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ECCO COSA SUCCEDERÀ SUBITO DOPO LA NOSTRA MORTE: IL GIUDIZIO DI DIO. INFERNO- PURGATORIO-PARADISO.

31/8/2023

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ECCO COSA SUCCEDERÀ SUBITO DOPO LA NOSTRA MORTE: IL GIUDIZIO DI DIO. INFERNO- PURGATORIO-PARADISO.
(Venerabile Fulton J. Sheen, da “A preface to Religion – Vi presento La Religione”)

​Riferendoci al Giudizio particolare di Dio, subito dopo la morte, in che cosa consisterà? Sarà una valutazione di te stesso, come tu sei realmente…

Quando verrà il momento esatto del Giudizio, ci toglieremo questi occhiali affumicati e ci vedremo così come noi siamo in realtà. Ora che cosa sei in realtà? Tu sei ciò che tu sei, non per le tue emozioni, i tuoi sentimenti, i tuoi gusti, e i tuoi disgusti, ma per le tue scelte. Le decisioni della tua libera volontà saranno il contenuto del Giudizio.

Il Giudizio particolare, subito dopo la morte, è un qualcosa come essere fermati dalla polizia stradale, se si eccettua il fatto che, grazie al Cielo, il Buon Dio non è così severo come un poliziotto. Quando siamo fermati, Dio non ci dice: “Che genere di macchina avete guidato?”. Presso di Lui non vi è accezione di persone: Egli ci domanda soltanto: “Hai guidato bene? Hai osservato le norme?”. Alla morte lasciamo dietro a noi i nostri veicoli, cioè le nostre emozioni, pregiudizi, sentimenti, la nostra condizione di vita, i nostri vantaggi, le accidentalita’ del talento, della bellezza, dell’intelligenza e della posizione. Perciò non avrà importanza presso Dio se siamo stati disgraziati, ignoranti o detestati dal mondo. Il nostro giudizio sarà basato non sulle nostre disposizioni psicologiche o sulla posizione sociale; ma sul modo in cui avremo vissuto, sulle scelte che avremo fatto e se avremo obbedito alla Legge di Dio.

Non pensare perciò che al momento del Giudizio potrai discutere il caso. Non ti sarà permesso allegare alcuna circostanza attenuante, non potrai esigere un ricorso, né una nuova giuria e neppure appellarti al fatto di un processo ingiusto. Tu stesso sarai tuo giudice. Tu stesso la tua giuria; tu pronuncerai la tua sentenza. Dio sancirà semplicemente il tuo giudizio.

Che cos’è il Giudizio? Dal punto di vista di Dio, il Giudizio è un riconoscimento.

Ecco due anime che appaiono dinnanzi a Dio, nell’istante dopo la morte. Una è in stato di Grazia, l’altra, no. Il Giudice Divino guarda all’anima in stato di Grazia: vi vede la rassomiglianza con la Sua Natura, poiché la Grazia è partecipazione alla Natura Divina. Proprio come una madre conosce il suo bambino per la rassomiglianza di natura, così anche Iddio conosce i propri figli per rassomiglianza di natura. Egli conosce se siamo nati da Lui. Vedendo in quelle anime la propria rassomiglianza, il Sovrano Giudice, Nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, dice: “Venite benedetti dal Padre Mio. Vi ho insegnato a dire Padre Nostro. Io sono Figlio per natura, voi siete figli per adozione. Venite nel regno che ho preparato per voi da tutta l’eternità”.

L’altra anima, invece, che non possiede i tratti famigliari e la somiglianza con la Trinità, viene ricevuta in un modo ben diverso dal Giudice Supremo. Come una madre sa che il figlio di una sua vicina non è proprio suo, perché non vi è partecipazione alcuna alla sua natura, così anche Gesù Cristo, non vedendo nell’anima peccatrice partecipazione alcuna alla sua natura, può dire soltanto queste parole che significano il non riconoscimento: “Non ti riconosco”. Ed è cosa ben terribile non essere riconosciuti da Dio! Tale è il Giudizio dal punto di vista di Dio.

Dal punto di vista umano, è pure un riconoscimento, ma un riconoscimento di idoneità o di non idoneità. Un distinto visitatore viene annunciato alla porta, ma io mi trovo con i miei abiti da lavoro, con le mani e la faccia sporca. Non sono in condizione di presentarmi dinanzi a un così augusto, importante visitatore e io mi rifiuto di vederlo, finché non possa migliorare la mia presenza.

Un’anima macchiata di peccato si comporta proprio nello stesso modo, quando si presenta al Giudizio di Dio. Essa scorge da una parte la Maestà, la Purezza, e lo Splendore di Dio e dall’altra, la sua bassezza, la sua colpevolezza, la sua indegnità. Non implora, non discute, non perora il caso. Essa vede e dal profondo emerge il suo giudizio: “O Signore, io sono indegna!”.

L’anima macchiata di peccato veniale si getta nel Purgatorio a lavare la sua veste battesimale; ma l’anima irrimediabilmente macchiata dal peccato mortale, l’anima morta alla Vita Divina della Grazia, si precipita nell’inferno con la stessa naturalezza con cui una pietra abbandonata dalla mia mano cade al suolo.

Tre destini possibili ti attendono alla morte:
Inferno: Dolore senza Amore.
Purgatorio: Dolore con Amore.
Paradiso: Amore senza Dolore.
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SE IL NOSTRO CORPO DICE CHI SIAMO

9/8/2023

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Corpi al sole. L’umanità è varia, soprattutto in spiaggia dove il fisico non farà il monaco, ma comunque può dire molto sul bagnante e forse più degli abiti che tornerà a vestire alla sera. Un dato che i corpi in costume gridano a tutti è il tasso di attenzione della persona per il suo stesso fisico.

Profili di giare appoggiati su esili gambette, divanetti adiposi, colli trasformati in gorgiere di pelle e grasso, arti gonfiati a duemila bar, magrezze anoressiche, deretani e seni che da tempo hanno alzato bandiera bianca contro le Forze della Gravità, invincibile armata che anno dopo anno diventa sempre più spietata. La spiaggia così diventa un palcoscenico di un’umanità che sarà pur santa – in dubio pro reo – ma di certo non bella esteticamente, gioventù compresa.

In genere, mimando la scusa della volpe che non riusciva a raggiungere l’uva, ci si difende conl'affermare che l’importante è la bellezza interiore, la preziosità della propria anima. Vero, ma noi siamo anche il nostro corpo. Non abbiamo un corpo, ma siamo esseri corporei. Già lo spiegava Aristotele e la Chiesa ha fatto suo questo principio: la persona è sinolo, cioè unione strettissima, di forma e materia, di anima e corpo. Quest’ultimo viene qualificato come tempio dello Spirito Santo solo quando il discorso finisce sul sesto comandamento o quando si scivola su qualche vizio come il fumo e l’abuso di alcol. Ma se il corpo è tempio dello Spirito Santo allora bisogna custodire questo tempio e semmai restaurarlo se andato in malora. E ciò per più motivi.

In primo luogo la nostra natura è in continua tensione verso il perfezionamento di tutta la persona umana. Noi abbiamo il dovere morale di migliorare noi stessi, un dovere perfettivo che si articola in tutte le dimensioni, anche quella corporea. Sicuramente le virtù teologali e cardinali valgono molto di più che un addome scolpito, ma una cosa non esclude l’altra. Il dovere di essere il meglio di noi stessi coinvolge la totalità della persona e quindi anche il suo aspetto fisico. L’importante, come è ovvio, è rispettare la gerarchia tra corpo e anima. Vale molto più questa che quello, banale a dirsi.

E dunque se Tizia ha un’attenzione maniacale verso lo smalto delle sue unghie, ma non si inginocchia mai davanti ad un tabernacolo – forse anche per il timore di ulcerare o solo arrossare le ginocchia – significa che il suo vero Dio non è in quel tabernacolo, ma in una boccettina di smalto color pesca. Chiaro è che il corpo può essere oggetto di attenzione narcisistica o di ossessione, ribaltando così la gerarchia naturale di cui sopra. Ma i girovita infiniti e gli indici di massa corporei elefantiaci – al di là naturalmente di patologie connesse – spesso testimoniano anche l’esistenza di un’obesità della volontà che non riesce più a concepire lo sforzo di fare sport e la fatica di rinunciare a quel fromage francese così irresistibile.

A volte un sano narcisismo è utile per combattere la pigrizia. La cura del corpo aiuta anche lo spirito:praticare uno sport ed essere attenti all’alimentazione è una palestra anche per l’anima che si abitua alle rinunce, alla determinazione, alla perseveranza, all’esercizio dell’umiltà, al sapore della sconfitta e al dolore. Quindi, in prima battuta, siamo chiamati a perfezionare la natura, a diventare – per quello che è possibile e tenendo conto di altre priorità – anche più belli. É il preludio di quello che attenderà i beati. Alla risurrezione dei corpi, l’aspetto fisico degli eletti sarà magnifico. In Paradiso sono tutti bellissimi. Dei Brad Pitt e Angelina Jolie al cubo, tanto per intenderci.

Ciò significa che la bellezza è un valore a cui tendere e dunque un talento già su questa terra. Di certoun talento che vale meno di altri – intelligenza, mitezza d’animo, etc. – ma pur sempre un talento. La sacra Sindone ci restituisce l’immagine di un Uomo dall’aspetto regale: le proporzioni perfette, le spalle larghe, il busto virile, il volto severo, il fisico asciutto. Sfigurato nel viso e martoriato nelle carni, la bellezza di quel corpo non è stata però intaccata. Dio ci chiama ad essere belli, dentro e fuori. Una chiamata che è anche al servizio dell’apostolato.

In una società fortemente estetizzante come la nostra indispone non poco incontrare il sacerdote malvestito perché spesso in borghese (cioè fuori servizio), eppure clergyman e talare fanno eleganti tutti; il conferenziere chiamato in parrocchia che veste come i testimoni di Geova; la catechista ambientalista con la ricrescita dei capelli in orgogliosa bella vista; l’ “educatore” d’oratorio che più nerd non si può; la responsabile dell’associazione cattolica che pare una mondina del primo novecento. Il biglietto da visita che diamo agli altri, nolenti o volenti, è il nostro aspetto fisico. Se dobbiamo attrarre gli altri a Cristo, che il Bello per eccellenza, e noi siamo impresentabili, chi ci seguirà? Che il nostro fisico dunque sia lo specchio della nostra anima. Se questa deve essere in grazia di Dio che lo sia anche il nostro aspetto che, in un certo qual modo, comunica il nostro mondo interiore.

L’incarnazione significa anche usare dei sema del mondo – sempre che non siano falsi – percomunicare agli altri che utilizzano lo stesso linguaggio. In parole povere, se mandate a parlare sulla castità a dei giovani il professor Adalgiso De Orridis che si presenta con panzetta d’ordinanza, riporto, pelle seborroica, occhiali con lenti a fondo di bottiglia, giacca in tessuto scozzese e cravatta con fantasie di animali, state pur certi che il De Orridis anche se preparatissimo sortirà l’effetto opposto a quello desiderato dagli organizzatori della conferenza, incrementando esponenzialmente gli amplessi pre-matrimoniali. É questione di credibilità, non di superficialità, che passa anche, ma non solo, per un fisico curato e un abbigliamento alla moda.

In secondo luogo la cura del proprio corpo, mangiando sano e facendo attività fisica, significa anche tutela della salute. Se la vita è dono preziosissimo, questa esige un rispetto altrettanto attento. Infine il valore del corpo, per il cristianesimo, è testimoniato anche dal dogma della resurrezione. Il corpo non è un orpello, un accessorio del nostro essere, o peggio una gabbia da cui liberarci, come la intendeva Platone o come la intendono i buddisti. Ma è ciò che determina la nostra identità in questo mondo, così prezioso che Dio lo chiama all’eternità.

​di Tommaso Scandroglio
Dal sito della Nuova Bussola quotidiana
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DARWIN: IL RE È NUDO, EPPURE LA PARATA CONTINUA

12/2/2023

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Oggi, 12 febbraio, è il Darwin Day, il giorno di Darwin, celebrazione che si tiene ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua nascita, in onore del biologo e naturalista britannico celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie vegetali e animali per selezione naturale.

Nel Darwin Day è tutto un trionfo di razionalismo e laicità, sebbene la teoria della selezione sia sempre più screditata e, molto spesso, contestata anche da scienziati di scuola evoluzionista. 

Ecco un nuovo articolo. L’autore, Christian Peluffo, ha scritto Einstein non credeva a Darwin. Il dogma infranto dell’evoluzionismo.


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Sorvolando sulle varie ammissioni di scienziati evoluzionisti contro la loro teoria di riferimento, ritengo sia importante comunicare alcune fondamentali informazioni al nostro ideale interlocutore darwinista, importanti per stimolarlo almeno ad un’oggettiva ricerca sul citato paradigma.
Sarò sintetico, anzi quasi telegrafico.
Sono stati rinvenuti oltre un miliardo di fossili, ma nemmeno uno testimonia una transizione, tanto che H. Gee, internazionale paladino di Darwin e seguaci, ha equiparato ogni linea evolutiva propagandata in musei e manuali a favole della buona notte.
Dal canto loro due insigni paleontologi, S. J. Gould e N. Eldredge, pur di non abbandonare la tanto amata evoluzione hanno ideato la teoria degli equilibri punteggiati, la quale, disperatamente, afferma il trasformismo delle specie nonostante ammetta l’anti-trasformismo dei fossili.
Non solo a livello biologico, anche in ambito squisitamente matematico l’origine della vita dalla non vita è impossibile.
Infatti, secondo sofisticate proiezioni, è straordinariamente più probabile che due persone estraggano casualmente il medesimo atomo fra tutti quelli presenti nell’universo, che la prima cellula si sia formata dal caso; secondo F. Hoyle, celebre matematico e fisico agnostico, tale probabilità è pari a circa 0, 39.999 zeri consecutivi 1 (la probabilità della medesima estrazione si aggira sullo 0, 60 zeri consecutivi 1 – 0,80 zeri consecutivi 1)
Lo stesso A. Oparin – genetista ateo, guarda caso fondatore della teoria dell’abiogenesi – ammise che la possibilità che la prima proteina sia nata dal caso è quella che si avrebbe se, buttando all’aria una cassa piena di caratteri tipografici separati fra loro, quest’ultimi atterrassero formando, ordinate e pronte alla lettura, tutte le opere di Shakespeare.
Si, stiamo scrivendo della prima proteina, nemmeno della prima cellula o della prima semplice forma vivente.
Ormai è accettato dalla comunità dei genetisti che il DNA umano è in degradazione, in involuzione…cioè tutto il contrario di quanto propagandato dai discepoli di Darwin. J. Sanford, uno dei più eminenti genetisti al mondo, ha indicato tale evidenza citando varie attestazioni sperimentali di scienziati anche evoluzionisti e ben spiegando che la degradazione del DNA delle specie s’incastra perfettamente non solo con le logiche della genetica, ma anche con quelle della fisica e, aggiungerebbe qualunque onesto naturalista, con la storia della biodiversità terrestre.
Infine mi appello alla semplice aritmetica; se, come affermano le teorie evoluzioniste, la vita sulla Terra sarebbe apparsa dai 2,7 ai 3,9 miliardi di anni or sono, come possono essersi evolute in quel lasso di tempo centinaia di milioni di specie dalla prima elementare forma vivente?
Proiezione tutt’altro che esagerata; infatti, non contando i vari tipi di cellule intra-corporee, è necessario considerare l’immenso cosmo dei batteri, flora intestinale compresa, nonché le piante, i funghi, gli animali, le specie viventi e la sterminata massa di quelle estinte… Si pensi ad esempio che gli artropodi tropicali attuali sono rappresentati dai 2,4 ai 10,2 milioni di specie, molte ancora sconosciute.
Oltretutto, affermano gli stessi evoluzionisti, prima del Cambriano, era geologica approssimativamente concretizzatasi 500 milioni di anni or sono, la biodiversità era desolatamente misera.
L’evoluzionismo non può dunque giustificare l’immenso corredo di forme viventi, e specialmente non può farlo il neo-darwinismo, per il quale il processo evolutivo è lentissimo, spesso quasi impercettibile.
Per sciogliere i fondamentali nodi riportati in questo articolo è necessario introdurre il ben conosciuto concetto della micro-evoluzione (adattamento anche relativamente marcato, non lento, visibile, accertato, generalmente determinato da un impoverimento genetico) e della macro-evoluzione (evoluzione autentica, scientificamente impossibile).
È inoltre necessario ammettere l’intervento di un essere superiore, creatore, ordinatore.
Tuttavia, ne sono certo, il nostro interlocutore evoluzionista non aprirà mai la porta alle scienze naturali che bussano, non importa quanto possano battere forte, non importa se lo fanno insieme al buon senso, alla matematica, alla fisica, alla logica.
Egli la aprirà solo se avrà l’accortezza (o l’umiltà?) di comprendere che è tenuta ben chiusa da decenni di pervasiva e disonesta propaganda, ma soprattutto da una particolare ideologia, da un modo d’intendere l’uomo e la vita che si conforma perfettamente con la materialista, edonista e nichilista mentalità dell’Occidente odierno.
Su queste ultime dinamiche l’evoluzionismo è innestato, a causa di queste dinamiche l’evoluzionismo vive.
Scegliendo fra le tesi dei due Alberto, ognuno è libero di concedere credito ad Angela, ma chi vuole farlo non chiami in causa la scienza: regga pure lo strascico all’imperatore nudo, ma non lo faccia in nome della scienza.
“Considero le dottrine evoluzioniste di Darwin, Haeckel, Huxley, come tramontate senza speranza” (Albert Einstein).

Christian Peluffo
Dal blog di Aldo Maria Valli
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SE L'ABBIAMO MAI CREDUTO

24/12/2022

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NATALE 
​SE L'ABBIAMO MAI CREDUTO

Quando siamo coinvolti in un confronto spesso noi pensiamo che in caso di nostra sconfitta l’avversario si fermerà. Che si accontenterà di quanto ha ottenuto, di quanto diceva di volere ottenere, e non spingerà ancora più in là le sue pretese. Che avrà pietà di noi. Che non ci distruggerà.
Oh, illusione. Noi cristiani siamo dalla parte dell’unico che ha davvero pietà e misericordia. Chi si oppone, beh, si oppone anche a quelle. Non saremo risparmiati, non più di quanto fu risparmiato Cristo.

Pensavamo che il mondo che avevamo faticosamente costruito andasse bene, ai più. Che ciò che avevamo ottenuto potesse bastare, perché è ciò che è più conveniente per l’uomo. Che la bellezza, la giustizia, la verità che avevamo fatto rifulgere fossero un risultato che nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione. Anche qui, illusi. Le nostre conquiste sono state smontate, distrutte, oltraggiate. Il grido di chi vuole ciò che è ingiusto risuona più forte dei lamenti dei deboli.

“Cosa te ne importa a te se fanno così? E’ la loro libertà, non tocca mica la tua”. Quante volte me lo sono sentito dire, anni addietro. Quegli stessi ora tacciono, non so se soddisfatti, sbigottiti o dimentichi. Ora vieni imprigionato se osi chiamare qualcuno con il pronome indesiderato, o se preghi silenziosamente, se ti opponi alla morte o se pensi di proteggere i tuoi figli dall’indottrinamento che li uccide nel corpo e nell’anima. Sei additato come pericoloso, e lo sei veramente, perché i potenti non possono sopportare quando il vero si scontra con la loro menzogna. La libertà senza verità è ciò di cui sta morendo il nostro tempo.

Ma qual è la causa ultima di tutto ciò? Com’è stato possibile? Ve lo dirò: abbiamo perduto la fede.
Non crediamo più che il bene possa vincere (se l’abbiamo mai creduto). Non crediamo più che ci sia una verità dalla quale non ci si deve distaccare, fosse anche sacrificando la propria vita (se l’abbiamo mai creduto). In una parola, non crediamo più in Dio (se l’abbiamo mai creduto). Oh, sì, magari crediamo in un dio nebuloso, lassù, soddisfatto dai riti, incapace di muovere il mondo e renderci felici. Come dire, nessun Dio,

Abbiamo perduto la fede: scettici, stanchi, delusi. Umani.
Proprio come tutti gli altri uomini, in ogni tempo. E’ per questo che Dio si è scomodato a venire da noi carnalmente, a farsi trovare, a nascere e morire. Perché la nostra fede si poggiasse su qualcosa che non sono idee, ma carne.
Neanche i suoi discepoli avevano molta fede. Forse ancora meno di noi (se ce l’abbiamo).

Com’è che si acquista, questa fede? Non si trova sotto l’albero, non è possibile farsela recapitare da Amazon. Ci sono volti da guardare, fatti da guardare, sì, ci sono ancora. La fede ancora brilla in posti inattesi, come un profumo versato la cui fragranza continua ad aleggiare anche dopo che è stato ripulito. La si riconosce, volendo. Bisogna guardare, e vedere, e paragonare il nostro cuore con quello che abbiamo veduto, in maniera che possiamo credere a ciò che non abbiamo veduto. Non saranno le circostanze a vincere. Non sarà ciò che è male, malgrado l’apparenza: che è appunto apparenza, e non sostanza.
In fondo è questo il Natale, quello vero. L’annuncio di una vittoria, per chi ci ha creduto.

​dal blog di Berlicche
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IL POLYAMORE E L'ANARCHIA SESSUALE

11/12/2022

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​Una volta (tipo fino all'altro ieri) c'erano le coppie promiscue, o quelle in cui l'uno o l'altro coniunge si faceva prendere dalla fregola sessuale e sviluppava la tendenza a tradire il proprio partner con rapporti occasionali una tantum o reiterati o, peggio, mettendo in piedi relazioni adulterine durature. Coppie che andavano in crisi, coppie che si riconciliavano, coppie che saltavano, con tutto il loro coté di sofferenza e rancore, talvolta immarcescibili, specie quando di mezzo c'erano i figli.
Da qualche anno, collettivi bolognesi di gente coi capelli blu hanno deciso che tutto quello che prima faceva problema per una normale coppia monogama in realtà si può fare, anzi, si dovrebbe, perché sarebbe un gesto etico e politico. Seguire le sublimi traiettorie del proprio cazzo/figa alla ricerca di chiavatine estemporanee nella violazione del patto di corresponsabilità e cura che la relazione monogama comporta, da oggi non è più un problema: essere stronzi o zoccole oggi lo chiamiamo POLYAMORE, e quello che prima suscitava scrupoli morali, oltre che serie conseguenze materiali, adesso è anarchia relazionale: un colpo al cerchio e uno alla botte, con una sola manovra ti ho sdoganato il disimpegno, l'irresponsabilità, la scarsa considerazione dell'altro, l'egoismo, il narcisismo, l'erotomania e quant'altre schifezze e ti ci ho pure passato sopra uno spesso velo di vernice cromata che non solo queste cose te le depenalizza moralmente consentendoti di sputtaniare o porcheggiare in giro, ma ti dà pure uno statuto da guerriero anti-sistema delle sacerrime istanza progressive.
Scopicchiare in giro adesso è un atto politico di manomissione delle strutture oppressive di una società veteropatriarcale che genera orizzonti normativi soffocanti e liberticidi organici ad un potere che riproduce le proprie inique meccaniche impedendo di scoparmi il tipo troppo bono nel cesso del bar.
La coppia poliamorosa (perché poi, sempre da una struttura diadica si deve partire, e a cui inevitabilmente si torna, ops) racconterà se stessa come di un'entità emotivamente e intellettualmente così evoluta che la gelosia e tutti quegli orrori che allignano preso l'orrida e stolida coppia monogama sono svaniti da mo, che "tra noi vige un patto assai più puro e autentico di quello finto e ipocrita che lega le coppie monogame, che siamo in grado di gestire le più annose crisi e la più laocontica complessità con la forza dirompente ed etica del superpolyamore yeah"; il poliamoroso ti dirà che l'amore e la forza fondamentale dell'universo, una potenza circumradiante inarrestabile che non può e non deve essere imbrigliata in una struttura rigida ma deve potersi esprimersi ed espandersi generando consapevolezza e bellezza; sembra non sospettare neppure lontanamente che quello che dice è contradditorio, giacché se l'amore è una forza fondamentale e totalizzante di tipo qualitativo, la sua più libera espressione non richiede estensioni quantitative e reduplicazioni infinite, ma si può al contrario realizzare autenticamente solo secondo un patto di solidarietà sponsale che sta in piedi esclusivamente in una relazione monogama sana, cioè la forma più semplice in cui la dimensione non quantitativa dell'amore si invera, adattandosi senza forzature alla struttura relazionale diadica.
In realtà questa è gente che non trova pace e deve fare i giochini, le pazzielle, anche a 40 anni e più, e ha bisogno di alibi per fare le proverbiali zozzerie davanti agli altri senza che la gente arricci il naso.
Per tacere dello strutturale sbilanciamento interno alle dinamiche poliamorose in cui è tendenzialmente la donna a redistribuire i propri favori e organizzare la vita pratica della coppia poliamorosa e il maschio è, prevedibilmente, ridotto ad un cicisbeo che echeggia il più delle volte i decreti supremi della padrona (che cazzo di poliamore deve fare il maschio medio, è già tanto se nella vita, stanti le attuale regole del mercato affettivo-sessuale, ha trovato una donna disposta a prendersi vagamente cura di lui).
E insomma con questo poliamore io posso finalmente autoassolvere le mie velleità orgasmiche post-adolescenziali e la mia immaturità indisponibile a costruire un progetto di vita basato sulla fondamentale solidarietà di coppia e raccontarmi che sto pure facendo la rivoluzione; posso prolungare fino a sopraggiunta essiccazione delle mucose vaginali o ritiro definitivo del membro un comportamento sessuale promiscuo, un'affettività bizzosa, capricciosa e superficiale immaginando che ad ogni mio passo mi squilli intorno la marcetta vittoriosa e solenne dell'impegno politico contro il Moloch patriarcal-capitalista.
Con la fregnaccia del polyamore posso, in definitiva, contrabbandare il disimpegno per impegno, l'immaturità per maturità, l'irresponsabilità per responsabilità, l'individualismo per altruismo solidale, in un gioco di commutazioni e rovesciamenti nel quale, in ultimo, reperiamo la cifra più distintiva della contemporaneità: il pervertimento dell'ordine delle cose, l'inversione di bene e male - dichiarati, ovviamente, inesistenti in sé - e la menzogna elevate a sistema di produzione dei rapporti materiali e immateriali.
Una cifra che va sempre più perfezionandosi e sofisticandosi, gemmando i dispositivi, le pratiche e le narrazioni più disparate, e in cui in gioco c'è sempre la stessa cosa: la verità contro la menzogna, il bene contro il male, ma secondo una formula che contrabbanda oscurità per luce, una formula che genera il tipo di tenebra più pericoloso, quello vestito di luce, invisibile, insospettabile, vorace come un buco nero.-

Danilo Bevilacqua
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CHE FATE?

19/7/2022

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Due attrici girano un bacio saffico ai Quartieri spagnoli. Una suora di passaggio, senza curarsi del set, interviene per redarguirle e ammonirle: «È il diavolo». C'è da togliersi il cappello di fronte al senso morale, materno, metafisico e soprannaturale di questa suora il cui gesto condensa tutta la libertà e la purezza della Chiesa ancora fedele a Cristo.

Accade a Napoli, ai Quartieri Spagnoli: due attrici inscenano un appassionato bacio saffico in favore dell’obbiettivo. Una suora che passa, allibita dallo spettacolo, interviene e le separa protestando vivacemente. Qualcuno riprende il fatto con lo smartphone e il video in poche ore fa il giro del web tra i dileggi e gli strali dei soliti illuminati. Ma per farsi un’idea, occorre anzitutto vederlo. (QUI)
​
Ebbene, io non so chi sia quella piccola suora, eppure non posso che inchinarmi davanti a lei.

Mi tolgo il cappello davanti al suo senso morale, del tutto scevro dalla moderna percezione delle effusioni omosessuali pubblicamente ostentate: ha per quel bacio la stessa naturale repulsione che ne avrebbe un bambino. Forse la sua reazione non ha la compostezza del ponderato numero 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica ma ne esprime perfettamente tutto il significato: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati". Sono contrari alla legge naturale». E a proposito di legge naturale, la consacrata fa notare che quelle sono due ragazze… si pesa tutto il suo sconforto nel dover spiegare l’ovvio agli astanti.

Mi tolgo il cappello davanti al suo senso materno: la suora si trova davanti a due perfette sconosciute ma non esita un istante e interviene a separarle. Con lo stesso contegno con cui avrebbe redarguito due educande. Con la stessa premura con cui avrebbe richiamato due figlie. Sarà perché le ha percepite immediatamente tali, come una madre che si rispetti? Mi chiedo: quale tetragona certezza del proprio ruolo educativo, della propria vocazione materna, sta sotto quel velo bianco? Io ho visto uno straordinario femminile zelo irrobustito piuttosto che attenuato dagli anni. E prego che un giorno quelle due ragazze si accorgano di quanto siano state volute bene in quell’istante.

Mi tolgo il cappello davanti al senso metafisico della sorella. Perché nell’esclamare “È il diavolo proprio!”, dimostra di avere la stessa lucidità di San Giovanni Crisostomo nell’intus-legere ciò che sta oltre quel che vede: «Le passioni omosessuali sono sataniche […] Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottostarvi. Non c’è nulla, assolutamente nulla di più folle o dannoso di questa perversità»

Infine, chapeau al suo senso soprannaturale. La suorina sa con l’apostolo Paolo che «la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12), e dunque prima di lasciare quel triste crocchio, si segna col Segno della Santa Croce e invoca istintivamente la Sacra Famiglia: «Gesù, Giuseppe e Maria». I nomi davanti ai quali tutto l’inferno trema.

Io m'inchino davanti a questa suora perché ha agito con semplicità assoluta. La stessa semplicità comandata da Cristo quando con tenerezza addita ad esempio i bambini. La stessa semplicità praticata da Cristo quando con severità scaccia i mercanti e i cambiavalute dal Tempio.

Guardate quanto sia diversa da noi: nessuna esitazione, nessuna timidezza, nessuna ipocrita mediazione; per lei l'opinione del mondo non conta un fico secco. Deve fermare lo scempio. 

Guardate invece le attrici che con lo sguardo e la loro risata nervosa cercano l'approvazione dei presenti: pensate che potrebbero vivere senza? Cercano d'impulso una rassicurazione nella morale comune: la tipica debolezza dei moralisti…

Guardate quanto stride il «Che fate?!» della suora (domanda di una che ha autorità) con lo «stiamo lavorando» del fotografo (risposta di uno che è sottomesso). 
​
Quella piccola bianca suora condensa tutta la libertà e la purezza della Chiesa ancora fedele a Cristo, Mater et Magistra. È lei l'unica vera disinibita in quel vicolo insudiciato.

​Bruno De Cristofaro
Dal sito della Nuova Bussola quotidiana
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TOTTI, ILARY E LA CRISI DELLA GENERAZIONE PADEL

13/7/2022

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I mème e le battutine sono solo un contorno gossipparo. Anche il commento di Natalia Aspesi su Repubblica sulla normalità dell’addio dell’anno, in fondo, fa parte del copione, ché da un giornale che ha fatto campagna per divorzio e aborto a suo tempo cosa vuoi aspettarti?

Ma c’è un aspetto della vicenda Totti-Blasi che inquieta e interroga: l’età dei protagonisti che dopo 17 anni di matrimonio si sono detti addio tra comunicati stampa, foto maramalde, indiscrezioni pruriginose e ricostruzioni alla ndo cojo cojo. 46 anni lui, 41 lei, né vecchi né ragazzini, sono gli anni in cui ti aspetti che il legame sia già saldo e invece sempre più coppie scoppiano non dopo il settimo anno, cosa che ci si potrebbe aspettare a maggior ragione da dei vip in carriera che sanno usarsi e gestirsi, ma dopo i 40 o peggio ancora i 50 anni.

“Per rifarsi una vita”, si dice nel linguaggio da rotocalco, o forse perché la vita fino ad allora non era stata quella delle aspettative?

Eppure, Ilary e Totti avevano tutto: successo, soldi, figli, bellezza, simpatia. Cosa mancava loro?

Non lo capiremo andando a ravanare sotto le lenzuola alla ricerca di qualche informazione in più su Noemi o sul misterioso palestrato milanese che avrebbe stregato il cuore di lei e nemmeno sperando di leggere il messaggino captato da lui sul telefonino di lei. Sono il sintomo, non la causa del male.
​
La verità è che se al Pupone e alla bella conduttrice togliamo l’involucro dato dai loro personaggi, restano le persone e ci si accorge che non erano affatto i re di Roma come l’aneddottica gossippara ci ha voluto far credere, ma solo un uomo e una donna come tutti gli altri, con fantasmi ed errori comuni. Comuni e non normali perché non c’è niente di normale in un addio.

La notizia di Totti e Ilary inquieta per ben altro: perché quando una coppia scoppia a 45 anni si fa largo un interrogativo profondo sui perché e una domanda di senso pervade l’aere. Ma la risposta social di chi getta la spugna e dice che “allora l’amore eterno non esiste” è soltanto una reazione istintiva e un po’ infantile su un fatto di cronaca che però ci riguarda tutti da vicino dato che tutti abbiamo a che fare con qualcuno che ad un certo punto, nello stupore generale, ha detto addio all’altra.

C’è la sindrome del nido vuoto, che gioca un ruolo importante. Forse non pienamente per Totti e la Blasi, che una bambina di sei anni ce l’avevano ancora in casa, ma sicuramente per molti che dopo aver educato i figli si ritrovano come due sconosciuti che non hanno nulla da condividere. Non hanno mai dedicato il tempo giusto a loro e una volta che i figli si sono resi indipendenti nella giornata, ma non ancora nel portafoglio, marito e moglie non trovano più nulla da fare insieme perché tutto è stato esaurito dentro il sistema educativo al quale hanno probabilmente dedicato tutte le loro energie di famiglia. Importante, ma non decisivo.

E alla sindrome del nido vuoto ci si arriva senza accorgersene perché nessuno prima, durante la vita frenetica di pannolini e viaggi di lavoro ti ha aiutato a riconoscere che il tempo che stavi dedicando alla cura della tua famiglia non è automaticamente la vita dedicata agli sposi. Sono due cose diverse, confonderle o farle coincidere è un errore che può rivelarsi fatale.

Ma la sindrome del nido vuoto non spiega totalmente il fenomeno dei divorzi tardivi. C’è anche un aspetto sociale che si sta facendo largo negli ultimi tempi ed è quello dell’adolescentizzazione degli adulti.

È qualcosa di diverso dalla sindrome Peter Pan, perché qui si tratta di mariti/padri che hanno avuto negli anni anche un loro percorso di adultizzazione coerente con la loro età biologica. Sembra quasi essere un’improvvisa perdita di responsabilità di un adulto che per un po’ torna a fare l’adolescente. Nonostante l’età anagrafica, c’è un’età psicologica di formazione che ti proietta verso un mondo sgravato di pensieri con le sirene del benessere, dei noleggi a lungo termine e del padel come filosofia di vita, un tennis, ma più facile, senza fatica, come giocare a racchettoni, ma in pieno inverno. Divertimento senza particolare sforzo: donne, forse è il padel che sta uccidendo le relazioni con i vostri mariti.

Ci sono 50enni alla loro seconda vita, che, raggiunto ormai il benessere economico, girano per strada con i capelli lunghi brizzolati e si tatuano l’avambraccio prima di andare alla laurea della figlia. I lettini degli psicologi offrono un’ampia casistica di questa involuzione tardo adolescenziale di mariti/padri, i quali già hanno dovuto affrontare il turbine della femminilizzazione del maschio con l’ossessione della cura del corpo e la moda e ora, colpo di grazia, arriva pure il ritorno all’adolescenza a dare un senso di eternità alla propria soddisfazione personale.

Ché se non si è voluto dare eternità alla propria storia d’amore, allora la stessa eternità la si cerca nel soddisfacimento dei bisogni elementari, un’auto nuova e una donna anch’essa alle prese con il medesimo ritorno all’adolescenza e alla perenne ricerca di un elisir di lunga giovinezza. Allo stato attuale delle cose, però, a reggere il passo dell'amore che è "eterno finché dura", rimane solo il Sacramento. È l'unico ancora in grado di far vivere nel sacrificio e nell'amore quel sogno. Purché sia custodito e non strattonato qua e là come viene più comodo. 

Perché, signori, la società di oggi non ti dà altro se non questa opportunità di assolverti per esserti assunto delle responsabilità soltanto esteriori, ma dal punto di vista interiore non hai fatto nessun progresso e quindi ti ritrovi con gli strumenti spuntati quando il corpo tuo e di tua moglie iniziano a presentare quel fosco e tenero cedimento di ineluttabile passaggio. A quel punto, la maturità e il senso non ci sono più.

Si affaccia l’orizzonte della morte, signori e signore, e raggiunto il mezzo del cammin di nostra vita, dato che i 45 oggi sono i 30 anni di dantesca memoria, è questo il pensiero che non vogliamo fare. Quando hai 50 anni è inevitabile, il superamento della morte ritorna implicito in maniera preponderante, ma impercettibile nel nostro inconscio, ci fa percepire più vecchi e in questa spirale corriamo ai ripari tornando all’adolescenza, cercando non più di vivere, ma soltanto di occupare il tempo. Ci aveva già messo in guardia Seneca tanti anni fa: Piccola è la parte di vita in cui viviamo veramente. Tutto lo spazio che rimane non è vita, ma tempo. Quanto tardi è cominciare a vivere quando bisogna smettere.

Andrea Zambrano
Dal sito della Nuova Bussola quotidiana
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LA RETORICA DELL'ACCOGLIENZA E LA DISCRIMINAZIONE QUOTIDIANA

18/1/2022

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Di recente mia moglie Serena, meglio nota come “Santa Subito”, è stata costretta ad alzare un poco la voce (succede anche ai santi) quando, durante l’ennesima discussione con una parente su Covid e dintorni, si è sentita dire: «Chi non si vaccina dovrebbe pagarsi le cure. Soluzione semplice». Sì, semplice, nonché altamente discriminatoria e incivile. Un precedente gravissimo, se davvero venisse attuato. E notare che la suddetta parente si proclama cattolica!

L’idea di non pagare le cure ai non vaccinati è stata sostenuta da medici, giornalisti, politici. E fa riflettere. Perché ci mette di fronte non soltanto all’inciviltà dilagante ma, direi, alla disumanizzazione che segna l’attuale modo di pensare e di vivere.

Sostenere che un malato non debba essere curato dal servizio pubblico, finanziato anche con le tasse versate da quello stesso cittadino, perché la sua scelta di non vaccinarsi sarebbe contro il “bene comune”, significa introdurre un principio pericolosissimo. A parte il fatto che quella di “bene comune” è intesa come nozione vaga, manipolabile, che si può strumentalizzare facilmente, se si incominciasse a discriminare in questo modo non ci sarebbero più limiti all’esclusione. Adesso se ne parla a proposito dei non vaccinati, ma domani lo stesso principio potrebbe essere introdotto contro qualcuno per il tipo di alimentazione che preferisce (in base a criteri di ecosostenibilità) o per le idee politiche. Qualcosa di intollerabile per una democrazia sedicente liberale. Qualcosa che dovrebbe suscitare orrore in ogni coscienza ben formata. Allora, di questo passo, chi fa uso e abuso di alcool, fumo e droghe non dovrebbe essere curato dal sistema sanitario nazionale?

È incredibile che tali idee possano essere sostenute anche da medici, quando il giuramento d’Ippocrate recita: «Giuro di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario.»

Come ho già scritto, tutelare la libertà di coscienza e le minoranze, per quanto esigue possano essere, dovrebbe essere uno dei capisaldi della democrazia. Minare questi capisaldi vuol dire minare la democrazia stessa. Quindi, sia sul piano politico, sia su quello filosofico sia su quello della nostra comune umanità dovremmo batterci con tutte le forze contro proposte così discriminatorie. E non stupisce che l’accoglienza e l’inclusività, tanto di moda quando si tratta di legittimare il gender o le adozioni gay, d’incanto sparisca, non appena il destinatario dell’accoglienza è una persona come noi, un padre di famiglia che rischia di rimanere senza lavoro, uno studente a cui è negato il diritto allo studio, un medico che vuole salvare i pazienti con cure efficaci ma non remunerative per le case farmaceutiche. È ormai evidente che la tutela delle minoranze vale solo per chi vuole distruggere la nostra società, mentre diventa eversiva quando mostra umanità e carità fraterna verso i nostri fratelli. Quanta ipocrisia.

Ma la cosa più triste è che questa voglia di discriminazione possa allignare anche fra i cattolici, specie fra coloro che sono sempre pronti a esaltare la Fratelli tutti di Bergoglio. Fratelli coltelli!

In una sede della Caritas ho visto un cartello in cui si chiede il green pass ai senzatetto per cibo e vestiario. In pieno inverno, in piena crisi di povertà. «Ero affamato, e mi avete chiesto il lasciapassare. Ero assetato, e mi avete ricattato col vaccino…», per parafrasare il Vangelo (Mt 25, 35). Rimane il terribile monito del Signore: «Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a Me» (Mt 25, 45).

​Dal blog di Aldo Maria Valli
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I VACCINATI CON GREEN PASS SONO UN PERICOLO PUBBLICO

14/11/2021

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Uno studio recente è stato proposto dai principali mezzi di informazione come giustificazione all’obbligo del Pass sul posto di lavoro. Il titolo dello studio, come riportato dai maggiori quotidiani mainstream è: i vaccinati non contagiano come i non vaccinati. Questa è una maniera di presentare le cose che sembra giustificare le misure adottate in Italia.

Lo studio svolto dall’Università di Oxford è stato condotto su inoppugnabili dati pubblici del sistema sanitario inglese e ha preso in considerazione 96.000 casi positivi sottoposti a tracciamento. I ricercatori hanno studiato la contagiosità, vale a dire il passaggio di positività. Nei casi studiati e il fatto di essere stati vaccinati ha diminuito apparentemente la contagiosità. La variante alfa non è più in circolazione. Per quanto riguarda la variante delta essere vaccinati o non vaccinati riduce la contagiosità dal 65% al 36% a seconda che si usino Pfizer o Astrazeneca nelle prime dodici settimane dopo la vaccinazione.

Questo studio dimostra l’esatto contrario di quello che gli vorrebbero fare dimostrare. Diminuisce la contagiosità, non la azzera, e soprattutto indica che la protezione si perde dopo i primi tre mesi. Al quarto mese dopo la cosiddetta vaccinazione, non c’è alcuna differenza tra vaccinati e non vaccinati per quanto riguarda la trasmissione della variante delta.

Il vaccino diminuisce la trasmissibilità per tre mesi e garantisce in Italia un pass di 12 mesi , quindi nei primi tre mesi la contagiosità è solo diminuita, nei successivi nove è assolutamente uguale a quella dei non vaccinati, quindi  12 mesi di licenza di contagiare, un po’ azzoppata solo nella prima stagione. In compenso aver contratto la malattia superandola in maniera asintomatica come dimostrato da un sierologico positivo, dà una solida immunità praticamente perenne,  ma garantisce il pass in Europa ma non in Italia. In caso di malattia sintomatica il pass è dato solo per sei mesi.

Uno speciale delle Iene ha raccontato l’episodio della famiglia regolarmente vaccinata che si è ammalata di covid. La famiglia lo ha correttamente denunciato all’Asl che ha consigliato la quarantena, ma non ha bloccato il Green Pass. Questa famiglia, come innumerevoli altre, aveva quindi il pieno permesso di contagiare.

I vari autori di frasi particolarmente dementi, chi non si contagia è un disertore in guerra, bisogna usare i sistemi duri, sono evidentemente semianalfabeti incapaci di leggere la letteratura medica, fideistici servitori di una serie di dogmi assolutamente errati: i vaccini, tutti, e in particolare quelli per il covid, sono efficaci, i vaccini, tutti, e in particolare quelli contro il covi, sono sicuri. Entrambe le affermazioni sono semplicemente irrazionali e ascientifiche.

Ci dicono che contagi stanno aumentando. Non è certo che sia vero. I contagi possono aumentare o diminuire a seconda di come si fanno i tamponi, modificando il numero di cicli. Dato che le misurazioni non sono standard, è evidente che il numero di contagi è un dato facilmente influenzabile. Se però questo dato è corretto allora è evidente che la colpa è del numero di persone che non fanno controlli in quanto vaccinate e che sono invece potenzialmente infettive. L’obbligo di vaccinazione è stato imposto ai lavoratori per la loro sicurezza, ignorando i gravi effetti collaterali dei cosiddetti vaccini, effetti poco noti in Italia dove si sta facendo uno sforzo eroico per non fare farmacovigilanza.

È commovente tutto questo interesse per la sicurezza dei lavoratori in una nazione alla quale della sicurezza dei lavoratori importa meno di zero, che ha il più alto numero di incidenti sul lavoro del mondo occidentale, nell’assoluta indifferenza di sempre più deliziosi sindacalisti che si occupano di diritti all’utero in affitto, sfilano nei Pride, e presentano Fedez invece che parlare di disoccupazione.

I lavoratori dipendenti sono stati costretti a subire l’inoculazione per non contagiare i loro colleghi di lavoro. I piccoli artigiani, idraulici, falegnami, hanno dovuto subire l’inoculazione di farmaci dubbi, con effetti collaterali importanti e solo in minima parte verificati, contro la propria volontà per poter continuare a lavorare. In una casa dove sono entrati ci fosse stato un contagio, loro ne sarebbero  stati accusati. Tutto questo non ha alcun senso alla luce dell’articolo citato.

L’unica maniera per uscire dall’incubo di tamponi è farsi inoculare un farmaco che diventa ogni giorno meno efficace, dato che è stato sperimentato contro la variante alfa al momento inesistente mentre ora c’è la delta. Tutto questo è irragionevole e ascientifico. Tutto questo è contro il popolo.

Tutto questo non ha niente a che fare con la salute pubblica. Anzi no: tutto questo ha a che fare con la salute pubblica. Tutto questo permette di tenere la popolazione in pugno e di continuare a tenere alti i contagi, perché senza questo, i contagi, veri o gonfiati che siano, non si può continuare a prolungare una situazione di emergenza, che garantisce poteri assoluti a un governo ogni giorno più dubbio.

Emergenza nasce dalla parola emergere: qualcosa che è appena emerso, che sta saltando fuori ora. Se siamo sempre in emergenza per qualcosa che è saltato fuori due anni fa, vuol dire che i due governi in carica hanno preso due anni di decisioni sbagliate, due governi diversi ma sempre con lo stesso Ministro della Sanità, un ministro di cui nessuno chiede dimissioni.

Le persone che nelle piazze e sui porti, con un coraggio da leoni, continuano a portare la loro forza e la loro dignità, sono, a questo punto, è evidente, la parte più intelligente della società. Intelligente viene da intelligere cioè comprendere. Sono coloro che hanno compreso che esistono conflitti di interessi dietro un’informazione sempre identica ai dettami di regime, sono persone che hanno compreso che il primo interesse delle case farmaceutiche, che sono società per azioni non enti di beneficenza, è mantenere una clientela stabile negli anni, quindi la loro priorità potrebbe non essere la guarigione definitiva e rapida delle malattie, né la  loro prevenzione sicura. Le persone che sono in strada hanno dimostrato l’incredibile capacità di sommare due a due e ottenere quattro.

Hanno messo insieme la terribile pandemia il faccino imbronciato di Greta, e sono arrivati alla conclusione di un attacco frontale alla nostra civiltà, a qualcosa di infinitamente più grave della vecchia corruzione che si voleva solo portare a casa qualche spicciolo.

A questo punto vorrei ringraziare. Grazie ai due governi che abbiamo avuto, grazie ministro Speranza, grazie giornalisti appiattiti, grazie virologi televisivi. Senza di voi non ci saremmo mai radunati, senza di voi non avremmo mai alzato la testa. Abbiamo imparato a lavorare 12 ore al giorno. Abbiamo imparato a usare i social. Abbiamo ritrovato la nostra forza. Abbiamo riscoperto la potenza dei nostri Rosari. Abbiamo imparato il coraggio. Abbiamo imparato che la gente come noi non molla mai. Ci volevate terrorizzati e chiusi in casa. Siamo in strada e non abbiamo paura di niente.
​
Quindi in effetti avevate ragione voi. Alla fine andrà tutto bene. E nulla sarà più come prima.

da Silvana De Mari Community
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MA COME TI PERMETTI?

3/7/2021

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𝗚𝗲𝘀𝘂̀ : « Ti vedo molto seccato. Non è buono il caffè del bar, questa mattina? »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « Magari fosse questo il problema, Gesù! Sto pensando a tutte le polemiche e ai dibattiti di questi giorni, ma sono seccato, tra l’altro, dalla reazione di “certi” che si dicono cattolici. »

𝗚𝗲𝘀𝘂̀ : « Spiegati »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « Di fronte al rischio di una legge liberticida e in palese contrasto con la costituzione repubblicana, l’intervento diplomatico della Santa Sede ha sorpreso non solo i politici, ma – ed è questo che mi secca – anche certi cristiani, perché la “nota verbale” diceva “qualcosa di cattolico”. In costoro si è insinuata la falsa idea che sia “poco cristiano” lottare per la preservazione del proprio spazio di libertà e che, anzi, sia “più cristiano” difendere i diritti “degli altri”.

Non ho potuto fare a meno di pensare alla profetica ed inquietante domanda di T.S. Eliot: “ È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”.

Insomma, è come non si avvertisse – e ciò, oltre a seccarmi, mi fa paura – che la sfida non è più tra due ideologie, tra due visioni del mondo, ma tra l’ideologia e la realtà, tra la natura e la sua abolizione.

La questione non è riconoscere o no la laicità dello stato, ma rendersi conto che il nemico principale di questo “pensiero unico”, pervasivo, intollerante non è un soggetto politico e nemmeno la Chiesa, ma – più semplicemente e più vastamente – la realtà. »

𝗚𝗲𝘀𝘂̀: « Non avere paura, don Pierre Laurent. Come ho spiegato nella parabola della zizzania “… un Nemico ha fatto questo” e continua, anche ora, a farlo. La zizzania crescerà insieme al grano buono fino alla fine della storia.

Lo so che è una parabola, per te, un po’ “indigesta”: se tu fossi stato fra i servi del padrone del campo avresti usato, alla vista della zizzania, il napalm. Ma, bisogna lasciar crescere, nel campo della storia, sia il grano buono che la zizzania.
​

La Chiesa nel proteggere i suoi diritti, difende la libertà di tutti. Come sempre è stato nella storia: la 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘵𝘢𝘴 𝘦𝘤𝘤𝘭𝘦𝘴𝘪𝘢𝘦 è il cuore di ogni altra libertà. Ed è giusto che ciò che la Chiesa chiede per sé, 𝘪𝘯 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘪𝘴, la libertà, la chieda per tutti. Sempre. »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « È vero, Signore. Ma, “il Nemico” sta seminando uno stravolgimento antropologico, un cambiamento del concetto stesso di natura. E chi si oppone a questo nuovo totalitarismo viene socialmente escluso.

È come se venisse detto: “Ma come ti permetti, cristiano, di sostenere che esiste solo il sesso biologico. Come osi parlare ancora di valori obsoleti come castità’, pudore, fedeltà e sostenere che il matrimonio è solo fra un uomo e una donna? Come ti permetti di dire che l’aborto è un delitto, anziché riconoscere che è un diritto umano.

Perché insisti nel sostenere che l’embrione è persona? Come osi difendere la vita fino alla morte naturale continuando a blaterare di cure palliative, terapia del dolore … sai quanto costa ad uno stato tutto questo?” … potrei continuare, Signore, ma sono cose che già sai e non vorrei annoiarti. Forse, per far fronte a tutto questo dovremmo impegnarci , noi cristiani, ad essere più credibili? »

𝗚𝗲𝘀𝘂̀: « No, non dovete essere più credibili, ma più credenti! »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « Ma come “rallentare”, in modo giusto, l’espandersi del seme cattivo della zizzania, come affrontare questo nuovo totalitarismo? »

𝗚𝗲𝘀𝘂̀ : « Le “armi” sono sempre la preghiera, i Sacramenti e la mia Parola. Confidate in me. Io ho già sconfitto il peccato e la morte e ho profetizzato che “nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo”. Come sai, lo scrive bene anche l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera: “ Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”.

Tutti i battezzati – dai Pastori ad ogni pecora del gregge santo di Dio hanno una missione che è infinitamente più grande di qualsiasi progetto mondano. Anche del più nobile. Dovete aprire il Cielo a ogni uomo. Questa missione non si può compiere senza l’annuncio e la testimonianza della Verità che smascheri i paradisi artificiali con cui Satana vuol sedurre l’uomo.

A questo proposito, non ho mai promesso una militanza terrena che fosse una continua marcia trionfale o una vita cristiana paragonabile a una passeggiata sotto i mandorli in fiore. »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « È innegabile però che noi siamo tentati di tristezza quando ci troviamo alle prese con quello che ci sembra un declino inarrestabile.»

𝗚𝗲𝘀𝘂̀ : « Ma, caro don Pierre Laurent, questo declino in effetti non c’è e non ci può essere, per la stessa autentica e indeformabile natura della realtà cristiana. È vero che vivo e regno alla destra del Padre, ma, come sai, ciò non significa che io mi sia reso latitante in questi giorni incerti e inquieti che dovete affrontare.

Non vi lascio soli. Io sono in mezzo a voi e la mia grazia è capace di raggiungere nelle forme più insperate gli animi di chi pare remotissimo da me, e di insinuarsi anche nelle coscienze che sembrano impermeabili. »

𝗗𝗼𝗻 𝗣𝗶𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗟𝗮𝘂𝗿𝗲𝗻𝘁: « Grazie Gesù e perdonami se, come gli apostoli Giacomo e Giovanni, ogni tanto, invoco “una pioggia di fuoco” su certi personaggi.
Confesso che mi piacerebbe – visto il caldo che fa – che almeno i gavettoni fossero concessi. »

𝗚𝗲𝘀𝘂̀: « Riesci sempre a farmi sorridere e mi viene da dire… “Ma come ti permetti?!”. »

Riflessione di Pierre Laurent Cabantous
da ''Oltre il giardino''
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