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2/3/2026

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Tratta da un'omelia della Seconda Domenica di Quaresima

C’è un’immagine che spesso accompagna la Quaresima: quella del cammino, del viaggio.
E quando si intraprende un viaggio, si preparano le valigie: non si trasloca l’intera casa. Si porta con sé soltanto l’essenziale, ciò che serve davvero per quei giorni.

La Quaresima è proprio questo: il tempo opportuno per tornare all’essenziale della nostra vita. È un’occasione per fermarsi, fare il punto della situazione, concedersi uno spazio di profondità e rientrare in se stessi.

È un tempo favorevole per porsi una domanda sincera: come sto?

Quante volte ci sentiamo rivolgere questa domanda in modo distratto, quasi formale. Ma la Quaresima ci invita a rivolgercela con serietà:
Come sto in questo momento della mia vita? Sono sereno? Sono stanco? Appesantito? Sfiduciato? Oppure speranzoso, in ricerca, in attesa?
Come sto con gli altri? Come sto con Dio? Come sto con me stesso?
Che cosa desidero davvero? Chi voglio essere per vivere con autenticità e per essere un buon cristiano?

E ancora: la Parola del Signore che ascoltiamo ogni domenica ha qualcosa da dire alla mia situazione concreta, oggi? Oppure mi scivola addosso, distante, estranea?

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il comando rivolto ad Abramo: «Vattene dalla tua terra». Ma nel testo originale ebraico quella parola contiene sfumature più profonde. Potremmo tradurla così:
- Va’ in te stesso: entra nel tuo cuore, scava, non aver paura di fare verità dentro di te.
- Va’ verso di te: avvicinati alla tua autenticità, abbi cura di te, riscopri la tua vocazione.
- Va’ per te: obbedisci a Dio per il tuo bene, per la tua gioia.

Abramo obbedisce senza garanzie. Non ha prove, non ha certezze tangibili: ha soltanto una parola e una promessa. E si fida. Perché sa che il Signore è fedele.

Anche noi, nella vita, ascoltiamo davvero solo chi stimiamo e di cui ci fidiamo. Allora la domanda diventa: quanto mi fido della Parola di Dio? La percepisco come un ostacolo, o come una presenza che desidera il mio bene?

Nel Vangelo, la voce del Padre è chiara: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo».
Ecco il cuore della vita cristiana: ascoltare Gesù, cioè ascoltare e poi mettere in pratica.

La fede non è il ricordo di una bella storia imparata da bambini. È una bussola per orientare le scelte concrete, per dare risposta ai desideri più profondi del cuore.

Certo, non è facile fidarsi, soprattutto quando la fede si scontra con la solitudine, con la malattia, con i momenti bui. La croce è reale, fa male, pesa.

Ma la Quaresima non è un viaggio senza meta. La meta è la Pasqua.
La croce non è l’ultima parola: è il passaggio verso una vita trasfigurata.

Se vogliamo che anche la nostra esistenza sia illuminata, dobbiamo accogliere quell’invito: entrare in noi stessi, fidarci, ascoltare il Figlio amato.

Perché la promessa fatta ad Abramo è la stessa promessa rivolta a ciascuno di noi: attraversare le croci della vita con la speranza di una luce più grande, di una Pasqua che non delude.

Ed è questa la grande certezza della fede: il cammino conduce alla vita. Sempre
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