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IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA... E IL NOSTRO

28/8/2025

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'Cari fratelli e sorelle, celebrare il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni''.
BXVI


Anche oggi si può essere esposti ad un «martirio», sia pure non violento, ogni volta che ci si trova dinanzi al tentativo di far tacere voci scomode che proclamino la Verità. A volte, purtroppo, anche in ambiente ecclesiastico.

Sant’Agostino nel suo Sermo 94/A, spiegò bene che il martirio del Battista derivò dall’aver difeso la Verità che, apparendo scomoda alle orecchie dei malvagi, arriva a generare odio. E fu profetico quando precisò: «Hi sunt fructus futuri saeculi», questi sono i frutti del mondo futuro.

Sant’Agostino volle pure precisare – e sembra parlare agli occidentali di oggi – che «nessuno dovrebbe dire: “Non posso essere martire perché i cristiani oggi non sono perseguitati”, in quanto se Cristo è la verità, soffre per Cristo chiunque viene condannato per la verità», e «omnia tempora patent martyribus», tutti i tempi sono aperti ai martiri. «Forse perché è cessata la persecuzione da parte dei sovrani della terra, per questo non infuria il diavolo?», si chiede il Vescovo d’Ippona. «No, l’antico avversario è sempre instancabilmente all'opera contro di noi, perciò non dobbiamo dormire. Ci trama lusinghe, agguati, ci ispira cattivi pensieri; per farci cadere in modo peggiore», ossia risucchiandoci piano piano nel gorgo infernale dell’apostasia. Precisa, infine, Agostino che «dobbiamo pensare sempre che il diavolo, nostro tentatore e persecutore, non si stanca mai di tramare contro di noi, e noi nel nome e con l’aiuto di Dio nostro Signore non stanchiamoci mai di combattere con ardore contro di lui, perché in qualche occasione vinca su di noi».

San Giovanni Battista è morto martire perché non ha fatto sconti ad Erode. Non ha tentato un “dialogo” per trovare punti d’incontro o soluzioni “misericordiose”. Non ha lanciato “ponti” ad Erode per ascoltare anche le sue ragioni. Non ha voluto usare un particolare “discernimento” per verificare se nella particolare situazione del re vi fosse qualche elemento per attenuare o eliminare la sua responsabilità. Non ha ritenuto di essere tanto “misericordioso” da evitare di gridare ad Erode davanti a tutti: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!». Non ha voluto considerare se nel rapporto irregolare tra Erode ed Erodiade vi fossero comunque “semi di verità”.

No, Giovanni il Battista è stato ucciso per aver sostenuto che la Verità non può essere “seminata” qua e là, a proprio uso e consumo.

Concludiamo, quindi, con le parole dell’invocazione impetrata da Benedetto XVI durante l’Angelus del 24 giugno 2007: «Invochiamo l’intercessione di San Giovanni Battista, insieme con quella di Maria Santissima, perché anche ai nostri giorni la Chiesa sappia mantenersi sempre fedele a Cristo e testimoniare con coraggio la sua verità e il suo amore per tutti». Sancte Joannes Baptista ora pro nobis et pro sancta Ecclesia Dei.
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SIAMO LO SFORZO CHE ABBIAMO FATTO

11/8/2025

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Uno degli uomini più geniali e inquieti del Novecento è stato senz'altro il filosofo Ludwig Wittgenstein, che contiene la frase diventata proverbiale: «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Apparteneva a una delle famiglie più ricche d'Europa, ma dopo la Prima guerra mondiale rinunciò all'intera eredità e andò a insegnare come maestro elementare nei villaggi rurali più poveri dell'Austria. Non era un credente nel senso classico del termine, ma fu un uomo alla ricerca di Dio. Scrisse: "Pregare è pensare al senso della vita". Verso la fine della sua esistenza, come un testamento interiore, annotò: "Il mio corpo è stato l'involucro del mio sforzo". Non disse "dei miei successi", né "dei miei titoli" o "delle mie opere". Ma dello sforzo. Noi siamo lo sforzo che abbiamo fatto. Il nostro valore non sta nei risultati ottenuti, ma nell'impegno quotidiano, nella fedeltà silenziosa, nei piccoli gesti di chi veglia anche quando nessuno lo vede. Come fece lui, tra le montagne dimenticate dell'Austria.

Anche il Vangelo ci parla di servi rimasti vigilanti fino alla fine. Il padrone, tornando in un'ora inaspettata, trovandoli svegli, si cinge i fianchi e si mette lui a servirli. È un capovolgimento commovente: non il servo che serve il Signore, ma il Signore che serve i suoi servi fedeli. E questi servi non sono beati perché hanno fatto cose straordinarie, ma perché sono rimasti svegli. "Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli". Hanno atteso, creduto, vegliato... anche se il padrone sembrava tardare.
E noi? Anche a noi sarà capitato di "addormentarci" nella nostra vita di fede, di abbassare la guardia, di perdere il fervore. La fede non è uno slancio iniziale, è una fedeltà quotidiana. Come l'amore vero tra due persone: non si misura in giorni, ma in anni. Non si vive per un momento, ma per una vita intera.

In conclusione. La frase di Wittgenstein "Il mio corpo è stato l'involucro del mio sforzo", è davvero una fotografia della vigilanza evangelica di cui ci parla Gesù. Ma oggi l'idea dello "sforzo" sembra non riscuotere molto successo. Viviamo in una cultura che esalta la comodità, che cerca di facilitare tutto, di raggiungere il massimo con il minimo sforzo. È la logica diffusa anche in una certa "pedagogia della facilità", che vorrebbe trasformare ogni apprendimento in gioco, in divertimento senza nessuno sforzo o sacrificio. Ma sforzarsi, imparare a sacrificarsi, è ciò che ci fa crescere davvero, che ci rende umani. Anche l'intelligenza artificiale, che è uno strumento formidabile a servizio dell'educazione, non deve rendere l'apprendere più banale, ma più profondo, più serio, più qualificato. E questo, ancora una volta, esige sforzo. Quando il Signore, come promesso, verrà "Nell'ora che non immaginate viene il Figlio dell'uomo", ci ricompenserà non per i risultati ottenuti, ma per lo sforzo di restare svegli, nonostante gli abbiocchi.
​Wittgenstein diceva anche: "L'uomo è l'essere che deve continuamente superare se stesso" e "Il lavoro sulla propria vita spirituale è come quello su un'opera d'arte". E allora, non dimentichiamolo mai: non siamo ciò che abbiamo ottenuto, ma lo sforzo che abbiamo compiuto per ottenerlo. Non siamo ciò che conquistiamo, ma Chi abbiamo scelto di servire. E allora, nel silenzio delle nostre giornate ordinarie, tra le fatiche invisibili e le veglie solitarie, possiamo custodire una certezza: ogni sforzo che non ha cercato applausi, ogni fedeltà che ha resistito al sonno del disincanto... tutto questo è visto da Qualcuno. Alla fine, questo Qualcuno che abbiamo servito con fedeltà, ci farà sedere alla sua mensa, e passerà Lui a servirci.
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