NFD Il Blog
  • HOME
    • CONSACRAZIONE DEL NETWORK
  • FOCUS ON
    • MONDO OGGI
    • CHIESA OGGI
    • ACTUAL
  • CHIESA CATTOLICA
    • FONDAMENTALI >
      • I 5 PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA
      • 54 MODI DI ESSERE MISERICORDIOSI DURANTE IL GIUBILEO
      • 12 MODI PER ESSERE CATTOLICI MIGLIORI
      • GALATEO IN CHIESA
      • REGOLE PER I LETTORI
      • ATTENTI A MESSA
      • CIRCOSTANZE IN CUI BISOGNA EVITARE DI COMUNICARSI
      • DECALOGO DEL CHIRICHETTO
      • 17 SCUSE - SMONTATE - PER NON ANDARE A MESSA
    • RIFLESSIoni DI LUCE >
      • RIMEDITIAMOCI SOPRA >
        • ANNO B 2014 - 2015
        • ANNO C 2015 - 2016
        • ANNO A 2016 - 2017
        • ANNO B 2017 - 2018
        • ANNO C 2018 - 2019
        • ANNO A 2019 - 2020
        • ANNO B 2020 - 2021
        • ANNO C 2021 - 2022
        • ANNO A 2022 - 2023
        • ANNO B 2023 - 2024
        • ANNO C 2024 - 2025
      • SANTE PAROLE
      • RIFLESSIONI
      • VITA E DETTI DEI PADRI DEL DESERTO
    • UN SACERDOTE RISPONDE
    • ESAME DI COSCIENZA
    • LITURGIA
    • LECTIO BREVIS
    • PREGHIERE
  • NOVELLE MODERNE
  • MEDIA
  • DOWNLOAD
  • LINKS

IL DIGIUNO... DEL CUORE

17/2/2026

0 Commenti

 
Foto
Il digiuno del Mercoledì delle Ceneri e del Venerdì Santo è un precetto della Chiesa Cattolica. Non è un semplice consiglio, ma una pratica che deve essere rispettata con serietà e con purezza di cuore, secondo la regola canonica del digiuno obbligatorio, come atto di obbedienza e di fede.

Proprio perché è un precetto, merita di essere vissuto in modo autentico, non come formalità esteriore ma come vero cammino interiore.
     
     
Al di là di questi due giorni, durante tutto l’anno, in che cosa deve veramente consistere il nostro digiuno?

Quando digiuniamo, riduciamo il cibo, rinunciamo a qualcosa, facciamo piccoli o grandi sacrifici, pensiamo che queste astinenze “piacciano” a Dio.

Ma Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici. Le pratiche penitenziali non servono a Lui. Servono a noi.
Il digiuno è uno strumento per imparare a dominare la nostra natura, per non diventarne schiavi. Se non impariamo a governare i nostri impulsi, finiamo per esserne governati.

Esiste però un digiuno ancora più profondo.

Ci sono persone che pregano molto, fanno penitenze e mortificazioni, ma basta una parola che sembri un’offesa, basta che venga loro tolto qualcosa, e subito si irritano, si scandalizzano, si arrabbiano.

Il vero digiuno è un altro.

È il digiuno da noi stessi.
Dall’orgoglio.
Dalla vanagloria.
Dal bisogno di avere sempre ragione.
Dalla pretesa di essere messi al centro.

Il digiuno dal cibo è un segno. Il digiuno vero è non esplodere quando qualcuno ci contraddice. È non cadere nell’ira quando ci sentiamo feriti. È non reagire con aggressività quando subiamo un torto.

Possiamo anche stare a pane e acqua; ma se restiamo irritati, pronti a rispondere male, suscettibili per ogni cosa, il senso si svuota.

Le pratiche esterne sono buone, anzi necessarie. Ma solo se ci aiutano a crescere nella carità. Solo se ci rendono più umili, più pazienti, più capaci di amare.

Perché prima di tutto viene sempre la carità.

Se il digiuno non ci rende più buoni, non è il digiuno che Dio ci chiede.
0 Commenti

IL SEGNO DELLA CROCE CATTOLICO

15/2/2026

0 Commenti

 
Foto
Per quale motivo i cattolici tracciano il Segno della Croce da sinistra a destra?
La Chiesa insegna che questo gesto non è né arbitrario né una semplice consuetudine. Tracciando la croce sul nostro corpo, confessiamo con le nostre azioni ciò che crediamo nel nostro cuore: che la nostra salvezza viene dalla Croce di Gesù Cristo.

Il movimento da sinistra a destra possiede un profondo significato simbolico. Nella Sacra Scrittura, la sinistra è spesso associata alla condizione umana segnata dal peccato e dalla debolezza, mentre la destra rappresenta il luogo del favore, della benedizione e della gloria di Dio. Con il Segno della Croce proclamiamo che Cristo ci conduce dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita.

Inoltre, iniziando dalla fronte e scendendo verso il petto, riconosciamo che la fede deve illuminare la mente e abitare nel cuore. Passando poi la mano da una spalla all’altra, offriamo a Dio le nostre azioni quotidiane, il nostro lavoro e i nostri pesi.

Il Segno della Croce è una professione di fede nella Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. È una preghiera breve ma completa, che ci ricorda chi siamo e a chi apparteniamo. Compiuto con consapevolezza, questo gesto quotidiano diventa un profondo atto di fede e di fiducia.
0 Commenti

XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

11/2/2026

0 Commenti

 
Foto
La domanda da cui partire è semplice, ma tocca nel profondo: che posto ha oggi il malato nella nostra società? Non nei proclami o nelle buone intenzioni, ma nella vita quotidiana. È qualcuno accanto a cui restare o una difficoltà da gestire in fretta? È un volto da incontrare o un peso da sopportare in silenzio?

La Giornata Mondiale del Malato nasce per ricordarci che la sofferenza non può essere nascosta né delegata. Il messaggio del Papa, ispirato alla parabola del buon samaritano, parla con chiarezza: la compassione vera non si limita a provare pena, ma si traduce in vicinanza, in tempo donato, in mani che si sporcano. Il samaritano si ferma perché riconosce nell’uomo ferito un fratello.

In un sistema sanitario spesso schiacciato da numeri, protocolli e urgenze, il rischio è che la cura perda il suo volto umano. Eppure chi è malato non chiede solo terapie efficaci, ma anche ascolto, rispetto, presenza. Uno sguardo che rassicura, una parola detta con calma, un tempo condiviso valgono quanto una medicina.

La Giornata del Malato porta alla luce anche una trama silenziosa fatta di famiglie stanche ma fedeli, di operatori sanitari che resistono alla fatica, di volontari e comunità che non si tirano indietro. È grazie a queste persone che la sofferenza non diventa solitudine totale.

Il modo in cui guardiamo i malati dice molto di noi. Se contano solo l’efficienza e l’autonomia, la fragilità fa paura. Se invece riconosciamo che ogni vita ha valore, sempre, allora la malattia diventa un appello alla responsabilità e alla cura reciproca.

La Giornata Mondiale del Malato non chiede gesti eroici, ma cuori disponibili. Ricorda che una società è davvero umana quando non lascia solo chi soffre, e che la compassione, oggi più che mai, è una forma alta di civiltà.

Paulus Minor
MESSAGGIO DI PAPA LEONE
La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro

Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo».[1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.[2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia.[3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono.[4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro»,[5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo».[6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità».[7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».[8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini.[9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti.[10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,12.16)».[11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili.[12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.[13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza[14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».[15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio».[16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

LEONE PP. XIV
0 Commenti

HAI UN'ANIMA SOLA. PENSA A SALVARLA

3/2/2026

0 Commenti

 
Foto
"Figlio, hai un'anima sola. Pensa a
salvarla. Nulla giova acquistare tutto
il mondo se perdi l'anima tua."
San Giovanni Bosco
​
“Figlio, hai un’anima sola. Pensa a salvarla. Nulla giova acquistare tutto il mondo se perdi l’anima tua.”
Queste parole, attribuite a San Giovanni Bosco, attraversano il tempo come una freccia silenziosa e precisa. Non alzano la voce, non polemizzano, non inseguono le mode: colpiscono il cuore della questione umana.

Viviamo in un’epoca che misura il valore in termini di prestazione, visibilità, possesso. Siamo educati — spesso senza accorgercene — a moltiplicare obiettivi, a inseguire risultati, a costruire identità come vetrine. Eppure, in mezzo a questa corsa, la domanda più semplice resta la più disattesa: che ne è della nostra anima?

Don Bosco non parla di disprezzo del mondo, né di fuga dalla realtà. Al contrario, la sua vita è stata immersa nella storia, tra i giovani poveri, le strade difficili di Torino, le urgenze concrete dell’educazione. Proprio per questo le sue parole hanno peso. Non sono il consiglio astratto di chi guarda da lontano, ma l’avvertimento paterno di chi conosce il valore — e la fragilità — della persona.

“Hai un’anima sola.” Una sola. Non sostituibile, non replicabile, non assicurabile. In un linguaggio moderno diremmo: è il tuo bene non rinnovabile. Puoi perdere molte cose e ritrovarle, puoi sbagliare e ricominciare, puoi cadere e rialzarti. Ma l’anima, se trascurata, si consuma nel silenzio. Non fa rumore quando si smarrisce. È questo il rischio più grande.

“Nulla giova acquistare tutto il mondo…” Qui il Vangelo diventa sorprendentemente realistico. Non dice che il mondo è cattivo, ma che non basta. Il successo, il potere, il consenso, persino le opere buone, se scollegate da un centro interiore, possono diventare vuote. L’uomo può “avere tutto” e restare profondamente perso.

Da cattolici, queste parole ci interrogano profondamente. Che tipo di narrazione offriamo? Alimentiamo solo l’urgenza, lo scontro, l’ansia di primeggiare? O aiutiamo a riscoprire l’essenziale, il senso, la dignità profonda di ogni persona? Parlare di anima oggi sembra fuori moda, quasi imbarazzante. Eppure è proprio ciò che manca nel dibattito pubblico: uno sguardo che vada oltre l’immediato.

Don Bosco ci lascia un criterio semplice e radicale: prima l’anima, poi tutto il resto. Non come rinuncia triste, ma come ordine dell’amore. Perché solo chi custodisce l’anima può davvero abitare il mondo senza perdersi. E forse, in questo tempo inquieto, è la notizia più urgente da raccontare.

Paulus Minor
0 Commenti

GIORNO DELLA MEMORIA 2026

27/1/2026

0 Commenti

 
Foto
27.1.2026
GIORNO DELLA MEMORIA
PER NON DIMENTICARE MA SOPRATTUTTO PER IMPARARE

CONTRO OGNI GUERRA...
CONTRO OGNI GENOCIDIO...
CONTRO OGNI DITTATURA...
CONTRO OGNI IDEOLOGIA...
DI IERI, DI OGGI, DI DOMANI!

Il Giorno della Memoria non è solo il ricordo di ciò che è stato, ma una chiamata a riconoscere ed evitare ciò che sta tornando di male sotto diverse forme.
Ricordare significa non dimenticare l’orrore, ma imparare a non commettere gli stessi errori.

La storia ci insegna che la violenza inizia sempre quando la vita perde valore, quando qualcuno viene dichiarato “di troppo”, “non degno”, “senza voce”. È una logica che appartiene al passato, ma che è presente anche oggi (come l’aborto e l’eutanasia) quando la vita più fragile non viene più riconosciuta come inviolabile.

Contro ogni guerra, che distrugge l’umanità.
Contro ogni genocidio, che annienta popoli e dignità.
Contro ogni dittatura, che soffoca la libertà.
Contro ogni ideologia, quando si sostituisce alla coscienza e alla verità sull’uomo.

Di ieri, di oggi, di domani.
Perché la memoria autentica non divide: educa, protegge, custodisce la vita.

PREGHIERA
(
 rinvenuta nel campo di sterminio di Ravensbrück) 
​

Signore, ricordati non solo degli uomini di buona volontà,
ma anche degli uomini di volontà cattiva.
Non ricordarti delle sofferenze che ci hanno inflitto.
Ricordati dei frutti che noi abbiamo portato grazie al nostro soffrire: la nostra fraternità, la lealtà, il coraggio, la generosità
e la grandezza di amore che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.
E quando questi uomini giungeranno al giudizio, fa che tutti questi frutti che abbiamo fatto nascere siano il loro perdono».
0 Commenti

GRAZIE E AUGURI

30/12/2025

0 Commenti

 
.NAZARETH FAMIGLIA DI DIO
augura a tutti voi un SALUTARE 2026

Carissimi fratelli e sorelle,
nell’augurarvi un salutare 2026 vogliamo ringraziarvi uno ad uno per l’anno trascorso insieme.

Grazie per aver condiviso con noi parte del vostro tempo, della vostra vita… anche solo leggendoci.

Un grazie particolare lo vogliamo rivolgere a tutti coloro che hanno permesso che Nazareth Famiglia di Dio, ormai da anni, diventasse porto sicuro e punto di riferimento per molti.

Grazie a tutti coloro che hanno condiviso con noi le varie iniziative sociali.

Insomma, grazie a tutti, vecchi e nuovi amici, ovunque voi siate!
Promettiamo che tutti voi avrete spazio nella nostra preghiera di ringraziamento.

Con l’augurio che il prossimo anno solare sia, per tutti noi, veramente un anno di Grazia, ci permettiamo di proporvi questa bellissima…

PREGHIERA DI FINE/INIZIO ANNO:
Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.

Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.

Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.

Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.

Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.

Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.

Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.

Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.

Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.

Nel nome di Gesù, amen.

Arley Tuberqui
Foto
0 Commenti

25' ANNIVERSARIO DI NAZARETH FAMIGLIA DI DIO

20/8/2025

0 Commenti

 
Foto
MESSAGGIO NEL 25' ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELLA NOSTRA COMUNITA' VIRTUALE -

Carissime amiche, carissimi amici,
noi Cattolici abbiamo il dovere di essere ONESTI se vogliamo costruire una relazione che non sia fondata sulle apparenze (falsità e sorrisi ipocriti, dicendo sempre che va tutto bene).

Per questo dobbiamo SEMPRE parlare della VERITA' e in VERITA'.
Dobbiamo annunciare la Verità ma con AMORE. Quale amore? Non certo il nostro, cioè quello umano, ma quello che ci insegna GESU’ attraverso la sua Parola.

Dobbiamo mirare alla Verità ma con MANSUETUDINE: essere miti, benigni, tranquilli anche se essere mansueti può significare farsi offendere, farsi usare, farsi maltrattare per il solo scopo di aiutare l’altro a RIALZARSI.

Dire la Verità non è parlare con sgarbo, oppure “non avere peli sulla lingua”, ma è parlare SENZA GIRI DI PAROLE, SEMPLICEMENTE E CHIARAMENTE, ma onorando sempre l’altro, il quale dovrebbe, con modestia, umiltà e gratitudine, tener conto e far tesoro dell'insegnamento.

Dobbiamo sempre ricordare che la mancanza di sincerità distrugge le amicizie migliori e noi stessi nel rapporto con Dio.
Insomma dobbiamo imparare a rispettare le differenze tra di noi, ma a vederle COME DIO LE VEDE.

Infine dobbiamo sempre ricordare che per crescere sempre piu nella Verità Divina DOBBIAMO FARE/ESSERE Comunità: cioe frequentarsi IL PIU POSSIBILE aiuta a conoscersi meglio e COSI costruire e superare gli eventuali ostacoli verso la santità.

Proprio per questo, noi dobbiamo ESSERE TESTIMONI ATTIVI della Verità nel mondo, virtuale e non.

Questo deve essere il volto del cristiano nel mondo, questa è e deve essere l'opera di Nazareth Famiglia di Dio, questa deve essere sempre la mia, la tua, la nostra opera oggi.

Questo è l'augurio che Mi/Vi porgo: poter essere capaci di testimoniare attivamente, costantemente e coerentemente la Verità di Dio e della sua Chiesa, poter essere capaci di dare Valore alla vita di tutti i giorni illuminando ogni uomo con la Parola di Verità di Cristo e con l’esempio coerente della nostra vita.

Auguri a tutti.

Paolo
Bergamo, 20 agosto 2025

---------------

Proverbi 28:23, “Chi riprende qualcuno troverà poi maggior favore di chi lo adula con la lingua”.

Efesini 4:25, “Perciò, messa da parte la menzogna, ciascuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri”.

Galati 6:1, “Fratelli, se uno è sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, rialzatelo con spirito di MANSUETUDINE”.

Ecclesiaste 8:6, “Perché per ogni cosa c’è un tempo e un giudizio, e la malvagità dell’uomo pesa grandemente su di lui”.

1 Pietro 5:5, “Sottomettetevi tutti gli uni agli altri e rivestitevi di umiltà, perché DIO resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili”.

Romani 12:16, “Abbiate gli stessi pensieri gli uni verso gli altri; non aspirate alle cose alte, ma attenetevi alle umili; non siate savi da voi stessi”.

Filippesi 2:3, “Non facendo nulla per rivalità o vana gloria, ma con umiltà, ciascuno di voi stimando gli altri più di sé stesso”.
Foto
0 Commenti

OGNI CRISTIANO,  . . . , DEVE OSSERVARE LA CASTITÀ

13/8/2025

0 Commenti

 
DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
“OGNI CRISTIANO, NEL RISPETTO DEL PROPRIO STATO DI VITA, DEVE OSSERVARE LA CASTITÀ.”

LE DIVERSE FORME DI CASTITÀ

2348 Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è rivestito di Cristo, modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita. Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità.

2349 « La castità deve distinguere le persone nei loro differenti stati di vita: le une nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio solo, con cuore indiviso; le altre, nella maniera quale è determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano sposate o celibi ». 234 Le persone sposate sono chiamate a vivere la castità coniugale; le altre praticano la castità nella continenza:

«Ci sono tre forme della virtù di castità: quella degli sposi, quella della vedovanza, infine quella della verginità. Non lodiamo l'una escludendo le altre. [...] Sotto questo aspetto, la disciplina della Chiesa è ricca ». 

2350 I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell'amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità.

...

Coloro che vivono situazioni irregolari (convivenze, frequentazioni extraconiugali, unioni civili, relazioni omosessuali, ecc...) sono tenuti a vivere la castità nella continenza. 
Foto
0 Commenti

PER VIVERE UN'ESTATE CRISTIANA

10/8/2025

0 Commenti

 
1. Un cristiano in estate non nasconde la propria fede come si lascia nell'armadio i capi invernali. Il battezzato è sempre cristiano e, quindi, la nostra comunione con Cristo deve essere consapevole e costante.

2. La vita cristiana non consiste solo nell' "essere buoni", ma nel porre al centro della propria esistenza, al cento per cento, solo Dio. Per questo motivo, il tempo dell’estate è il momento giusto per ricordare Dio ed esse il volto vivo della sua presenza. La fretta è nemica della carità silenziosa.

3. Senza la preghiera, un cristiano, è un mulino paralizzato. Molti dei nostri fallimenti e abbandoni sono causati dalla interruzione della "linea telefonica" con il Signore. La preghiera ci rende forti, ci chiarisce, ci fa riflettere e aiuta a compiere la volontà del Padre.

4. L'Eucaristia (oltre al precetto festivo) è una necessità fisica e spirituale. Se con l’eucarestia riusciamo a condurre una vita relativamente cristiana senza di essa siamo burattini del mondo. Siamo in balia del solo alimento materiale che il mondo ci offre.

5. In estate cerchiamo il sole. Il culto del corpo non può essere superiore alla adorazione di Dio. Lui è davvero l'unico Sole di giustizia.

6. "Dimmi quello che leggi e ti dirò come pensi." Un cristiano deve nutrirsi con le parole della speranza! Un buon libro, scelto con criteri cristiani, sarà garanzia di giusto modo di pensare e di una coscienza chiara.

7. Dio ha posto la Creazione a disposizione del nostro godimento e della nostra gioia. La nostra terra è soggetta a costanti alterazioni degrado frutto del desiderio sfrenato di sfruttamento delle risorse naturali da parte dell'uomo. Dobbiamo assolutamente rispettare l'ambiente che ci consente di godere del riposo e di tante cose buone che il Signore ci offre. Occorrono secoli per ripopolare la terra, e ore per incendiarla.

8. La bellezza, l'arte, la musica classica ... ci possono elevare all'incontro e al godimento personale di Dio. Un santuario è una porta aperta alla fede. Maria Vergine è una mano che ci sospinge verso il Signore. La grandezza di un tempio è un anticipo della gloria che ci attende in paradiso. Godiamo davvero di ogni traccia che ha lasciato l'uomo attraverso l'arte quale risultato della propria fede!

9. Silenzio e contemplazione in riva al mare. L’alpinismo come segno del nostro impegno per arrivare al cielo. Il nostro riposo come preludio a ciò che un giorno Dio riserverà a ciascuno di noi ... possono essere pensieri per aiutarci a vivere questo tempo estivo con un senso e significato cristiani.

10. In valle o in mezzo al mare, sulle montagne o in un villaggio in mezzo al bosco o sperduto in un deserto. Di fronte a una cattedrale o nelle strade di una grande città: non dimentichiamo mai che siamo cristiani. Non dimentichiamo che Dio è con noi.
Foto
0 Commenti

CORPI PERFETTI, ANIME PERSE

7/8/2025

0 Commenti

 
La palestra è un luogo che offre molte occasioni di tentazione sessuale. Almeno la mia. Ogni volta che ci vado, io, marito e padre di sei figli, che combatte una battaglia persa contro il “corpo da papà”, devo schivare decine di donne attraenti tra i venti e i trent’anni che indossano abiti che in un’epoca precedente, più “puritana”, sarebbero stati considerati vergognosamente inappropriati per ambienti misti. Mi limito a concentrarmi sulle ripetizioni e a leggere il mio Magnificat tra una serie e l’altra.

Più recentemente, però, mi sono dedicato alla preghiera, sia per le donne attraenti e quasi perfettamente in forma che per i loro confidenti e muscolosi omologhi maschili. Perché sotto tutta la nauseante e egocentrica ostentazione della cultura della palestra c’è, credo, una profonda tristezza. Cosa ci facciamo esattamente lì? Senza dubbio, “massimizzare” la nostra salute (anche se preferisco invertire il concetto e chiamarlo, scherzosamente, allontanare la morte). Tuttavia, dubito che la maggior parte dei giovani la veda in questo modo: la morte è troppo lontana per loro. Sono lì, che lo ammettano o no, perché vogliono essere belli. Ma a quale scopo?

Presumibilmente, la maggior parte dei miei compagni di palestra ha una relazione sentimentale o ne sta cercando una; tuttavia, curiosamente, i membri della Generazione Z fanno meno sesso rispetto alle generazioni precedenti, come hanno sottolineato diversi reportage recenti. La nostra cultura non sembra meno ossessionata dal sesso rispetto ai decenni precedenti, ma ora questa ossessione è digitale e online, messa in atto (e consumata) davanti a uno schermo, spesso in solitudine. In palestra ci sono molti corpi belli e iper-sessualizzati… ma almeno alcuni di loro stanno effettivamente facendo meno sesso. Molti sceglieranno di non avere figli.

L’insegnamento cattolico direbbe che questo riflette un fallimento fondamentale nel comprendere lo scopo del sesso (e della sessualità), come sostiene in modo persuasivo il teologo e professore cattolico Eduardo Echeverria nel suo nuovo libro Redeeming Sex: The Battle for the Body. Il testo di Echeverria è profondamente filosofico e teologico, con lunghi capitoli sull’ermeneutica del significato e della verità, l’antropologia cristiana e il personalismo, e diverse interpretazioni della rivelazione divina. Tale profondità può scoraggiare i lettori che hanno solo una conoscenza superficiale di questi concetti. Tuttavia, la sua prospettiva vuole essere accessibile e appassionatamente ecumenica; infatti, pochi studiosi cattolici hanno tanta familiarità con la teologia protestante contemporanea quanto il dottor Echeverria.

Ai fini del mio discorso, tuttavia, vorrei concentrarmi su ciò che Redeeming Sex dice sui tipi di lotte che vivono le persone che vedo ogni settimana in palestra. Per quanto l’attenta raffinatezza scientifica del corpo umano in palestra abbia a che fare con la sessualità, non può evitare di tendere verso un certo tipo di vanità e autogratificazione. Cerchiamo un corpo più attraente perché vogliamo sentirci bene con noi stessi ed essere apprezzati dagli altri, e speriamo di attirare l’attenzione di qualcuno la cui fisicità sia approssimativamente tonica e bella come la nostra.

E più la nostra concezione della bellezza è definita da ciò che vediamo sugli schermi – che si tratti di social media, immagini sensuali o pornografia pura e semplice – più il sesso si avvolge intorno a noi stessi e alla soddisfazione di inclinazioni fisiologiche.

Tuttavia, come sostiene Echeverria, ridurre la sessualità a mero desiderio fisico e biologico, basandosi su un’antropologia materialista, «blocca l’autotrascendenza e, quindi, rende impossibile all’individuo realizzarsi nella relazionalità». Infatti, se la sessualità non è dono di sé, si degrada necessariamente nell’autocompiacimento, come ha sostenuto Papa Giovanni Paolo II nel suo classico testo Amor e responsabilità. E l’autocompiacimento riflette un restringimento dell’orizzonte umano, un ripiegamento su se stessi che nel suo narcisismo assomiglia a Gollum, una creatura vergognosa, piagnucolosa e totalmente senza scrupoli, la cui intera identità ruota attorno al compiacimento di sé.

«La preoccupazione per il proprio egoismo genera una contraddizione tra la nostra autoaffermazione individuale e la realizzazione nella relazione», scrive Echeverria. La libertà assoluta promessa dalla rivoluzione sessuale si rivela in realtà una schiavitù dell’io e, di conseguenza, danneggia la società, perché insegna alle persone a pensare prima alla propria soddisfazione. Al contrario, la fede cristiana afferma che il valore supremo e il fine di tutte le relazioni sessuali è l’amore, non nel senso romantico effimero, ma nel senso sacrificale e di dono di sé. Per questo la Chiesa ha sempre delimitato l’atto sessuale entro i confini del matrimonio, data l’orientamento di questa istituzione verso la fedeltà dell’alleanza e la procreazione. Il sesso, affermava Giovanni Paolo II in Veritatis splendor, esige «il rispetto di alcuni beni fondamentali senza i quali si cadrebbe nel relativismo e nell’arbitrarietà». Questa comprensione della sessualità amplia l’io, invece di ridurlo, e benedice la società promuovendo un paradigma comune che dà priorità all’altro.

Non è che la cultura della palestra promuova necessariamente un’autotrascendenza ipersessualizzata e lussuriosa. Ci sono molti ragazzi e ragazze in palestra che sono lì semplicemente per mantenersi in salute e, si spera, diventare un po’ più forti o più in forma. Ma nella nostra società digitale moderna – in cui è perfettamente accettabile, e persino incoraggiato, scattare foto e girare video di se stessi e condividerli con perfetti sconosciuti – la palestra diventa spesso un palcoscenico per celebrare e mostrare se stessi.

Per allenarsi in modo da evitare questa tendenza all’erotismo narcisistico, è necessario esercitare non solo il corpo, ma anche la mente e l’anima, formando abitudini virtuose basate su un’antropologia cristiana adeguata. Come ogni altra cosa nella vita, anche «fare esercizio fisico» deve essere orientato in ultima analisi alla glorificazione di Dio e all’amore per il prossimo.

Questo è il primo di una serie di tre volumi sulla persona umana e la cultura. E Echeverria ci ha già offerto una prospettiva sofisticata e profondamente cattolica sull’antropologia e l’etica. Alcune sezioni affrontano l’assistenza pastorale per coloro che si trovano in relazioni spiritualmente o moralmente problematiche e confutano accuratamente il ministero pro-LGBTQ del popolare padre James Martin. È un’opera di evidente rilevanza per le sfide che la Chiesa (e i singoli cattolici) devono affrontare oggi. E, come ho scoperto, può persino aiutare a navigare le complessità della cultura contemporanea della palestra.

Casey Chalk
Dal Blog di Sabino Paciolla
(Link) 
Foto
0 Commenti

FEDE SOTTO ATTACCO

14/7/2025

0 Commenti

 
Oscuramento di messainlatino.it: la nostra solidarietà non tace
Abbiamo appreso con rammarico e indignazione della rimozione ingiustificata del sito messainlatino.it dai risultati di ricerca di Google. Un gesto grave, un colpo basso inflitto a chi, con dedizione e sobrietà, custodisce il patrimonio della liturgia tradizionale cattolica.

Ebbene sì, comprendiamo profondamente lo smarrimento dei nostri fratelli. Non per sentito dire, ma per esperienza diretta: meno di un mese fa, la nostra pagina Facebook Nazareth Famiglia di Dio è stata oscurata senza preavviso, senza spiegazione, senza appello. Il mondo digitale, che si proclama libero e pluralista, inizia a somigliare a un confessionale gestito da burocrati dell’algoritmo.

Il silenziamento di messainlatino.it è un attacco alla bellezza, alla storia, alla tradizione, alla spiritualità. Non c’è nulla di “estremo” nel celebrare il rito antico; l’estremismo, semmai, risiede nel volerlo zittire.

La nostra voce, la vostra voce
Nazareth Famiglia di Dio si schiera apertamente al fianco dei colleghi di messainlatino.it. Il nostro appello è chiaro: non lasciamo che il digitale selezioni chi ha diritto di parola e chi no. La fede non è un algoritmo. Non si può scrollare via.

Invitiamo tutti i fedeli, i movimenti, le realtà ecclesiali ad unirsi. A rilanciare, condividere, sostenere. Perché quando si oscura una voce che parla di Dio, si spegne una luce. E noi, questa luce, la teniamo accesa.
​
Con franchezza e fervore,
​Nazareth Famiglia di Dio
0 Commenti

    Feed RSS

    Archivi

    Febbraio 2026
    Gennaio 2026
    Dicembre 2025
    Agosto 2025
    Luglio 2025

Foto