Gesù non ci consegna semplicemente un’esortazione morale, ma ci rivela una legge interiore: il cuore segue sempre ciò che ama. Non rimane mai vuoto, non resta sospeso. Si posa su qualcosa, e lì mette radici.
Se il nostro tesoro è il successo, il piacere o l’approvazione degli altri, il cuore si incatena e si appesantisce. Se il nostro tesoro è Cristo, il cuore si solleva, si purifica, respira cielo. La vera domanda allora non è: “Che cosa possiedo?”, ma: “Che cosa possiede me?”.
La tradizione legata a sant’Antonio di Padova rende questa verità ancora più concreta. Si racconta di un uomo avaro che, alla sua morte, non aveva il cuore nel petto: fu trovato nel forziere dove custodiva il suo denaro. È un’immagine forte, quasi crudele, ma estremamente chiara. Il cuore finisce dove ha posto il suo tesoro.
Se ama il denaro, si chiude nel denaro.
Se ama la terra, diventa terra.
Se ama Dio, si apre all’eterno.
Ma c’è un altro pericolo: non solo scegliere il tesoro sbagliato, ma restare interiormente legati a ciò da cui Dio ci ha liberati. La moglie di Lot ne è l’immagine drammatica. Il suo corpo uscì da Sodoma, ma il suo cuore vi rimase. Si voltò indietro non solo con lo sguardo, ma con il desiderio.
È la tentazione della nostalgia: rimpiangere il peccato, idealizzare il passato, trattenere nel cuore ciò che Dio ci ha chiesto di lasciare. E quella nostalgia immobilizza. Quando il cuore resta indietro, anche la vita spirituale si ferma.
Dio non ci chiama a restare a metà strada, con un piede nella grazia e uno nel rimpianto. Ci chiama a camminare verso la promessa. La benedizione non è dietro di noi: è davanti.
Il cammino, allora, è chiaro e unitario:
scegli il tuo tesoro con decisione,
custodisci il tuo cuore con vigilanza,
e non voltarti indietro.
Dio ci salva per donarci un cuore nuovo. E un cuore nuovo non vive di rimpianti: vive di promessa, e appartiene interamente a Colui che è il suo vero tesoro.
Paulus Minor
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