo rinnova con il suo sacrificio d'amore, lo rigenera con la sua misericordia, lo inonda di speranza nuova.
Sei tu il mondo di Dio! E' dentro di te che Gesù viene a stabilire la sua tenda per abitarti e dare un senso vero e nuovo alla tua vita. Accoglilo, invocalo, attendilo!


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Gesù oggi è chiamato "Signore". E' un "titolo" che gli vien attribuito con l'evento della Risurrezione. Ma qui stiamo prima di quell'evento straordinario. Ciò mette in evidenza il suo essere Figlio di Dio, e quindi, della stessa sostanza del Padre.

Come Dio liberò il popolo d'Israele nel suo cammino esodale, così Gesù, che è Signore e ha "ogni potere in cielo e in terra", noi lo invochiamo perché ci liberi in questo nostro esodo, in questo nostro cammino dalla miseria umana, dalla fragilità, dal peccato.
Come un tempo il Padre ha liberato e ha sostenuto nel suo cammino il popolo di Israele, così oggi Gesù lo attendiamo continuamente perché liberi il nuovo popolo, sostenga il popolo della Chiesa, che è l'Israele di oggi.

Gesù è il Signore perché è la guida della Chiesa ("guida della casa di Israele"), è il "capo del corpo", come direbbe san Paolo in una sua lettera.
La Chiesa è si umana, ma ha un "capo", che è Cristo Signore. E' lui il pastore che la guida, che la sorregge, e quando l'uomo, o "gli uomini di Chiesa", cercano di impadronirsi del nuovo popolo, non fanno altro che distruggerla, che condurla nell'arido deserto, disperderla, confonderla. E' Gesù l'unico riferimento per la Chiesa, perché lui l'ha fondato. E non gli uomini.

Invochiamo oggi il Signore della Chiesa, colui che l'ha generato a prezzo del suo impegno d'amore, perché le dia nuovo vigore e nuova linfa vitale per essere nel mondo faro di speranza e stella che brilla nel buio della storia.


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Il testo originale diceva "O Radix Iesse", cioè "Radice di Iesse". Gesù oggi è invocato e atteso come "Radice", ossia come origine da cui scaturisce la vita.

Ma c'è un nome che compare, cioè "Iesse", che sarebbe il padre di Davide, il più grande tra i cantori di Dio, ma anche il più grande tra i peccatori redenti da Dio. Gesù è ancora più "grande", cioè sta alla radice di ogni grandezza di questa terra, è all'origine di ogni dinastia di questo mondo, fosse pure la più grande, la più riconosciuta, la più antica. E' lui l'origine di ogni grandezza, è lui che sostiene ogni cosa in questo mondo, fosse pure la più grande. Gesù, dunque, è la radice di tutto e di tutti. Ma è anche il "Germoglio" che spunta dal più grande peccato. Nonostante la miseria umana, Gesù fa scaturire il germoglio della sua misericordia, del suo amore, della sua tenerezza.

Il suo amore misericordioso si erge al di sopra di tutto e di tutti ("che ti innalzi come segno per i popoli"), è il vessillo dell'universo bisognoso di redenzione.
Invochiamo la nostra Fonte, la nostra Origine, la Chiave di volta della nostra esistenza, la Radice della nostra vita, della vita del mondo, perché ridia vigore alla nostra stanchezza, al nostro corpo stanco, alla nostra anima ferita dal peccato.


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L'immagine biblico-liturgico che l'Antifona ci presenta oggi è quella della "chiave". Dunque, Gesù è la Chiave. E' un'immagine suggestiva che, tratta sempre dalle pagine profondissime dell'Antico Testamento, ci presenta Gesù liberatore. Egli è colui che viene a liberare gli schiavi del peccato, quelli che sono incatenati dai legacci della miseria umana, quelli che gridano a lui perché oppressi nelle buie stanze di un'anima immersa nelle tenebre della paura e dello sconforto, come della disperazione e della malinconia ("Libera l'uomo prigioniero che giace nelle tenebre del peccato e nell'ombra di morte").

La chiave nella Bibbia assume un significato del tutto particolare: esso è, infatti, segno di potere. Comprendiamo perché tra le pagine dei Vangeli, troviamo un'icona, una tra le più solenni della vita di Gesù e degli apostoli, quella cioè, della consegna delle chiedi da parte del Cristo a Pietro. L'apostolo viene investito di un'autorità divina. E' l'autorità dell'amore. Egli, e dopo di lui tutti i suoi successori, il Papa e i vescovi, ha il potere di liberare l'umanità dal peccato; di aprire le porte di quelle coscienze sigillate dal marchio tremendo della miseria umana; di aprire i lucchetti che chiudono i catenacci avvolti intorno ai cuori che son caduti nella trappola della disperazione; di schiudere quei portoni che oscurano la vita degli uomini imprigionati nelle anguste celle di un fatalismo impressionante.

Pietro ha avuto il potere di potare la Chiave, di donare cioè, Cristo, di annunciarlo, di testimoniarlo. E questo è il compito della Chiesa oggi. La Chiesa possiede la Chiave giusta per rendere la vita dell'uomo "diversa": è Cristo la Chiave.


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Astro proviene dal latino "orior-oreris" e vuol dire "sorgere", "nascere", "venire fuori". Per cui, più che "Astro" è esattamente "Oriente", da dove nasce appunto, il sole. Gesù, che sta per venire, è l'Oriente dei credenti, è l'Astro che sorge, che viene fuori, che da vita, che illumina. 

Il Bambino Gesù che nasce nella notte, viene a portare la luce, ad illuminare il buio, a rischiarare le tenebre. Per questo, l'evangelista Giovanni, nel suo straordinario Prologo, dirà di Gesù: "La luce splende nelle tenebre". Gesù è l'Astro, il Sole, la Luce che illumina le tenebre del mondo, l'oscurità della nostra coscienza intaccata dal peccato.  Significativo risulta essere il fatto che oggi, giorno 21, segna il solstizio d'inverso, in cui la luce è di breve durata, risplende meno rispetto al resto dei giorni dell'anno. Ma a partire da questo giorno, la luce del sole comincia a splendere di più.

Questo evento astronomico si protrae generalmente per due-tre giorni, dunque fino al 25 dicembre, quando c'è praticamente una "rinascita" del sole, che raggiunge la sua "pienezza" con il solstizio d'estate a giugno. 

Dal 25 dicembre un "nuovo" ciclo solare comincia a diramare più luce , e la luce sempre più prende forma, accorciando il tempo della notte. Per questo, il giorno 25 dicembre fu scelto dai cristiani per celebrare la festa del Natale di Gesù. Gesù è il Sole che sorge dall'Oriente, colui che viene ad illuminare i giorni in cui la luce dentro di noi è più fioca ed è maggiormente adombrata dall'oscurità della notte. 

Noi, dunque, oggi invochiamo questa Luce che accorci il tempo dell'oscurità in noi, rischiari le tenebre che spesso ci avvolgono e ci incupiscono, irradi nuovi raggi che riscaldano il gelido del peccato che molte volte ci avvolge.


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In questa penultima "Antifona O", giungiamo a riconoscere Gesù nostro Re, nostra Guida. Chi è il re, se non colui che guida? La sua potestà sta nella capacità di guidare il popolo, di impegnarsi per la sua prosperità e il suo benessere, di adoperarsi per la sua incolumità. Gesù è il nostro Re, il nostro Re di pace e di giustizia, viene a mettere insieme tutti i popoli sotto la tenda del mondo, che lo guida verso la terra promessa dell'amore, garantisce la sua incolumità con il dono di sé.


La regalità di Gesù sta proprio nell'offerta della sua vita per il bene dell'umanità. In Gesù, Dio si fa carne, si fa uomo, si abbassa per redimere l'umanità. Il Natale ci fa contemplare l'abbassamento di Dio per portarci a contemplare in pari tempo l'innalzamento nostro. Tanto più Dio si abbassa, tanto più l'uomo si innalza. E' la logica sovversiva di Dio. La Scrittura ci parla spesso dell'abbassamento di Dio per il bene dell'umanità, fino a quel momento estremo della lavanda dei piedi e della morte in croce del Figlio.

Paradosso dei paradossi è lo stesso mistero del Natale. E' il mistero della "kenosi", dell'abbassamento divino, della spoliazione regale del Padreterno.
Dunque, parliamo di una regalità paradossale, eversiva e sovversiva allo stesso tempo. Solo Dio può pensare e fare "cose strane" come queste per dichiarare il suo amore all'umanità, a ciascuno di noi. Continuamente ci scrive "Ti amo" con l'inchiostro del suo sangue, della sua vita.
Oggi invochiamo il Gesù Re, ma un Re abbassato: lo invochiamo come Re che si chini sulle nostre ferite, sulle stigmate provocate dalla sofferenza che spesso dobbiamo sopportare, sul dolore che, piacente o meno, ci ritroviamo ad accettare.


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Non più un "titolo", ma un nome proprio: Gesù è chiamato con un nome specifico e programmatico: Emmanuele. Dall'ebraico, il nome "Emmanuele" significa "Dio con noi". E' il Dio che viene a stabilire la sua abitazione con noi, con la nostra povera umanità, che fa una scelta preferenziale per l'uomo, che sceglie liberamente di sporcarsi della polvere alzata dai passi della nostra fragilità.

Oggi, dunque, invochiamo e contempliamo il Dio che vorremmo sempre accanto, desideriamo abitasse sempre con noi, ci sostenesse nei momenti di maggiore bisogno, alimentasse la speranza di una vita più felice, ci salvasse dalla morsa del freddo del peccato. In una parola: L'Emmanuele.

Dio lo vogliamo sempre con noi, in ogni momento della nostra vita; desideriamo sentirlo sempre accanto, che ci sostiene nei momenti di difficoltà; speriamo di averlo sempre dalla nostra parte, perché possiamo sentirci maggiormente protetti in certe situazioni di disagio e di oscurità, quando facciamo fatica a vedere. E' il Dio con noi che invochiamo.

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