Il digiuno del Mercoledì delle Ceneri e del Venerdì Santo è un precetto della Chiesa Cattolica. Non è un semplice consiglio, ma una pratica che deve essere rispettata con serietà e con purezza di cuore, secondo la regola canonica del digiuno obbligatorio, come atto di obbedienza e di fede.
Proprio perché è un precetto, merita di essere vissuto in modo autentico, non come formalità esteriore ma come vero cammino interiore.
Al di là di questi due giorni, durante tutto l’anno, in che cosa deve veramente consistere il nostro digiuno?
Quando digiuniamo, riduciamo il cibo, rinunciamo a qualcosa, facciamo piccoli o grandi sacrifici, pensiamo che queste astinenze “piacciano” a Dio.
Ma Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici. Le pratiche penitenziali non servono a Lui. Servono a noi.
Il digiuno è uno strumento per imparare a dominare la nostra natura, per non diventarne schiavi. Se non impariamo a governare i nostri impulsi, finiamo per esserne governati.
Esiste però un digiuno ancora più profondo.
Ci sono persone che pregano molto, fanno penitenze e mortificazioni, ma basta una parola che sembri un’offesa, basta che venga loro tolto qualcosa, e subito si irritano, si scandalizzano, si arrabbiano.
Il vero digiuno è un altro.
È il digiuno da noi stessi.
Dall’orgoglio.
Dalla vanagloria.
Dal bisogno di avere sempre ragione.
Dalla pretesa di essere messi al centro.
Il digiuno dal cibo è un segno. Il digiuno vero è non esplodere quando qualcuno ci contraddice. È non cadere nell’ira quando ci sentiamo feriti. È non reagire con aggressività quando subiamo un torto.
Possiamo anche stare a pane e acqua; ma se restiamo irritati, pronti a rispondere male, suscettibili per ogni cosa, il senso si svuota.
Le pratiche esterne sono buone, anzi necessarie. Ma solo se ci aiutano a crescere nella carità. Solo se ci rendono più umili, più pazienti, più capaci di amare.
Perché prima di tutto viene sempre la carità.
Se il digiuno non ci rende più buoni, non è il digiuno che Dio ci chiede.
Proprio perché è un precetto, merita di essere vissuto in modo autentico, non come formalità esteriore ma come vero cammino interiore.
Al di là di questi due giorni, durante tutto l’anno, in che cosa deve veramente consistere il nostro digiuno?
Quando digiuniamo, riduciamo il cibo, rinunciamo a qualcosa, facciamo piccoli o grandi sacrifici, pensiamo che queste astinenze “piacciano” a Dio.
Ma Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici. Le pratiche penitenziali non servono a Lui. Servono a noi.
Il digiuno è uno strumento per imparare a dominare la nostra natura, per non diventarne schiavi. Se non impariamo a governare i nostri impulsi, finiamo per esserne governati.
Esiste però un digiuno ancora più profondo.
Ci sono persone che pregano molto, fanno penitenze e mortificazioni, ma basta una parola che sembri un’offesa, basta che venga loro tolto qualcosa, e subito si irritano, si scandalizzano, si arrabbiano.
Il vero digiuno è un altro.
È il digiuno da noi stessi.
Dall’orgoglio.
Dalla vanagloria.
Dal bisogno di avere sempre ragione.
Dalla pretesa di essere messi al centro.
Il digiuno dal cibo è un segno. Il digiuno vero è non esplodere quando qualcuno ci contraddice. È non cadere nell’ira quando ci sentiamo feriti. È non reagire con aggressività quando subiamo un torto.
Possiamo anche stare a pane e acqua; ma se restiamo irritati, pronti a rispondere male, suscettibili per ogni cosa, il senso si svuota.
Le pratiche esterne sono buone, anzi necessarie. Ma solo se ci aiutano a crescere nella carità. Solo se ci rendono più umili, più pazienti, più capaci di amare.
Perché prima di tutto viene sempre la carità.
Se il digiuno non ci rende più buoni, non è il digiuno che Dio ci chiede.
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